Non ci credo e non mi fido

Antonio Cipriani su Remocontro

Quanto conta la parola fiducia? In questi giorni di opacità risuona spesso. Per esempio sull’Ansa ho letto questo titolo: Amb. Israele all’Ue, no a indagine internazionale su ospedale. L’ambasciatore presso l’Unione europea e la Nato nel testo dell’agenzia specifica: non è il momento per un’indagine internazionale. E aggiunge: il responsabile è Hamas. Punto. Spero che vi fidiate più di noi, di un paese democratico, che di un’organizzazione terroristica.

(Per evitare interpretazioni distorte: Israele è una democrazia, ha il diritto di esistere, di vivere in pace e anche di combattere il terrorismo; penso che la sciagura dei palestinesi sia Hamas, e che le politiche del governo di Netanyahu siano improntate al colonialismo e al razzismo).

Una democrazia deve agire da democrazia

Un inciso a mo’ di giaculatoria per poter poi dire che essere democrazia comporta responsabilità e una democrazia deve agire da democrazia. E se combatte il terrorismo lo fa con le armi della legalità non con quelle della vendetta e dell’uccisione indiscriminata di donne e bambini. Questo in linea di principio.

Il diritto internazionale o vale per tutti o non vale per nessuno. Così come i crimini in guerra o le commissioni di inchiesta internazionali per verificarli: o valgono per tutti o per nessuno.

Non basta la fiducia.

La fiducia nei confronti della follia che anima le scelte delle classi dirigenti di questo mondo è finita da tempo. Per le scelte ambientali, per la prepotenza del ritorno alla guerra come unico mezzo per risolvere controversie, per l’imbarbarimento della società, per la mancanza di una via d’uscita dal sistema di sfruttamento globale. Perché abbiamo prove su prove – e la realtà che stiamo vivendo è la prova decisiva – che questa fiducia in passato sia stata veramente mal riposta.

Dovrebbe anche farci riflettere il fatto che i primi a non aver più fiducia nella narrazione, certamente tossica, che accompagna come propaganda ogni azione efferata, siano proprio i nostri giovani. I ragazzi e le ragazze che protestano, che si battono per il futuro del mondo, che pongono dubbi sul sistema. Quelli che vengono sbeffeggiati e manganellati. Quelli che un giorno scriveranno la storia e si vergogneranno della nostra stupidità, del fascistame culturale che ci ha paralizzato la coscienza. Quelli che un domani si chiederanno come siano state possibili tanta ferocia e tanta indifferenza.

Non ci credo e non mi fido

Concludo con un ricordo recente. Mi viene in mente un brillante intervento di Marco Tarquinio, stimato ex direttore de L’Avvenire, chiamato a commentare tempo fa una questione internazionale.

Dopo aver ascoltato un diplomatico che, nel suo discorso, usava come intercalare: mi creda… e dopo aver ascoltato le parole di un rappresentante della Nato che chiedeva fiducia, una fiducia evidentemente al buio, aveva genialmente risposto: non ci credo e non mi fido.


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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