Ucraina in grave crisi: troppe perdite ad Avdiivka e sfiducia europea attorno

La maggioranza degli italiani (51%) è contraria agli aiuti militari all’Ucraina, mentre è favorevole a quelli umanitari. Lo dice l’ultimo sondaggio ISPI pubblicato in questi giorni. Inoltre, “circa un italiano su due ritiene che l’Ucraina dovrebbe accettare un negoziato a fronte di un’offerta russa di un ritiro, anche parziale, dai territori occupati. Ma ancora più interessanti – è scritto nel comunicato dell’ISPI – sono le posizioni dell’altra metà o quasi (44%) di italiani che ritiene che l’Ucraina dovrebbe accettare di negoziare anche a condizioni nettamente meno favorevoli: quasi un italiano su cinque (18%) pensa infatti che l’Ucraina dovrebbe accettare anche un semplice cessate il fuoco, mentre uno su quattro (26%) ritiene addirittura che un negoziato dovrebbe cominciare ad ogni condizione. Solo il 6% degli intervistati ritiene invece che l’Ucraina non dovrebbe accettare un negoziato di pace in nessun caso” (nandocan). 

Piero Orteca su Remocontro

Ucraina in gravi difficoltà non solo militari. Un sondaggio del Consiglio Europeo pubblicato ieri dal Guardian ci dice che solo il 10% della popolazione del Vecchio continente ritiene che Kiev abbia la possibilità di sconfiggere la Russia. E lo studio statistico è stato condotto prima dell’ultima pesante sconfitta ucraina, quella di Avdiivka che, secondo quanto svela in New York Times, ha una portata nettamente superiore a quanto fatto trapelare dall’Occidente.

Ucraina, troppa guerra

«Esclusivo: il cambiamento del sentimento  – scrive il Guardian – richiede che i politici dell’UE si concentrino sulla definizione di una pace accettabile», affermano gli autori. Dunque, fine della «guerra a oltranza». La popolazione europea, benché sempre solidale con gli ucraini aggrediti da Putin, ormai la pensa in maniera molto diversa dalle affermazioni pubbliche dei suoi governi, rispetto alla migliore strategia per chiudere la crisi. Ed è un cambiamento radicale maturato in un solo anno.

Avviso ai politici naviganti

«Diversamente dall’anno scorso – dice il sondaggio -, una maggioranza di europei non ha detto che occorrerebbe riconquistare tutto il territorio perduto, come precondizione per le trattative e per la pace». No, questa volta l’umore è cambiato, probabilmente anche per le aspettative ‘tradite’ dall’esito della guerra. Il fallimento della controffensiva ucraina, il sanguinoso e logorante stallo bellico, l’aumento esponenziale dei morti, senza che si vedano all’orizzonte soluzioni diplomatiche di sorta, hanno contribuito a una crescente disaffezione popolare in molti Paesi. In più, cominciano a pesare lo sforzo finanziario diretto, quello indiretto (i danni collaterali da sanzioni economiche) e i fantasmi di un progressivo disimpegno americano, sotto una possibile Presidenza Trump.

Forzature politiche di vertice

Tutti questi elementi traspaiono già palesemente ai vertici dell’Europa e sono sempre più condivisi dall’opinione pubblica. Che in Occidente vota e cambia i governi, prima di tutto in base a priorità nazionali. Ieri, a Bruxelles hanno cercato di dare un segnale di vecchia determinazione, annunciando il 13.mo pacchetto di sanzioni economiche contro Mosca. Qualcosa bisognava pur fare, specie in un momento in cui Biden arranca, davanti al Congresso Usa, e gli stanziamenti per Kiev sono ancora in bilico. Il pacchetto, però, non prevede nessuna nuova misura ‘settoriale’, aree economiche con danni anche europei, ma andrà a colpire solo un elenco allargato di individui e imprese (circa 200). Solo il tentativo di ‘mostrare la bandiera’, in un momento di imbarazzo politico.

Le ‘opinioni pubbliche’ verso la pace

I numeri (impietosi) dei sondaggi, parlano più di mille analisi o di altrettanti comizi politici. Dettagli sempre dal Guardian: «in Svezia (50%), in Portogallo (48%) e Polonia (47%) gli intervistati sono più propensi a dire che l’Europa dovrebbe aiutare l’Ucraina a reagire. Mentre in Ungheria (64%), Grecia (59%), Italia (52%) e Austria (49%), sono più propensi a spingere Kiev ad accettare un accordo. In Francia, Germania, Spagna e Paesi Bassi le opinioni sono equamente divise». Naturalmente, la maggior parte degli europei considera la guerra tra Russia e Ucraina «particolarmente preoccupante», fino al punto da giudicare questa crisi molto più pericolosa di quella in corso in Medio Oriente.

‘Geopolitica’ alla prova del voto

Sempre più evidente la progressiva divaricazione tra le strategie delle élites di governo e gli umori delle popolazioni amministrate. E gli autori mettono in guardia: «Mentre l’Europa e gli Stati Uniti entrano nella stagione elettorale, la ricerca per definire la pace sarà un campo di battaglia fondamentale. I leader dovranno trovare un nuovo linguaggio, che sia in sintonia con il sentimento attuale». In palio c’è la conservazione del potere, mai come questa volta, forse, determinata da variabili di politica estera. E se i risultati sul campo non corrispondono alla narrativa che, quotidianamente, arriva dalle Cancellerie, allora qualcosa deve cambiare.

Sul piano militare situazione critica

Intanto le operazioni militari che prima stentavano, sembrano muoversi verso il peggio. E la perdita di Avdiivka, per come la racconta il New York Times, assomiglia più a una vera e propria ‘rotta’, piuttosto che a una ritirata strategica. Comunque, realizzata in ritardo e nella più totale confusione. Non solo. Ma proprio per una serie di ‘misunderstanding’, fraintendimenti e quindi errori, sembra che l’esercito ucraino abbia lasciato sul campo, tra morti, feriti e prigionieri, migliaia di uomini.

Ha scritto il New York Times: «Con le forze ucraine a rischio di accerchiamento, l’alto comando militare ha ordinato una ritirata. In resoconti sorprendenti, i soldati di Kiev descrivono disordine e disperazione». Non è un bel momento, per l’esercito di Zelensky. Le tanto reclamate armi occidentali richieste, ma i soldati per usarle?

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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