La firma del Presidente

La promulgazione delle leggi approvate dal Parlamento è, come è noto, un atto compiuto dal Presidente della Repubblica, indispensabile per la loro entrata in vigore. Il Presidente è obbligato a farla a meno che la legge non sia a suo giudizio manifestamente incostituzionale, nel qual caso la legge verrebbe rinviata alle Camere perché venga riesaminata ed eventualmente emendata o approvata, questa volta definitivamente, una seconda volta. La variante data del “codice non scritto”, frutto dell’esuberante fantasia di Massimo, ovviamente non va presa sul serio (nandocan)

di Massimo Marnetto

Nel codice non scritto del Quirinale, la firma del Presidente della Repubblica di una legge nell’ultimo dei 30 giorni previsti dalla Costituzione equivale a un giudizio negativo. Viene da chiedersi se, al contrario, la legge promulgata nel primo giorno sia ampiamente condivisa, con tutte le varianti intermedie. Se così fosse, si avrebbe un ‘’indice di gradimento presidenziale’’ da 1 a 30. 

Con una scala di apprezzamento decrescente: firma dal primo al quinto giorno, ‘’La condivido in pieno’’; 6-10, ‘’Scritta male, ma valida’’; 11-15 ‘’La prossima volta, fatevi aiutare da uno che se ne intenda’’; 16-20, ‘’Ma a chi è venuta in mente questa roba?’’; 21-25, ‘’Pessima, la firmo solo perché costretto”; 26-30, ‘’Qui c’è lo zampone di Calderoli’’.


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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