Inversione

Che Salvini confonda “uno stato di diritto con uno stato di delitto” e’ una battuta di Marnetto. La presunzione di colpevolezza non c’e’ mai per nessuno, anche se la vedova ha buone ragioni per accusarlo. Neppure Putin puo’ essere condannato senza prove per avere assassinato Navalny, ma e’ molto probabile che la morte di quest’ultimo, se non provocata direttamente, sia avvenuta in conseguenza delle persecuzioni subite. Sta di fatto che il governo britannico, come ha fatto sapere il Foreign Office, ha annunciato di aver imposto sanzioni su sei funzionari russi, additati come presunti responsabili della morte del dissidente.(nandocan)

di Massimo Marnetto

Non sono d’accordo con chi – Salvini e non solo – invita ad attendere le prove, prima di accusare Putin di aver assassinato Navalny. Sarebbe un ragionamento corretto in una situazione di stato di diritto, ma in Russia i personaggi scomodi si uccidono (ed evito la lista di nomi perché notoria). 

Come in tutte le dittature, quando muore un dissidente detenuto per critiche al dittatore, l’onere della prova s’inverte e vige la presunzione di colpevolezza del capo assoluto, salvo evidenza contraria (impossibile per Navalny, per indisponibilità della salma). Ma nonostante ciò, c’è ancora un Salvini, replicato dal fido Crippa, che secerne garantismo tossico, confondendo uno stato di diritto con uno stato di delitto.


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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