Credimi, Massimo, non è cosa. Tutt’al più i romani si metterebbero a ridere. Meglio quindi che continui a interpretare questi difetti alla perfezione, nessun attore potrebbe far meglio. Magari in coda lui stesso o qualcun altro potrebbe aggiungere una battuta che faccia riflettere il pubblico sul rispetto dei beni comuni. Chissà che non riesca a convincerne qualcuno. nandocan)
di Massimo Marnetto
Ho letto l’intervista di Carlo Verdone sulle condizioni di Roma e la sua tentazione di andarsene. Non sono d’accordo. La fuga è la scelta più facile e individualistica. Molto meglio rimanere e fare qualcosa per cambiare la mentalità di noi romani. Difficile? Certo, ma possibile.
Come? Mandando – lui che è amatissimo a Roma – messaggi d’incoraggiamento verso comportamenti civili, una sorta di ”Dieci Comandamenti per chi ama Roma”, tipo: non sporcare la città, non fare chiasso la notte nelle strade, lasciare il varco all’incrocio se davanti c’è la fila, ecc.
Ma soprattutto invitando i romani a scrivere una mail di protesta ai giornali, invece di bofonchiare e maledire la città. I politici stanno attenti alle rubriche dei lettori e vogliono essere rieletti. Più si usa l’arma civile (ed efficace) della protesta pubblica, più si condizionano i decisori politici a migliorare le cose. È lo ”zittismo” il pigerrimo male di Roma. (Daje Carlo!)
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Pubblicato da nandocan
Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli.
Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno.
Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione.
Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.
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