Droni di plastica contro missili da crociera. I russi comprano in Iran

Piero Orteca su Remocontro

«I droni economici dimostrano il loro valore in una guerra da miliardi di dollari», titolava ieri il New York Times, mettendo sotto la lente d’ingrandimento uno dei risvolti più importanti del conflitto russo-ucraino. Uno scontro sanguinoso, logorante, lungo e senza quartiere. Ma soprattutto una guerra che comporta costi insostenibili, numani ed economici.

I costi folli della guerra

Una guerra dai costi enormi, inimmaginabili. In termini di vite umane e dal punto di vista delle risorse finanziarie, bruciate in modo esponenziale in un carnaio senza senso.

Droni assassini per tre soldi

Descrivendo il cambiamento di strategia dello Stato maggiore di Kiev, il NYT fa un lungo report di quanto gli scontri in corso, dalla Crimea al Donbass, siano soprattutto ‘una guerra di droni’. Assalti e contrassalti in cui le macchine più semplici e maneggevoli, quasi dei giocattoli di plastica, riescono a dare risultati operativi stupefacenti. A volte cambiando anche l’equilibrio di una battaglia. Tuttavia, se ciò è vero per l’Ucraina, che sta conducendo una tormentatissima controffensiva nell’Est e nel Sud del Paese, la stessa cosa si può dire per le forze armate di Mosca.

‘Weapon-scout’ di Mosca

Anche l’ex Armata Rossa, dopo la colossale sottovalutazione che ha fatto dell’avversario, ha dovuto cambiare registro. Oggi, le risorse di Mosca non sono più senza fondo e il ricorso a rifornimenti ‘fraterni’ è diventato indispensabile. La caccia dei ‘weapon-scout‘ di Putin ha dato buoni risultati in diversi Paesi, a cominciare dall’Iran. Il Teheran Times, a questo proposito, dà largo spazio alla visita che il Ministro della Difesa russo, Sergei Shoigu, ha fatto martedì proprio in Iran, dove è stato ricevuto dal capo di Stato maggiore, il generale Mohammad Baqeri.

Russia-Iran col nemico in comune si ‘allenano’

I due Paesi, sottolinea il giornale degli ayatollah, «lavoreranno per un accordo di cooperazione a lungo termine nel settore della difesa». Al di là dei convenevoli, poi, il generale Baqeri ha fatto un annuncio clamoroso: Mosca e Teheran, dopo quelle navali, nel prossimo febbraio, per la prima volta, condurranno manovre militari congiunte a livello terrestre e aeronautico. Il viaggio di Shoigu, segnala ancora il Teheran Times, si è concluso con una visita alla mostra di ‘droni e missili’ delle Guardie della rivoluzione. Ed è proprio questo il ‘nocciolo duro’ dell’interscambio militare russo-iraniano, rappresentato dai droni kamikaze ‘Shahed’, in versione 131 e 136. L’accordo prevede anche veri e propri corsi di istruzione per le truppe di Mosca, svolti da specialisti dell’esercito degli ayatollah.

Scuola di droni

Secondo fonti dell’Intelligence occidentale, le ‘scuole-droni’ si terrebbero nel Tatarstan, dove ci sarebbero anche i siti per la loro produzione. Come ha scritto il think tank Al-Monitor, specializzato in affari geopolitici medio orientali e del Golfo Persico, «gli ucraini hanno comunicato già da tempo l’utilizzo degli Shahed da parte russa. Contrassegnati da sigle in cirillico, i droni sono riprogettati con testate rinforzate e ricevitori Kometa-M per superare le contromisure elettroniche». Sempre gli stessi analisti, rivelano che il Cremlino per ora si limita, in gran parte, a «riassemblare la componentistica iraniana dei droni». Ma ha in programma di impiantare una catena di montaggio tutta sua, ad Alabuga (Tatarstan), che produrrà migliaia di velivoli senza pilota nel giro di un paio d’anni.

‘Barche’ volanti via Bielorussia

L’Intelligence americana è convinta che gli Shahed, per aggirare le sanzioni, arrivano in Russia sotto la dicitura ‘barche’, o ‘proveniente dalla Bielorussia’. In sostanza, sostiene Al-Monitor, l’assemblaggio in franchising dei droni iraniani fa in modo che, alla fine, diventino ‘prodotti russi’, con nomi cambiati: Geran1 e Geran2. La domanda, che si pongono gli esperti di strategia militare, è quale peso possa avere sulla guerra una massiccia dotazione di droni d’attacco per i russi.

‘Arma di saturazione’

In effetti, le loro prestazioni, in assoluto, non sono tecnologicamente comparabili a molte delle attrezzature occidentali. Ma il loro costo e la semplicità di fabbricarli li rende utilissimi come ‘arma di saturazione’. Impiegati massicciamente, servono a impegnare all’estremo l’antiaerea ucraina. Così, dopo un paio di ondate di droni iraniani ‘a basso costo’, i generali di Putin possono dare l’ordine di sparare i missili da crociera, che costano un botto. E che possono trovare più sguarnite le difese di Kiev. Non solo. Gli Shahed sono anche usati come droni-esca, per localizzare le installazioni contraeree ucraine, per poi attaccarle con i droni-kamikaze Lancet di fabbricazione russa, più precisi ma decisamente più costosi.

L’America del giorno dopo

Come riscontro in tempo reale del peso militare dei droni iraniani, sono arrivate le sanzioni del Dipartimento per il Tesoro americano a carico di sette persone e quattro ‘entità’, accusate di avere condotto operazioni con la «Iran Aircraft Manufacturing Industrial Company». Nel mirino a scoppio ritardato delle autorità Usa, naturalmente, l’export di droni verso Mosca.

Coinvolti personaggi russi, iraniani, cinesi e turchi. Ma, visto che Putin si sta addirittura facendo quasi le fotocopie dei droni di Teheran, è il caso di dire che forse Biden ha chiuso le porte della stalla dopo che i buoi sono scappati.


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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