Reader’s – 6 giugno 2023. Rassegna web di nandocan magazine

La missione di Zuppi: sminare il conflitto dal fatalismo bellico

di Massimo Marnetto

La pace in Ucraina si raggiunge per fasi. La prima delle quali è sminare il conflitto dal fatalismo bellico, il sentimento per cui non ci sono alternative alle armi. E’ questo lo spirito con cui il Cardinal Zuppi va nelle capitali dei paesi belligeranti: ”per ascoltare”. Atteggiamento indispensabile per estrarre un accordo dalle posizioni delle parti, senza commettere l’errore ”cinese” di imporne uno preconfezionato.

La missione di Zuppi doveva essere quella di un emissario europeo, ma la Ue – in perfetta adesione alla Nato – ha preferito assecondare il concetto di vittoria. Invece il Vaticano vuole sparigliare e rompere (finalmente) l’immobilismo imbambolato delle pubbliche opinioni, prendendo iniziative e rischi. Si vede, in questo, la volontà del Papa. Ma non è la prima volta che un Francesco parla ai lupi.


Dal sito di Libertà e Giustizia riprendo, sia pure in ritardo sul calendario, questo articolo di Domenico Gallo che alla vigilia della festa della Repubblica commentava una “celebrazione soltanto apparente” (nandocan)

2 GIUGNO. L’ART 2 E LA PATRIA, NON L’ETNIA

Povera patria/ Schiacciata dagli abusi del potere/di gente infame, che non sa cos’è il pudore.. Tra i governanti/ Quanti perfetti e inutili buffoni…

Non era mai accaduto

I versi struggenti di Franco Battiato sono la colonna sonora che ci restituisce la migliore rappresentazione del tempo in cui siamo immersi. Anche quest’anno verrà il 2 giugno, anche quest’anno ci sarà la tradizionale parata, i reparti con la bandiera italiana sfileranno dinanzi al palco della autorità, mentre le frecce tricolori sfrecceranno sul cielo della capitale. Mai come questa volta la festa della Repubblica sarà l’occasione di una celebrazione solo apparente.

Nei suoi settantasette anni di vita la Repubblica ha attraversato vicende tempestose, è stata esposta alle minacce del tintinnar di sciabole, si è presentata ferita, con il volto insanguinato per le stragi del terrorismo e delle mafie, è stata rappresentata da ceti dirigenti mediocri, ma non era mai accaduto che la Repubblica venisse celebrata da un ceto politico che trae origine da una cultura che ha vissuto l’avvento della Costituzione repubblicana come il frutto di una sua sconfitta storica.

Dio, patria e famiglia

Una sconfitta che adesso ha la possibilità di rovesciare, recuperando dalla pattumiera della Storia, gli spiriti selvaggi che avevano agitato la prima metà del secolo scorso. Un ceto politico che, mettendo mano agli strumenti della comunicazione pubblica, ha lasciato intravedere l’ambizione di cambiare la narrazione del popolo italiano e di sostituire i valori che sorreggono l’edificio della Repubblica con i disvalori che hanno informato la vita pubblica prima della nascita della Repubblica, a cominciare dallo slogan Dio, Patria e Famiglia, coniato nel 1930 dal Segretario del PNF, Giovanni Giurati, per nascondere, dietro un velo ideologico la realtà concreta del fascismo.

Da qui il recupero del concetto di nazione, declinato come sangue e suolo “Blut und Boden”, per marcare una linea di frattura rispetto all’universalità dei diritti dell’uomo, come scolpita nell’art. 2 della Costituzione e nella Dichiarazione universale del 48, una linea di frattura che consente misure discriminatorie nei confronti della popolazione degli immigrati e di tutti i soggetti identificati come “altri” rispetto alla nazione, intesa come “etnia”.

Dalla nazione all’etnia

Passando dalla nazione all’etnia, viene corrotto anche il concetto di Patria: la Patria come arroccamento sovranista di Patrie l’un contro l’altra armate. Tutto ciò rende sempre attuale la lezione di Don Milani che nel 1965 (L’obbedienza non è più una virtù) scriveva: “Non discuterò qui l’idea di Patria in sé. Non mi piacciono queste divisioni. Se però voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri, allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia Patria, gli altri i miei stranieri.”

Occorrerà spiegare a questo nuovo ceto politico ignorante che, con l’avvento della Costituzione, il concetto di Patria è cambiato radicalmente. La Patria non si può più identificare in un “etnia”, fondata su suolo e sangue. La Patria è il patrimonio dei padri. Nella Repubblica democratica la Patria si identifica con il patrimonio che ci hanno lasciato i padri costituenti. La Patria del popolo italiano sono le istituzioni democratiche, non separabili dai valori fondamentali dell’ordinamento: l’eguaglianza, la libertà, la Pace e la giustizia.

I patrioti

Nella Patria italiana c’è il ripudio della guerra, il pluralismo, la laicità e l’universalità dei diritti umani. I patrioti non sono quelli che impediscono lo sbarco alle zattere dei migranti, ma sono coloro che nelle istituzioni e nella società civile, con ruoli diversi, ogni giorno testimoniano la cura per gli altri, l’impegno per il bene pubblico, il rifiuto della discriminazione e del linguaggio d’odio.

Sotto il profilo politico, i Patrioti sono tutti coloro che si impegnano nella resistenza costituzionale per sviluppare e dare attuazione ai beni pubblici repubblicani che la Costituzione ha consegnato al popolo italiano e per impedire lo sfascio dell’unità della Repubblica attraverso l’autonomia differenziata o la concentrazione autoritaria dei poteri attraverso le riforme della forma di governo.

Bisogna riscoprire il significato profondo della festa della Repubblica per evitare che qualcuno possa fare la festa alla Repubblica.


Covid, guerra e disuguaglianze, Occidente mangia Africa

da Remocontro

«In Italia e in Europa ci stiamo preoccupando giustamente, in questi giorni, di come e quando verranno spesi i fondi del Pnrr. Ma in una gran parte del mondo, come in Africa, c’è chi non ha la fortuna di ricevere un aiuto di tale portata». Marco Impagliazzo su Avvenire documenta e denuncia l’esplodere delle diseguaglianze tra i (sempre più) ricchi e i (sempre più) poveri, in quel continente già segnato da condizioni di vita spesso precarie.

C’è un proverbio africano che recita: «Quando gli elefanti si combattono, è l’erba che soffre».

Dal Covid alle guerre, tra Nord e Sud del mondo

«La grave crisi economica scatenata prima dalla pandemia, poi dalla guerra in Ucraina. Sono stati questi due eventi a peggiorare rapidamente le condizioni di vita di tutti, ma hanno anche fatto crescere con una rapidità incredibile le disuguaglianze tra i (sempre più) ricchi e i (sempre più) poveri». Marco Impagliazzo, docente di storia contemporanea a Roma Tre non fa sconti sulle differenze: «reddito e ricchezza, lavoro e classi, genere e origine etnica, istruzione e condizioni sociali, capacità e comportamenti individuali». Tutti in tutto il mondo, ma soprattutto in Africa.

Covid, guerra e disuguaglianze, tre dei quattro ‘Cavallieri dell’Apocalisse’. Aggiungiamo il capitalismo colonialista occidentale e siamo a quattro.

Pandemia

La pandemia sembra aver cancellato molti dei benefici ottenuti dai Paesi in via di sviluppo nell’ultimo quarto di secolo mentre – secondo il World Inequality Report – ha di sicuro portato all’incremento «più rapido mai registrato della quota di ricchezza dei miliardari mondiali».L’inganno d’inizio. A fine aprile 2020, i Paesi a basso e medio reddito (l’84% della popolazione mondiale) avevano registrato solo il 14% delle morti da Covid-19. Invece nella fase successiva della pandemia il Coronavirus è penetrato, lento ma uniforme, in tutto il Sud dell’Asia, in America Latina e quindi in Africa.

Tra virus e fame

In tanti Paesi in via di sviluppo ampi segmenti della popolazione guadagnano ogni giorno a stento quel che serve per nutrire sé e la propria famiglia. Per i governi il dilemma: se avessero bloccato l’economia la gente avrebbe fatto la fame, se l’avessero tenuta aperta il virus si sarebbe diffuso. «Per quanto sia stata intesa a salvare vite, la chiusura di quasi tutte le attività ha portato al collasso economico, che a sua volta ha paradossalmente esacerbato i problemi sanitari, la fame e la depressione».

A catena, la crisi del debito

Dopo la paralisi, l’inevitabile crisi del debito. Nei Paesi ricchi i danni sono stati mitigati dalla massiccia spesa statale. Ma per i Paesi poveri, già gravemente indebitati, è stata catastrofe: «nei primi mesi della pandemia sono fuggiti dai mercati emergenti oltre cento miliardi di dollari». Per tenere a galla la loro economia queste nazioni si sono indebitate in dollari con alti tassi di interesse, che dovranno ripagare con valute che sono in rapido deprezzamento. Il lavoro di decenni è stato disfatto in pochi mesi

Numerosi studi valutano che tra i 70 e i 430 milioni di persone ripiomberanno nella povertà estrema nei prossimi anni. E quindi la disuguaglianza più essenziale, quella tra i più ricchi e i più poveri del pianeta, è tornata a crescere a un ritmo sostenuto.

La guerra

Le conseguenze del conflitto ucraino, particolarmente in Africa, sono devastanti. La guerra causa l’aumento dei prezzi dell’energia e dei beni di prima necessità, a partire dal cibo. Vista dall’Africa la guerra in Ucraina è una doppia sciagura e un peso spesso insopportabile, come per i Paesi già colpiti da siccità o crisi interne. C’è un proverbio africano che recita: «Quando gli elefanti si combattono, è l’erba che soffre».

La guerra del clima

Gli africani sanno che se gli accordi di Parigi sul riscaldamento globale – di cui l’Africa è responsabile per un misero tre per cento – non saranno applicati, sovrastati dalle esigenze belliche, sarà il loro continente a soffrirne per primo le conseguenze. Siccità apocalittiche e desertificazione, fame, fughe di popoli e guerre per sopravvivere. «E le disuguaglianze faranno da moltiplicatore all’emergenza ambientale».

La terza guerra mondiale a pezzi coinvolge drammaticamente anche l’Africa, non solo perché combattuta in parte sul suo territorio, ma anche per le ricadute della crisi mondiale sulla fragilità delle sue economie.


Due modi di leggere

di Giovanni Lamagna

Uno è il modo che definirei dell’evasione.

Leggendo in questo modo, ci si trasferisce in un altro mondo. Per un qualche tempo – più o meno lungo – ci si allontana dal proprio mondo – più o meno felice, più o meno triste – e si sogna di stare da un’altra parte. Poi, terminata la lettura, si ritorna nel proprio mondo, come se nulla fosse nel frattempo successo; come se la lettura fosse stata un semplice sogno, che, appena svegli, si mette subito da parte.

Questo tipo di lettura è caratterizzato dal divertimento, dal relax, dal riposo; è in fondo un hobby come altri. Che non dico non lascia niente, ma certo non trasforma la persona lettrice.

Il secondo modo di leggere è quello dell’incontro, dell’avventura, del viaggio.

Leggere in questo modo significa incontrare persone – in primis l’autore del libro – ed esplorare terre sconosciute. Conversare – in maniera ovviamente virtuale, ma non per questo irreale – con le persone incontrate e fare esperienze emotive e intellettuali.

Da questi incontri e da queste esperienze si esce sempre trasformati. Dopo questo secondo tipo di lettura non si è più le stesse persone di prima, si è persone in qualche misura, più o meno profonda, nuove. Non necessariamente migliori di prima, ma certamente diverse da prima.


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

Scopri di più da nandocan magazine

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere