Israele-ebrei-palestinesi: una questione di cultura e di religione

Eric Salerno su Remocontro

Irrisolto il dilemma sul futuro della Striscia. Timori arabi per la ‘cacciata’ dei palestinesi. La crisi letta da Eric Salerno, cultura laica e origine ebraica. «Cultura e religione, religione e cultura. Due degli ingredienti fondamentali dello scontro in atto in Medio Oriente». Le frontiere di conquista. Pulizia etnica e vizi di famiglia. Guerra lunga, Usa sotto ricatto, Europa inesistente. Banditismo dei coloni e modelli di nazismo ebraico.

Due integralismi allo scontro

Un movimento fondamentalista islamico – Hamas – da una parte, uno stato formalmente laico dall’altra ma con una destra religiosa estremista da sempre e votata a realizzare uno stato sionista quanto meno su tutta la Palestina mandataria, ossia quel territorio che va dal Mediterraneo al fiume Giordano. Il presente, oggi, era scritto dall’inizio; il futuro probabilmente anche se i progetti degli attori di oggi, spesso gli stessi o gli eredi di quelli del passato, andranno avanti.

Il peggiore

Il premier israeliano, che deve rispondere di fronte alla giustizia per una serie di reati di corruzione di cui è accusato, può essere considerato il più visibile, attivo e coerente legame con le teorie sioniste più radicali, di destra, del passato. Benjamin Netanyahu è figlio di Benzion Netanyahu, storico e assistente del leader dell’ala estremista del movimento sionista: Vladimir Jabotinsky. Come lui, Benzion credeva nel Grande Israele. E ‘Bibi’, come era noto il premier, non ha mai nascosto il suo desiderio di realizzare un’Israele più grande: come i politici prima di lui (di destra e di sinistra) ha sempre rifiutato di fissare sulla carta geografica del Vicino Oriente le frontiere dello stato nato 75 anni fa.

Eterna conquista

Quando fu pubblicato il Piano di spartizione della Palestina delle Nazioni Unite (29 novembre 1947), Netanyahu padre si unì a numerosi altri sionisti che firmarono una petizione contro il progetto. E contro il piano si mosse anche una parte molto attiva dell’ala militare delle forze armate ebraiche. Il Memorandum che l’Irgun Zwai Leumi inviò alla Commissione speciale dell’Onu per la Palestina è un documento che andrebbe letto per capire perché secondo molti osservatori – anche tra gli ebrei sionisti della diaspora e tra gli stessi israeliani–  i massicci bombardamenti di Gaza sono solo l’inizio di una operazione che potrebbe finire con una nuova, finale, cacciata dei palestinesi dalle loro terre.

Pulizia etnica e vizi di famiglia

Netanyahu padre, va detto, era fortemente favorevole all’idea del trasferimento degli arabi fuori dalla Palestina. Secondo lui «la stragrande maggioranza degli arabi israeliani sceglierebbe di sterminarci se avessero la possibilità di farlo». Nel 2009, tre anni prima di morire, intervistato dal quotidiano Maariv, affermò caustico: «La tendenza al conflitto è l’essenza dell’arabo. È un nemico per essenza. La sua personalità non gli permetterà di scendere a compromessi. Non importa quale tipo di resistenza incontrerà, quale prezzo che pagherà. La sua esistenza è una guerra perpetua».

Guerra lunga, Usa sotto ricatto, Europa inesistente

La guerra, a Gaza, andrà avanti almeno fino gennaio, scrivono in molti, convinti che le pubbliche pressioni (molto lievi, quasi inesistenti) americane e europee riusciranno a convincere Israele ad accettare una nuova tregua. Per altri le parole di Netanyahu e del suo ministro della difesa vanno analizzate per capire che il progetto dei militari di Tel Aviv andrà avanti per molto tempo ancora. Almeno un anno, dicono gli uomini in divisa, forse di più. Con quale obiettivo finale?

Moderazione da pantano

La Casa Bianca chiede moderazioni e ripete giorno dopo giorno la sua contrarietà all’eventuale ‘spostamento forzato’ degli abitanti di Gaza oltre i confini della striscia. Ossia, niente ‘pulizia etnica’. Suona male. La parola chiave, sottolineano in molti, è ‘forzata”. Se fosse volontaria, la fuga-cacciata andrebbe bene a Biden. Anche alcuni paesi europei e forse arabi sarebbero disposti a finanziare grandi campi-città profughi nel Sinai egiziano. O in giro per il mondo. Tanto, assecondando Netanyahu e i suoi sostenitori, le guerre hanno sempre provocato ondate di popolazioni che la comunità internazionale, o una parte di essa, ha sempre accolto.

Voci arabe ancora timide

Alle voci sempre più diffuse di una possibile cacciata dei palestinesi di Gaza, Diaa Rashwan, capo del Servizio di informazione di Stato del Cairo, ha detto che l’Egitto non permetterebbe mai lo svuotamento della Striscia di Gaza dei suoi residenti, Oggi la campagna militare di Israele li spinge sempre più a sud verso il confine con la penisola egiziana del Sinai. Secondo lei, l’Egitto crede che le operazioni di Israele nella Cisgiordania occupata da Israele mirano a costringere i palestinesi a fuggire verso la Giordania. Da Amman è stato chiarito che un’operazione del genere significherebbe l’immediata fine degli accordi di pace firmati tra i due stati. Il regno reagirebbe anche con le armi per difendere i propri confini. Cos’ dichiara.

Banditismo di Stato dei coloni ebrei

Nelle ultime settimane sono aumentati gli attacchi dei coloni israeliani contro la popolazione civile palestinese della Cisgiordania. L’attività degli estremisti è stata stigmatizzata dagli Usa e da numerosi paesi europei che hanno imposto restrizioni di viaggio ai coloni più radicali. Identificarli, però, non sarà facile: continuano a godere della protezione degli esponenti del governo Netanyahu; raramente vengono trattenuti dalla polizia o denunciati. Le colonie si allargano; a Gerusalemme gli spazi controllati dalla destra ebraica aumentano.

Modelli di nazismo ebraico

Il vice sindaco di Gerusalemme, Aryeh King, ha commentato la foto pubblicata in questi giorni sui siti israeliani dei prigionieri palestinesi nudi, tenuti in una zona desertica a Gaza sotto la sorveglianza di soldati armati: «Bisogna seppellirli vivi. Se fosse dipeso da me avrei inviato i bulldozer, li avrei messi dietro cumuli di terra e avrei dato l’ordine di coprire tutte queste centinaia di formiche ancora vive». Per l’esponente dell’estrema destra israeliana, i palestinesi e gli arabi in generale, «non sono esseri umani e non sono neanche animali umani, sono dei subumani e vanno trattati di conseguenza».

Beirut verso Tiro e il fiume Litani

E a proposito di “obiettivi militari”, si sta riscaldando la linea della frontiera nord d’Israele e il ministro della difesa israeliano si sarebbe impegnato a spingere le milizie sciite di Hezbollah oltre il fiume Litani nel sud del Libano aggiungendo che fino a quando Hezbollah non sarà spinto oltre il Litani, i residenti evacuati dalla linea di conflitto non torneranno alle loro case.

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Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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