“Vorrei abbracciare gli italiani uno ad uno per il sostegno che ci è stato continuamente offerto a tutti livelli”, avrebbe detto il Presidente dell’Ucraina all’uscita dal Quirinale. Lo stesso entusiasmo a Palazzo Chigi per la calorosa accoglienza di “Giorgia” a quello che lei chiama “il mio amico Volodymir”. Cordialità e ottimismo in stile americano. “A sottolineare lo stretto nesso che esiste, sul fronte atlantico, con le opinioni pubbliche – riferisce Sabato Angieri sul Manifesto – Zelensky ha significativamente dichiarato che l’Ucraina porterà a termine la liberazione prima delle elezioni statunitensi del prossimo anno”. Nessun rischio di escalation o del protrarsi della guerra e dei suoi costi, promette. Gli italiani che in maggioranza nel sondaggio Ipsos si sono dichiarati contrari all’invio di armi possono stare tranquilli. Da Roma e Berlino, la questa ha già fruttato offerte in armi per 2, 7 miliardi di euro. Quanto ai pacifisti, quando mai hanno contato per le decisioni dei governi? (nandocan)
Passerella di Zelensky in Italia
da Remocontro
Il presidente Ucraino ospite ma non lui il protagonista: tra Quirinale, Palazzo Chigi e Vaticano, alcune delle le contraddizioni che si muovono attorno alle posizioni occidentali sulla guerra in Ucraina. Più armi o più pace, armi per arrivare dove, pace e quando, e quanta Nato e quanta Europa nel futuro di Kiev. Le promesse credibili e quelle politicamente utili solo a chi le fa.
Mentre due personaggi distanti ma vicini chiedono un cessate il fuoco subito, come ci ricorda Alberto Negri: il Papa e il capo di stato maggiore americano Milley che da tempo sottolinea che la guerra non avrà vincitori e la diplomazia deve cercare una soluzione. A loro si aggiungono i cinesi. Noi che vogliamo fare? Passerella.
«Bellissimo incontro con Mattarella», dice Zelensky all’uscita del Quirinale, ma nessuna conferenza stampa. Zelensky era stato accolto dal ministro degli Esteri e vicepresidente del Consiglio Antonio Tajani, coordinatore di Forza Italia. Poi la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Tra loro pare abbiano parlato soprattutto di armi. Al termine dell’incontro a Palazzo Chigi, Zelensky ha tenuto una breve conferenza stampa in cui ha ringraziato l’Italia «per aver dato rifugio ai nostri cittadini», i circa 175mila rifugiati ucraini arrivati dall’inizio dell’invasione russa, e per il sostegno militare all’esercito ucraino.
Poi Papa Francesco
Quaranta minuti di colloquio privato, poi l’incontro con monsignor Paul Gallagher. La Sala Stampa vaticana quando si tratta di visite di capi di Stato di solito emette un comunicato in cui riferisce esclusivamente dei colloqui con i vertici della Segreteria di Stato. Questa volta con Zelensky la Santa Sede ha voluto invece illustrare i contenuti dell’udienza con papa Francesco, che è durata circa 40 minuti.
Situazione umanitaria ma niente pace
Ma il comunicato di poche righe certifica lo stallo sulle ipotesi di mediazione di pace: intesa solo sugli sforzi umanitari. I temi del colloquio, riferisce la nota vaticana, «sulla situazione umanitaria e politica dell’Ucraina provocata dalla guerra in corso». La parole pace, si riferisce soltanto per le preghiere del pontefice. In un tweet il presidente ucraino ha ringraziato il Papa «per la sua personale attenzione alla tragedia di milioni di ucraini»
Il leader ucraino infine afferma di aver parlato con Francesco «circa la nostra Formula di Pace come l’unico algoritmo effettivo per raggiungere una pace giusta, proponendo di aderire alla sua attuazione». Poi tanta tv e papa Vespa
Oppressione

di Massimo Marnetto
C’è la massima attenzione (giustamente) al conflitto russo-ucraino, ma non ne vedo altrettanta per risolvere quello ”eterno” israelo-palestinese. Che periodicamente si riaccende. Come se questo fosse ormai cronico, incurabile, con le sue profonde ferite bendate di fatalismo. Eppure questa guerra è altrettanto vicina all’Europa e l’oppressione dei palestinesi rilascia da anni metastasi di fondamentalismo anti-occidentale in tutto il mondo. Ma questa è un’oppressione che non evoca la difesa della libertà, né la condanna degli invasori. I palestinesi non hanno petrolio, grano e non sono nemmeno biondi. Peggio per loro.
Israele, il costo economico della ‘Post democrazia’ di Netanyahu
Ugo Tramballi su Remocontro
«Ad occhi bene aperti, Israele marcia verso la stagnazione economica». E’ l’ammonimento dell’Inss, l’Istituto nazionale di studi strategici di Tel Aviv, il più importante think tank del paese e lo rilancia Ugo Tramballi nelle sue ‘Slow news’ sul Sole24ore.

Israele verso la stagnazione
Israele di fronte a una seria crisi economica, e non per la mancanza di una soluzione del problema palestinese, per i razzi da Gaza, o le minacce di Hezbollah e dell’Iran: a questi persistenti conflitti l’economia israeliana è assuefatta. La causa è l’instabilità interna.
Knesset religiosamente reazionaria
Con la chiusura primaverile della Knesset, il parlamento, il mese scorso il premier Bibi Netanyahu aveva congelato le ‘riforme’ che stravolgevano l’equilibrio fra giudiziario ed esecutivo, a favore del secondo. Le manifestazioni contro il governo nazional-religioso non si erano fermate. Il 30 aprile la Knesset ha ripreso i lavori: la maggioranza non intende recedere, le opposizioni non vogliono fermarsi. Lo scontro si fa pericoloso.
Istituto nazionale di studi strategici
In apparenza, l’analisi di Inss sembra esagerata: solo l’anno scorso il paese aveva registrato un’inaspettata crescita del 6,4%. Israele non è più la ‘startup nation’ di un decennio d’anni fa, ma solo perché quegli esperimenti sono diventati grandi imprese dell’hi-tech.
Costosa ‘Post democrazia’
Tuttavia anche la Banca centrale è convinta che se passeranno le riforme sulla giustizia, Israele perderà 13,7 miliardi di dollari l’anno per i prossimi tre anni: solo per cominciare. I cambiamenti legislativi e istituzionali “saranno accompagnati da un aumento del premio di rischio paese, un impatto negativo sull’export, un declino degli investimenti interni e della domanda nei consumi”.
Paese a perdere per salvare Bibi dalla galera?
Sarebbe la fine di quella corsa iniziata all’inizio del secolo, che dieci anni dopo aveva aperto a Israele le porte dell’Ocse, e che nel 2021 aveva portato a un Pil procapite quasi doppio rispetto a vent’anni fa. A garantire questo successo erano state le riforme del 2005, imposte dall’allora ministro delle Finanze Bibi Netanyahu: lo stesso che oggi, con le sue decisioni illiberali e gli alleati ultra-religiosi che ha scelto, ne sta minando gli effetti.
Israele prigioniero della Torah
Una componente importante delle riforme del 2005 erano stati gli incentivi occupazionali per incoraggiare il passaggio dall’assistenza a un mercato del lavoro più aperto. In Israele è una questione importante: circa il 13% della popolazione è formata dalle comunità ultra-ortodosse sefardite e askenazite. Nel 2065 saranno quasi il 33%.
Il loro sistema educativo in gran parte ignora il curriculum delle scuole israeliane. I bambini sono indirizzati allo studio della religione e l’approfondimento della Torah sostituisce l’educazione superiore.
Economia biblica
L’analisi dell’Inss, secondo il quale Israele sta marciando verso la stagnazione, ricorda che le scuole ultra-ortodosse «non danno un’educazione adatta al mercato del lavoro moderno». Il risultato è che grazie alle riforme del 2003 il tasso d’impiego fra gli uomini ultra-ortodossi è cresciuto dal 35 al 53%. Ma resta molto lontano dai livelli occupazionali del resto degli israeliani.
Donne escluse dai vincoli religiosi
Le donne che non hanno diritto a proseguire gli studi religiosi, sono più integrate, ma svolgono lavori di basso livello e poco remunerati: «Solo circa il 20% delle ragazze e il 4 dei ragazzi raggiungono l’equivalente del nostro diploma di maturità».
Tra Torah e Hi-tech
L’Hi-tech garantisce più della metà dell’export israeliano, il 45% della crescita e il 35 dell’occupazione. Ma solo il 2,5% dei lavoratori e il 4,7 delle lavoratrici sono ultra-ortodossi. Il Pil procapite degli israeliani ebrei ‘non haredim’(timorati di Dio) nel 2018 era di quasi 49mila dollari, quello degli arabi cittadini d’Israele di 17.627 e degli ebrei ultra-ortodossi di 15.188.
Pil verso il meno 5%
Se non ci sarà un significativo cambiamento, sostiene Inss, «il Pil procapite israeliano si ridurrà del 5%; del 10 entro il 2050. Il processo sarà aggravato dalle previste implicazioni economiche dei mutamenti del sistema giudico, avanzati dal governo».Secondo il chief economist del ministero delle Finanze, questo comporterà un’altra riduzione dello 0,8% del Pil.
Fede, speranza e carità a sé stesso
Lo stesso Bibi Netanyahu che da ministro aveva lottato contro i sussidi statali, ha previsto che nel prossimo Bilancio le istituzioni educative degli ultra-ortodossi – importanti alleati del suo esecutivo – avranno un aumento del 60% dei finanziamenti statali. Senza che sia loro imposto di introdurre lo studio della matematica e dell’inglese.
Dopo aver visto l’ultimo film di Nanni Moretti “Il sol dell’avvenire”

di Giovanni Lamagna
Il cinema di Nanni Moretti (da “Ecce bombo” in poi, il primo film che ho visto di questo autore nel lontano 1978) è sempre stato un cinema di confessione, una sorta di diario per immagini o di auto-psicoanalisi davanti alla macchina da presa.
Questo film lo è forse ancora di più, in una forma ancora più dichiarata. In primo luogo perché, non a caso, alcune sue scene sono dedicate alla psicoterapia della moglie del protagonista (Paola), attraverso la quale Giovanni (Moretti), il marito/regista, sembra quasi voler psicoanalizzare sé stesso. E poi perché il film procede per spezzoni disordinati, messi in sequenza quasi a caso, come se fossero il frutto, il parto di libere associazioni, come avviene appunto (o dovrebbe avvenire) in una seduta di psicoanalisi.
Attraverso la psicoanalisi dell’autore, infine, noi spettatori siamo portati a nostra volta a psicoanalizzarci, a guardare dentro noi stessi, identificandoci coi o dissociandoci dai vari personaggi del film in maniera sempre emotivamente molto forte. Da questa sorta di diario aperto o di autoanalisi pubblica – ovviamente confusi e a tratti perfino caotici – è possibile cogliere però, in maniera abbastanza chiara e distinta, i temi centrali del film, che sono poi quelli classici della filmografia di Moretti.
L’amore e la politica
Innanzitutto l’amore e la politica, che a me appaiono posti sullo stesso piano, intrecciati in maniera che definirei indissolubile, essendo i temi che hanno caratterizzato un’intera generazione (quella che ha vissuto la sua giovinezza a cavallo tra gli anni ’60 e ‘70). O almeno quella parte di generazione, che – pur essendo, a pensarci bene, minoritaria – ne ha comunque segnato il tratto caratteristico, potremmo anche dire storico: la commistione indissolubile tra pubblico e privato (“il personale è politico”).
Relativamente a queste due tematiche (che sono quelle centrali del film) una battuta mi ha colpito in un modo particolare; quella che pronuncia Margherita Buy (Paola la moglie di Giovanni, il regista) in una delle sedute con lo psicoanalista: “Io e Giovanni parliamo di tutto… di politica, di cinema, di lavoro… tranne che di noi due…”. Come ad esprimere un bisogno, un desiderio ed allo stesso tempo confessare una difficoltà, un’incapacità, che sono non solo di Moretti uomo, ma forse quelle di una intera generazione.
Bisogni, desideri, difficoltà, incapacità, che, a loro volta, mi ricordano una canzone famosa di Giorgio Gaber, “Chiedo scusa se parlo di Maria”, le cui parole raccontano un problema molto simile a quello espresso da Paola/Buy nel film di Moretti:
“Non è facile parlare di Maria… ci son troppe cose che sembrano più importanti… mi interesso di politica e sociologia… per trovare gli strumenti e andare avanti… mi interesso di qualsiasi ideologia… ma mi è difficile parlare di Maria…Se sapessi parlare di Maria… se sapessi davvero capire la sua esistenza… avrei capito esattamente la realtà… la paura, la tensione, la violenza… avrei capito il capitale, la borghesia… ma la mia rabbia è che non so parlare di Maria…”
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- Contro la guerra
da Remocontro Nessuno è così stolto da preferire la guerra alla pace, poiché in tempo di pace sono i figli che portano alla sepoltura i padri, mentre in tempo di guerra sono i padri che seppelliscono i figli.(Erodoto). La guerra nutre se stessa (Tito Livio) Predatori del mondo intero, adesso che mancano terre alla loroContinua a leggere “Contro la guerra” - La mancata insurrezione iraniana: ‘i curdi hanno rubato le armi’
Temo proprio che non sia consigliabile, e in molti casi perfino impossibile prendere sul serio molte dichiarazioni dell’attuale presidente Usa (speriamo per poco, una rielezione sarebbe fatale). Gli osservatori più seri lo sanno ma fingono di prenderle in considerazione (per non rinunciare allo scoop), prendendone tuttavia le distanze. Tanti altri invece si affrettano ad amplificarleContinua a leggere “La mancata insurrezione iraniana: ‘i curdi hanno rubato le armi’” - I due americani
Trump non è la civiltà americana, ne è solo un usurpatore e un sintomo grottesco, ma è pur vero che il Congresso non lo ha fermato, l’esercito non si è ribellato, i giudici hanno dovuto tacere, gli infermieri non l’hanno prelevato, il suo staff lo ha sostenuto. Quello che è finito è però il mito americano, di cui anche noi siamo stati vittime, il mito o “sogno americano”, “libertà democrazia e libera impresa”, in nome del quale sono state portate guerre e maledizioni in tutto il pianeta, e popoli interi resi servi, e i “valori occidentali” contrapposti al “resto del mondo”, parola del “Corriere della Sera”. - L’Iran e il crollo dei doppi standard
dí Francesco Sylos Labini La guerra in Ucraina è stata largamente interpretata, nella narrazione dominante dei media mainstream, come una guerra di aggressione imperialista: secondo questa lettura, Putin avrebbe deciso di negare l’indipendenza dell’Ucraina, puntando a riassorbirla nella Russia, in una logica spesso paragonata a quella della Germania nazista nel 1939. In questa prospettiva, negoziareContinua a leggere “L’Iran e il crollo dei doppi standard” - La guerra persa da cui Trump non sa come uscire
Appare ormai molto credibile che solo la prevista sconfitta dei repubblicani nelle elezioni di medio termine possa riuscire ad allontanare il rischio di “un prolungamento distruttivo per tutti” dopo la minaccia di un intervento di terra per spaventare il regime iraniano. Si spera che l’isolamento di Trump non solo negli Stati Uniti ma anche inContinua a leggere “La guerra persa da cui Trump non sa come uscire”
