Reader’s – 5 giugno 2023 – rassegna web di nandocan magazine

I poveri e l’ideologia del merito

Luigino Bruni su Neap

Le dimissioni del senatore Carlo Cottarelli perché, tra l’altro, non vedeva il suo partito abbastanza deciso nel sostenere la meritocrazia, ha posto di nuovo l’attenzione sul significato e sull’ideologia del merito nel nostro tempo. Merito è sempre stata una parola ambigua, perché profondamente legata al fascino che il merito esercita su tutti noi. Tutti vorremmo meritarci i nostri successi (meno meritarci gli insuccessi), nessuno ama pensare che la bella carriera che ha fatto sia frutto soltanto della fortuna e di raccomandazioni.

Se poi andiamo a vedere come il merito viene usato, ieri e oggi, nelle scelte concrete dell’economia e della società, ci accorgiamo che esso non è stato quasi mai dalla parte dei poveri, che sono stati spesso scartati e poi colpevolizzati perché considerati demeritevoli, convincendoli così di non essere soltanto poveri ma anche colpevoli e maledetti. 

Merito deriva da merere, cioè guadagnare, da cui derivano anche mercede e meretrice. La meritocrazia è l’ideologia del merito che, come tutte le ideologie, prende una parola che ci piace e ci affascina, la manipola e la perverte. E così, in nome della valorizzazione di chi è meritevole e povero, l’ideologia meritocratica è diventata la legittimazione etica della diseguaglianza. 

Così la diseguaglianza è diventata un bene

È bastato soltanto cambiarle nome e la diseguaglianza da male è diventata un bene. I passaggi sono stati tre: 1. considerare i talenti delle persone un merito e non un dono; 2. ridurre i molti meriti delle persone a quelli più semplici da misurare dalle società di consulenza (chi vede oggi i «meriti» della compassione, della mitezza, dell’umiltà?); 3. leggere il talento come merito porta a remunerare diversamente i meriti e così si amplificano le distanze tra le persone.

L’equivoco sul merito lo troviamo già dentro la nostra stupenda Costituzione, che all’articolo 34 recita: «I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi». Non a caso il nuovo governo si è basato su questo articolo per giustificare il cambiamento del nome del ministero «dell’Istruzione» in «dell’Istruzione e del merito», insinuandosi nel pertugio lasciato aperto dall’ambiguità di quell’articolo 34. 

Talento e impegno

Gli amanti del merito dicono: «il merito non è solo talento, è una combinazione di talento e impegno, perciò quello che si premia è l’impegno personale». Questi meritocratici dimenticano però l’elemento cruciale: anche potersi impegnare non è merito, è soprattutto dono. Tornare a casa da scuola e avere tempo per fare i compiti, invece di dover lavorare, non è un merito. Se siamo onesti, dobbiamo riconoscere che ciò che siamo e diventiamo è per il 90% dono e per il 10% merito; la meritocrazia, invece, ribalta questa percentuale, e fa di quell’esile 10% la pietra angolare dell’edificio della giustizia.

La scuola deve essere, come istituzione, anti-meritocratica: deve cioè ridurre quelle asimmetrie dei punti di partenza che non hanno nulla a che fare con il merito dei nostri bambini. 

Un sistema sociale che premia chi è già capace non fa altro che lasciare sempre più indietro i meno capaci, che in genere non sono tali per demerito ma per le condizioni di vita. Don Milani, di cui festeggiamo quest’anno il centenario, queste cose le sapeva molto bene. Sapeva che i suoi ragazzi di Barbiana non erano demeritevoli: erano soltanto poveri; non erano colpevoli, erano soltanto poveri. Che questo centenario ci faccia riflettere sull’ideologia del merito che sta diventando la nuova religione del nostro tempo, una religione senza gratuità e senza Dio.


L’Ue vota l’economia di guerra: «Fondi Pnrr per le armi». Dal welfare al warfare

L’Europa corre verso un’economia di guerra. Il Parlamento europeo ieri ha approvato a larga maggioranza (446 sì, 67 no e 112 astensioni) di impiegare i fondi per la ‘Ripresa’ dal dopo Covid a costruire armi. Piano di Asap (Act in Support of Ammunition Production). Destre a favore, ma il governo italiano promette: non li useremo ma pochi ci credono.
Il Pd si spacca: 10 sì, 4 astenuti e un no. Fratoianni: se si è contrari si vota contro. I dem sotto attacco di destre e terzo polo per ‘difetto di atlantismo’.

L’Europa verso un’economia di guerra

‘Negoziato’ a risultato già venduto con i 27 paesi per arrivare a luglio al voto finale che consentirà ai paesi Ue di utilizzare anche i fondi del Pnrr e di Coesione per produrre munizioni e armi. Oltre alla minima dotazione prevista dal regolamento (500milioni) la novità è che i paesi potranno dirottare miliardi del Pnrr (che era stato pensato per il welfare e la transizione ecologica dopo la pandemia) sulla produzione di armi.

Piccoli pentimenti a sinistra

Anche il gruppo socialista, dopo che gli emendamenti voluti dal Pd per escludere il Pnrr dai fondi per gli armamenti erano stati bocciati, ha dato indicazione per il sì al regolamento. Un sì motivato anche dalla necessità, hanno spiegato, di continuare a fornire armi all’Ucraina e, nel contempo, riempire arsenali sempre più vuoti. Scelta politica pesante con 95 sì, 10 no e 20 contrari. Anche tra chi vuole sostenere Kiev, dubbi sulla forsennata corsa al riarmo. Il No di Verdi e M5S.

Il Pd spaccato e le reazioni che verranno

Il Pd si è spaccato ‘rumorosamente’ segnalano a sinistra. Tra gli 8 che hanno votato sì, il capogruppo Brando Benifei e la vicepresidente del parlamento Pina Picierino, oltre alle deputate Tinagli e Gualmini e all’ex ministro De Castro. Sei gli astenuti, tra loro Camilla Lauretidella segreteria di Schlein (la responsabile agricoltura), Pietro Bartolo e l’ex pm antimafia Franco Roberti. Mentre Alessandra Moretti e Patrizia Toia, che risultavano astenute, hanno poi spiegato che si è trattato di un «errore materiale» e che il loro era un voto a favore. Pasticcio a consensi politici a perdere.

Guerra onnivora e piccola politica

‘Scellerata decisione attesa’, annota il poco di stampa critica sul provvedimento,  rispetto al vuoto politico europeo su fermare il disastro della guerra russo-ucraina. Anzi, di male in peggio, visto che l’unica prospettiva, emersa anche ieri dal vertice internazionale in Moldavia, è l’ingresso dell’Ucraina nella Nato: «Alla criminale guerra di Putin si risponde con la guerra atlantica», annota il Manifesto, il solo o tra i pochi quotidiani Ue ad approfondire la reale corsa al riarmo, perché è di questo che si tratta.

Di fatto ieri, altra osservazioni critica, l’Europarlamento ha votato l’autorizzazione ad un prelievo forzato, ad ‘una distrazione di fondi’ che non è prevista nemmeno dai Trattati europei. Trattasti che impediscono di finanziare con soldi comunitari le industrie militari nazionali.

La piccola Ue

La decisione presa – giustificala come ti pare-, è di attingere, per la produzione di armi, ai fondi destinati alle Regioni per sostenere le politiche sociali, il lavoro e il diritto allo studio, l’ambizione ambientalista della transizione ecologica e, dopo tre anni di pandemia, il nuovo, ineludibile, assetto della sanità, in più l’attenzione al dramma delle migrazioni e al diritto d’asilo. La decisione dell’Europarlamento mette in discussione tutto: sia il fatto che nuovo armamento può essere prodotto utilizzando fondi che erano destinati a migliorare la vita delle persone dopo le costrizioni da pandemia, sia i fondamenti stessi dell’Unione europea.

Dal welfare al warfare

Nel vuoto di motivazioni politiche comunque alte, e visto che la prospettiva sembra quella di una guerra di anni se non infinita (un ‘trentottesimo parallelo’ armato nel cuore dell’Europa), l’obiettivo praticato è passare dal welfare al warfare, denunciano i pacifisti ancora annidati tra un minimo di sinistra e un po’ di Chiesa ‘bergogliana’.

La spesa militare globale ha raggiunto la cifra record di 2.200 miliardi dollari con Stati uniti, Russia, Francia, Cina e Germania della ex ministra della difesa von der Leyen che ha deciso un riarmo di ben 100 miliardi di euro in prima fila. E l’Italia nuova versione che si qualifica sesta nel campionato mondiale degli esportatori di armi.


La persona sana e la persona malata

di Giovanni Lamagna

La vita della persona che possiamo definire “sana” ha trovato un delicato, complesso, precario, sempre instabile equilibrio tra la spinta che le proviene dagli istinti, dalle emozioni e dai sentimenti, i suggerimenti, i consigli che le vengono dalla ragione e le censure, i divieti, i “comandi”, che le invia (a volte, impone) il contesto sociale in cui vive.

Quando questo difficile equilibrio non viene trovato o, ad un certo momento della vita, salta, quando cioè prevale, in maniera unilaterale o anche solo spropositata, una di queste dimensioni sulle altre, la persona si ammala: di nevrosi o, nei casi più gravi, addirittura di psicosi.


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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