Rappresaglia dell’esercito a Gaza, ‘pulizia etnica’ dei coloni in Cisgiordania

«La violenza dei coloni ebrei contro i palestinesi in Cisgiordania – titola il New York Times – è in forte aumento», mettendo così in evidenza uno degli aspetti meno reclamizzati di questa crisi epocale. Mentre tutta l’attenzione del pianeta, infatti, è rivolta verso Gaza, che rischia di essere ridotta a un cumulo di rovine fumanti, nel ‘fronte est’ i palestinesi continuano a morire per mano di civili ebrei esaltati.

Mano libera alla vendetta di branco

Autodifesa? Difficile da sostenere, perché girano filmati agghiaccianti, di coloni ebrei che uccidono civili palestinesi a sangue freddo. Sotto lo sguardo indifferente dei soldati di Gerusalemme. Il problema è serio, perché negli ultimi anni, il patto di ferro tra Netanyahu e i partiti estremisti religiosi, non ha fatto altro che rendere il clima sempre più incandescente. Ieri, sono stati uccisi altri due cittadini arabi, portando a 124 il totale delle vittime palestinesi, a partire dal 7 ottobre. In questo lasso di tempo, negli scontri è morto anche un soldato israeliano.

Pulizia etnica

Durissimo il commento del New York Times: «Gli attacchi, oltre ai morti, hanno anche fatto 2 mila feriti, mentre quasi mille palestinesi sono stati sfollati con la forza dalle loro case. Tutto ciò a causa della violenza e delle intimidazioni da parte delle forze israeliane e dei coloni, da quando Hamas ha attaccato Israele il 7 ottobre, secondo le Nazioni Unite». Il NYT cita poi un comunicato dell’Ufficio Onu per il coordinamento degli Affari umanitari, il quale sottolinea che fra le vittime ci sono anche 33 bambini. Sempre il prestigioso quotidiano di New York, raccogliendo fonti dirette Onu, riporta che «in diverse aree ai palestinesi è stato ordinato di andarsene sotto la minaccia di armi da fuoco».

Ma la notizia più grave, fornita dai delegati delle Agenzie Onu, è che lo stesso esercito israeliano spalleggia i coloni che abusivamente cercano di impossessarsi di terre di cui non avrebbero diritto.

Coloni armati dallo Stato

A questo proposito, il NYT ricorda che, subito dopo lo ‘Shabbat nero’ del 7 ottobre, il Ministro per la Sicurezza interna, Itamar Ben-Gvir, ha fatto acquistare 10 mila fucili per distribuirli ai coloni. Che, però, evidentemente, hanno scambiato il principio di autodifesa per licenza di assalto verso i poveri agricoltori arabi e gli ancora più poveri pastori beduini.

New York Times sulla colline di Hebron

Ecco il resoconto di un assalto come lo propone il New York Times: «Il villaggio palestinese di Khirbet al-Ratheem, sulle colline di Hebron, è ormai completamente svuotato della sua popolazione di circa 50 persone.  Secondo i palestinesi che vivevano lì, i coloni israeliani di un avamposto sono tornati di notte, hanno spintonato e minacciato tutti e poi hanno tagliato i tubi dell’acqua e del gas. Alla fine, gli arabi sono scappati impauriti».

‘Decisive Plan fo Israel’

La pressione israeliana sui palestinesi della Cisgiordania si è fatta sempre più massiccia, negli ultimi anni. D’altro canto, gli studiosi di Storia mediorientale conoscono benissimo il ‘Decisive Plan for Israel’ di Bezelel Smotrich, l’attuale Ministro delle Finanze e Responsabile per i Territori occupati. Basta leggere questo fondamentale documento, che è del 2017, per capire l’obiettivo della coalizione nazional-religiosa assemblata da Netanyahu.

Tragedia Gaza nasce in Cisgiordania

Questo vuol dire che, per cercare di capire la tragedia di Gaza, dobbiamo guardare dall’altro lato: in Cisgiordania. E riflettere. È stato in questa terra bella e terribile, carica di storia, di suggestioni, ma anche di tanto dolore, che si sono svelate le contraddizioni dell’Occidente, incapace di trovare la medicina giusta dopo il suo rapace colonialismo. Forse qui, più che in ogni altro posto in Medio Oriente, dopo la ‘Guerra dei sei giorni’, è cresciuto e si è moltiplicato il seme dell’odio. E della vendetta.

Regione di frontiera

Perché la Cisgiordania è stata trasformata, in mezzo secolo, da luogo di possibile convivenza di culture, a regione di frontiera, con una mappatura demografica assolutamente folle. In cui i villaggi palestinesi si alternano ai kibbutz dei coloni israeliani, in una successione che li fa sembrare tanti fortini assediati. Due Stati? Bella soluzione, da salotti diplomatici raffinati, ma che probabilmente è stata pensata da chi non conosce la polvere secca e il sole arso della Cisgiordania. Soluzione difficile, perché qui ‘l’altro Stato’ comincia oltre il recinto dove si tengono le pecore. Hai voglia di usare lapis e squadretta, come fecero inglesi e francesi, quando con sommo cinismo, e tradendo tutte le promesse fatte, si spartirono i ‘mandati’ seguendo i loro interessi e non quelli di chi quelle terre le abitava. Da millenni.

Conquista a ‘macchia di leopardo’

Oggi, su un territorio che si estende per quasi seimila chilometri quadrati, ci sono circa 2,5 milioni di abitanti. Di questi, 400 mila sono coloni israeliani. L’ostacolo quasi insormontabile alla creazione del progetto ‘Due Stati’ è però dato dal fatto che basta guardare una cartina, disaggregata con gli insediamenti ebraici. Sono oltre 200 e ci si rende subito conto che, per separare amministrativamente le due comunità, ci vorrebbe un cartografo amanuense.

Insomma, o arabi e israeliani si rassegnano a stare assieme (perché oltre alla storia lo impone anche la geografia) e a vivere in pace, uno accanto all’altro. O sarà guerra per sempre. Da qui all’eternità.


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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