Gilioli e il terzo mandato

Con l’elegante sarcasmo che gli è abituale Alessandro Gilioli sottolinea su Facebook il disinteresse pubblico per temi come il “terzo mandato” che riempie i titoli dei giornali in questi giorni. Personalmente credo che questo disinteresse riguardi piuttosto la politica in generale e non porrei l’argomento in questione in cima alla lista dei più trascurati. Non foss’altro perchè ci riguarda direttamente come elettori ma forse anche perché la stabilità in una carica politica, con la cospicua retribuzione annessa, incoraggia un qualunquismo diffuso sulla “casta”.

Credo che quella del politico sia una professione che richiede competenze specifiche acquisite sul campo, ciò che depone a favore di una permanenza prolungata anche se si tratta come in questo caso della presidenza della regione. Quanto al terzo mandato per i parlamentari, di fatto oggi questo riguarda le leadership dei partiti più che i cosiddetti “peones”, nonostante una Costituzione contraria al “vincolo di mandato”. E una permanenza più breve nella carica riduce il rischio degenerare nel clientelismo. Se quindi ci sono argomenti sia pro che contro il terzo mandato, mi sembrerebbero più forti quelli contrari. (nandocan)

di Alessandro Gilioli

Per antica perversione professionale, sfogliando i giornali questa mattina mi sono costretto a leggere perfino gli articoloni sul terzo mandato dei presidenti di regione, tema che agita le notti della cosiddetta politica in modo inversamente proporzionale all’interesse del resto del mondo.

Oggi, appunto, i quotidiani ne sono pieni, di terzo mandato, che guadagna pure fior di aperture in prima pagina: e qualche testata – le più pietose verso i poveri lettori – srotola anche la geografia dei vari posizionamenti di palazzo, che attraversano a zigzag partiti e alleanze.

L’effetto finale, tuttavia, è qualcosa che sta fra una tela di Pollock e una mappa del tesoro disegnata da un pirata bizantino sotto allucinogeni.

I “terzomandatisti”

Ho anche appreso, questa mattina, il neologismo “terzomandatisti”, che a una prima lettura ho confuso con “terzomondisti”; sicché per un attimo mi sono chiesto come mai Bonaccini e Salvini si fossero improvvisamente convertiti all’emancipazione economica delle popolazioni subsahariane.

Invece era proprio “terzomandatisti”: una sorta di partito trasversale e multipartisan che sta conducendo questa così rilevante battaglia nell’interesse del paese.

Sono consapevole del rischio qualunquismo a ipotizzare che qui fuori, di tutta questa vicenda, non ce ne può fregar di meno. E nel confessare che sui giornali di stamattina ho trovato più interessanti il compleanno del gianduiotto, i necrologi e gli avvisi legali.

Lo so, la politica è anche questa roba qui – per quanto penoso sia – e su un tema come il terzo mandato si possono ricavare profonde paginate di scenari, spaccature, ritorsioni e conflitti che poi magari hanno davvero effetti sul reale, sebbene io fatichi a capire come.

Mi arrendo dunque all’importanza del terzo mandato e alle relative articolesse.

Basta che poi non ci si meravigli troppo se i giornali non vengono più comprati nemmeno per incartare le orate; e se il giorno delle elezioni si preferisce guardare il soffitto immobili fino alle 23 piuttosto che infilarsi le scarpe per andare al seggio.


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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