Reader’s 20 febbraio 2023. Rassegna web

Nove fotografie sotto un titolone del Corriere della sera. “La rete di Putin in Italia: chi sono influencer e opinionisti che fanno propaganda per Mosca”. Fece giustamente discutere quella specie di “lista di proscrizione” che metteva alla gogna nove colleghi come “filo putiniani”. Sulla base, dichiarata anche nel sottotitolo, di ” materiale raccolto dall’intelligence”. Il Copasir, citato come fonte, smentì naturalmente di averlo fatto pur ammettendo di avere “attivato un’indagine alla fine della quale, ove lo ritenessimo, produrremo una specifica relazione al Parlamento”. Alcuni degli interessati protestarono e qualcuno di loro, come il professor Orsini, fece “causa” al corriere.

Mi è tornato in mente stamani con la conferma che quel “neo maccartismo dilagante” – definizione di allora – non ha smesso di dilagare, condizionando di fatto cronache e commenti di quanto avviene intorno alla guerra in Ucraina. Del resto, se non ci pensa la direzione del giornale, provvede il governo Zelensky negando il visto alla stampa scomoda. Tutta la mia solidarietà dunque a Salvatore Garzillo e al suo appello ai “colleghi che sono a Kiev” apparso ieri sul sito di articolo 21, che potete leggere qui di seguito (nandocan).


Cronisti nella lista nera dell’Ucraina, l’appello di Salvatore Garzillo. “Ora domande alla Meloni”

da Articolo 21

“Essere in un elenco di giornalisti sgraditi non è un problema soltanto di quei giornalisti ma afferisce la possibilità dei cittadini di conoscere a tutto tondo cosa sta succedendo in Ucraina”. Parole chiarissime pronunciate in diretta da Salvatore Garzillo che è uno dei giornalisti italiani cui è stato negato il visto. E’ finito nella lista nera dei servizi ucraini e nel corso della riunione di redazione di Articolo 21 ha fornito un quadro lucido e dettagliato della situazione, sottolineando la gravità di questa decisione.

Andrea Sceresini e Alfredo Bosco sono stati definiti collaborazionisti e non si sa su quale base. Ciò è gravissimo – ha detto Garzillo – ed è pericoloso per l’informazione in generale, perché a questo punto basta qualunque cosa per evitare voci scomode. Ecco perché c’è bisogno di comunità, è importante che tutti facciano la loro parte. Purtroppo, tranne poche eccezioni, la storia di questa lista nera non ha trovato diffusione e noi dobbiamo renderci conto che bloccare la cronaca a tutto tondo della guerra è un problema di tutti.

Non è solo una vicenda mia o di altri, perché io sono un free lance e potrei spostarmi a raccontare altro in un altro Paese, ci sono stante storie nel mondo da narrare. Ma è il concetto che non va. In questo momento possiamo dare prova di essere comunità in  modo reale ed efficace.

Oggi i colleghi che sono a Kiev debbono fare una domanda precisa alla Presidente Giorgia Meloni. Se nessuno farà questa domanda specifica su un diritto che riguarda anche loro vuol dire che stiamo perdendo tempo e non siamo comunità. La domanda è semplice. Questa: ‘Presidente, ci sono tre colleghi cui non viene concesso di entrare in questo Paese e non è consentito lavorare, perché?”


La scuola come avamposto di libertà

Antonio Cipriani su Remocontro

Non sentite che aria c’è lì fuori? Brutta brutta, soffia forte sulle ali mediatiche, in un misto di indifferenza nei confronti della sofferenza del prossimo, di obbedienza acritica senza più pensieri da esprimere con le giuste parole, di incapacità di cogliere ciò che è realtà. La realtà, non la farneticazione virtuale che ci impegna allo spasimo nel rincorrere inutilità. Mentre fuori l’ingiustizia prende forma definitiva. Indiscutibile, sotto ogni forma: suadente, democratica, bellica, repressiva.

Gli aspetti sconosciuti

Eppure appena si esce dalla porta delle inutilità che si fanno informazione, politica e cultura mediatica, esiste la vita. Ed è bella, forte, tenace. La vita, con le sue contraddizioni, con il dolore, l’ansia, la sofferenza, la gioia, la gentilezza, il desiderio. Basta alzarsi da davanti al pc, dal divanetto della tv, per cogliere aspetti sconosciuti. Domande, incertezze, al posto di risposte incellofanate da sicurezze assolute che ci rendono schiavi.

La scuola delle persone normali

Basta una deriva psicogeografica, con cuore puro e sguardo senza schermi piatti davanti agli occhi, per scoprire che c’è di più, che non siamo soli, che ci sono giovani, ragazzi, madri, insegnanti, lavoratori, esseri umani che non somigliano per niente alla bruttezza che ci mostrano costantemente, a costruire una mentalità abbrutita.
Basta uscire da casa, dai quartieri, dalle città, dalla velocità dell’apericena, dal niente sotto vuoto spinto, per riscoprire l’orizzonte, le distanze, la lentezza, il lavoro delle mani, la passione, la pazienza, il coraggio.
Basta entrare in una scuola. Avete presente una scuola? Quel luogo fuori moda dove i nostri figli passano ore e ore, spesso in ambienti malsani, poco adatti, come se l’educazione pubblica fosse una sfida al ribasso. E lo è. Perché nell’insieme terribile delle privatizzazioni, della modernità a dipingere di cuoricini scintillanti per nascondere ferocia, squilibri sociali mascherati da meritocrazia applicata, la scuola, il futuro dei nostri figli è all’ultimo posto. Ovviamente la scuola pubblica. Quella che frequentano le persone normali.

La speranza

Eppure in queste scuole talvolta drammatiche e insicure, altre volte semplici e gentili, c’è la vita. C’è la speranza. Anche quando sembra che tutto sia sul punto di collassare, che non ci sia più niente da fare, dentro quelle aule ci sono donne e uomini che si battono per un mondo migliore. Dentro quei corridoi, tra mille contraddizioni, talvolta nel dileggio, c’è un lavoro sociale, educativo e culturale potente, talvolta unico, nel tentare di far divenire l’individuo elemento attivo della società.

Avamposto d’esperienze e di valori

Per questo è così maltrattata, resa invivibile da politiche che cianciano meritocrazia e vedono classismo. Perché la scuola, nonostante tutto, resta oggi l’unico avamposto in cui i nostri figli possono fare esperienze culturali attive, creative, giocose, sociali. Dove possono imparare la convivenza civile, l’uguaglianza, parole di pace e non di odio, rispetto delle differenze e non razzismo, amore per l’ambiente e non devastazione.
Vien da pensare che quasi non sembra richiesto, eppure così è.

Per un mondo migliore

Sarebbe bello ce ne rendessimo conto. Sarebbe bello dare tutto il nostro contributo alle politiche inclusive, educative e sociali delle scuole del nostro territorio. Nei luoghi dove conoscenza e coscienza si formano. Per un mondo migliore.

Prima che il vento tragico mediatico spezzi le ali ai nostri bambini, mettendoli in un processo di formazione di professioni passive, riducendone simbolicamente spazi di libertà fino a costringere loro e le loro famiglie a pensare alla scuola come a un insieme di regole inutili da ignorare, in una ribellione del grugnito al posto dell’etica del discorso, quindi del sapore dolce e potente del pensiero che si fa libertà.


Berlusconi, il Partito popolare europeo e l’appoggio a Kiev «obbligatorio»

Michele Marsonet su Remocontro

Dall’Ucraina la guerra arriva in casa del Partito popolare europeo il cui presidente tedesco Weber la spara politicamente grossa: «Il supporto per l’Ucraina non è facoltativo». «Dopo le parole di Berlusconi sulla guerra cancellate le giornate di studio a Napoli». Il leader azzurro: «Si apra immediatamente un tavolo per arrivare alla pace in Ucraina, questo è un dovere per un partito come il Ppe».
Lo sconquasso politico otre che militare ed economico di quella guerra, con Berlusconi a caccia dello scontento per l’appiattimento dalla destra al governo (e da sinistra) sulle posizioni Usa-Nato

Amiconi del lettone e non soltanto

È nota a tutti lunga amicizia tra Silvio Berlusconi e Vladimir Putin, e i due l’hanno ribadita di recente con uno scambio lettere e regali. Tuttavia, l’esternazione del capo di Forza Italia in cui ha detto che, se fosse primo ministro, non incontrerebbe mai Zelensky, ha causato polemiche a non finire. Suscitando l’imbarazzo della maggioranza di governo.
Giorgia Meloni ha replicato reiterando la fedeltà dell’Italia alla politica occidentale in Ucraina, il che significa fedeltà alla Nato e agli Usa. Pareva che la rotta della nostra politica estera fosse condivisa, pur sapendo che in alcuni partiti della maggioranza (e anche dell’opposizione) albergano dubbi circa l’opportunità di sostenere Zelensky fino in fondo.

Meloni nuova garante Usa

L’improvvisa esternazione del Cavaliere ha cambiato il quadro, anche se Berlusconi ha ribadito la fedeltà del suo partito all’Alleanza Atlantica. Resta l’impressione che il governo, in carica da pochi mesi, sia diviso al suo interno su una questione così cruciale. La divisione si verifica pure all’interno degli stessi partiti. Il ministro degli Esteri Tajani, esponente di spicco di Forza Italia, non si è dimostrato entusiasta.

Dissenso silenziato e dubbi legittimi

Si noti inoltre che anche in altre nazioni europee (Germania in primis) l’opinione pubblica non sembra affatto convinta che la strategia di Usa e Nato sull’Ucraina sia quella giusta. Tutto questo fa il gioco di Putin che, sin dall’inizio dell’invasione, cerca di dividere gli alleati occidentali per poter meglio perseguire i suoi scopi. In realtà i dubbi sulla figura di Zelensky e sulla sua strategia del muro contro muro con la Federazione Russa sono molto diffusi in gran parte dei Paesi europei.

La scomunica di Weber papa

Tale strategia rischia di precipitare l’intera Europa in uno scontro diretto con Mosca, scontro che potrebbe trasformarsi in un conflitto nucleare. Ciò che appare intollerabile, però, è la “scomunica” di Berlusconi da parte del capogruppo del Partito Popolare Europeo, Manfred Weber.
Quest’ultimo ha deciso di annullare la prevista riunione del PPE a Napoli. Risultano inquietanti alcune sue parole: “l’appoggio all’Ucraina non è facoltativo”. Che vuol dire? Si deve concludere che tale appoggio, per Weber, è “obbligatorio”. Ma è lecito chiedersi se simili espressioni si possano usare nell’ambito dell’Unione Europea.

Komeinismo-Zelernskysmo?

Dopo tutto non siamo nell’Iran khomeneista. Nella Ue sono sacre la libertà di espressione e di pensiero. Si possono esprimere dubbi sia sull’amicizia tra Berlusconi e Putin, sia sulla figura di Zelensky. Però, nel contesto europeo, i dubbi non possono essere puniti con le scomuniche.

A un democristiano bavarese come Manfred Weber tale potere dovrebbe essere negato, poiché non è in linea con l’ispirazione di fondo della Ue. Nella comunità europea chiunque è libero di dire la sua senza incorrere in scomuniche di alcun tipo.

TagsBerlusconi Kiev Putin


Una delle passioni del mio amico Massimo è quella di raccontarsi come “turista per caso”, visitando città, mostre o monumenti. Trovandosi in questi giorni a Parigi, ne ha approfittato come tanti per andare a visitare anche Chartres e la sua bellissima cattedrale (nandocan)

Parigi 2

di Massimo Marnetto

Col mio amico si va alla Cattedrale di Chartres, una delle più belle chiese gotiche e meglio conservate, a un’ora da Parigi. Mentre guida, gli chiedo del luogo comune della poca simpatia dei francesi. ”Dipende. Se sei uno sconosciuto, non sprecano sorrisi. Se entri nel giro, diventano piacevoli”. Parcheggiamo e attraversiamo il borgo, con le facciate delle case basse dalla tipica trama di assi di legno. ”Con il telelavoro molte persone lasciano Parigi per venire a vivere in questi paesi, che si stanno ripopolando”.  Entro nella cattedrale e guardo in alto il soffitto fino alle sue volte più lontane, con un senso di controvertigine.

Il pavimento originale è di pietra liscia, pensato per far scivolare meglio l’acqua delle pulizie, dopo che i pellegrini vi avevano pernottato. Dal centro della cupola scende un sottile cavo e la luce che lo colpisce lo fa apparire come un ago di luce nel buio, mentre sostiene una croce a mezz’aria, proprio sopra l’altare

All’esterno, tra il numeroso bestiario in pietra, vedo la statua di un asino che suona la lira. Serviva per ammonire il popolo su quanto possa essere ridicolo e dannoso fare un mestiere senza avere la dovuta abilità, proprio come un asino che raglia, quando si mette in testa di suonare uno strumento. Stesso concetto è ribadito più in là sul frontespizio di una casa, dall’incisione di una scrofa che fila la lana. Mi vengono in mente i nostri politici, ma scaccio il pensiero: non mi voglio rovinare la gita. 

Nelle stradine c’è un silenzio domenicale che avevo dimenticato, perché tutti i negozi chiusi. Troviamo una brasserie dove ci rifocilliamo con tortini di formaggio e pancetta, ma senza neanche  il conforto di una birra. Il mio amico mi parla della figlia che ha trovato il ragazzo sui social, una modalità che può sembrarci strana e rischiosa, ma ormai è diffusa. Mentre torniamo a Parigi, gli chiedo come la stampa ha commentato il ”dissidio” tra Macron e la Meloni. ”Neanche un rigo”, mi fa sorridendo. Non so perché, ma iniziamo a parlare delle parolacce più diffuse in Francia. ”Sono molto affezionati alla merda; come imprecazione se si macchiano, ma ci sono varianti sul tema per tutte le situazioni”.

Il mio amico mi porta a Square du Montsouris, che nonostante il nome (letteralmente: Monte dei topi) è una via di grande fascino. Poi andiamo a vedere le ultime due case medievali in rue François Miron, in realtà repliche di qualche secolo successive. Sento nel negozio di fronte i versi di un pappagallo. Non resisto, entro e gli sussurro: ”ciao!”. Il titolare si mette ad osservare la scena sorridendo e dopo meno di un minuto, la bestiola gracchia: ”Criao!”  Tutti ridono e io mi prendo la mia soddisfazione. Risaliamo in macchina, per tornare a casa. Nella zona, c’è il limite dei 30 km/h. Si va veramente piano, ma invece di farmi prendere dall’impazienza, mi godo il crepuscolo che mette in silhouette contro il cielo di cobalto palazzi, alberi e i lampioni non ancora accesi. Mentre dallo stereo arrivano i Doors, con Light my fire.


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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