Reader’s – 9 febbraio 2023 rassegna web

Tragedia e divertimento. Ieri Reader’s ha parlato dell'”estrema naturalezza” con cui veniamo informati, senza che vi sia una visibile reazione da parte nostra per la catastrofe che seguirebbe, della probabilità di uno scontro nucleare. Oggi dello “stridore contrapposto” tra scintillio e sontuosità delle scenografie sanremesi e le immagini del terremoto con migliaia e migliaia di vittime in Siria e Turchia. E meno male che abbiamo almeno evitato di mescolare le canzonette alla tragedia in Ucraina. Ad alcuni parrá forse tetraggine e pessimismo da parte nostra, se non fosse per le terribili conseguenze che un’incosciente sottovalutazione di questi segnali sta già arrecando alle nostre vite e a quelle dei nostri figli. Divertiamoci pure, ma senza distrarci o confondere la portata degli avvenimenti. (nandocan)

La magnificenza e la catastrofe. Lo stridore.

Pina Fasciani su Facebook

Convivono insieme, in stridore contrapposto, le scintillanti immagini delle scenografie sanremesi e le immagini della catastrofe di migliaia e migliaia di morti, in Turchia e Siria.

Uno stridore insopportabile che sottolinea la fatica di dare una qualche priorità agli eventi, di tracciare una linea tra le cose giuste e le cose sbagliate, di pesare sulla bilancia cosa è importante e cosa non lo è per lasciarlo indietro. Tutto è parificato, tutto può vivere insieme. Tragedia e divertimento.

Il festival non è mai stato così clamoroso, sontuoso nelle scene, nei protagonisti, nella narrazione. È tutto esagerato.
Come se l’esaltazione della magnificenza possa oscurare l’orrore, dei corpi sepolti sotto le macerie, delle bombe a due passi da casa, della crisi che erode salari, condizioni di vita.

Paradossalmente è come rintanarsi in uno spazio atemporale, irreale, per esorcizzare l’incombente pericolo a cui siamo esposti.

Da Benigni a Ferragni

Prova ne sia il discorso di Benigni, che esalta la Costituzione antifascista, senza sottolineare che quella Costituzione è stata e è oggetto di manomissioni per indebolirne la forza. Senza sottolineare che gli eredi del fascismo sono ora al governo. E che i loro dirigenti non si fanno scrupolo nel violare i più elementari principi istituzionali alla prima occasione disponibile.

Prova ne sia la Ferragni che fa sfoggio delle sue grazie, che lancia slogan, “pensati libera”, “ goditi il vento”, verso le donne. Quelle che vengono uccise in famiglia, che non possono abortire per gli obiettori di coscienza. Quelle che non riescono a mettere insieme il pranzo con la cena, quelle sottopagate e violentate . Pensiamoci libere, corriamo con il vento. Provaci tu Ferragni a parità di condizione.

Finte ribellioni

E poi le finte ribellioni di alcuni artisti, che sfasciano tutto, per dare quel tanto di tocco trasgressivo, quel richiamo ribelle buono per tutte le occasioni. Mentre lo spettacolo continua, uguale a se stesso. Come continua la catastrofe, a 48 ore dopo il terremoto, si dispera di trovare altre persone vive. L’OMS calcola che saranno oltre 20 mila i morti.

E mentre gli aiuti arrivano in Turchia da tutti i paesi del mondo, in Siria gli aiuti non arrivano o sono ridotti al lumicino. È scattata la vendetta geopolitica contro la Siria. Lì i morti sono meno morti. Le organizzazioni umanitarie chiedono a gran voce di sospendere le sanzioni verso quel paese, ma niente, i siriani devono morire. E insieme alla Siria, muore l’Europa, muore la sua voce libera, autonoma, umanitaria.

E poi ci siamo noi

E poi ci siamo noi, bombardati dalle narrazioni di una ripresa economica positiva, mentre L’Istat certifica che i già bassi salari hanno perso il 7,6% di potere d’acquisto rispetto all’inflazione, che la quota salari rispetto al Pil è diminuita, mentre è cresciuta la quota dei profitti ricavati dalle imprese scaricando i costi sull’aumento dei prezzi.

Continueremo a vedere Sanremo e poi ci sarà il dopo Sanremo, e poi canticchieremo la canzone vincente, mentre conteremo i morti per il terremoto, invieremo altre armi in Ucraina, con il pericolo sempre più vicino di inviare anche i nostri figli.

Ma lo stridore che fa più paura è quello di sentirsi impotenti, soli. A questo dovremmo reagire e ribellarci al più presto.


Ma che fine hanno fatto i garofani?

Claudio Valeri su Facebook

L’increscioso gesto di Blanco, che il Festival l’ha pure vinto con una di quelle lagne che vanno di moda negli ultimi anni, mi porta ad un altro pensiero. Ma che fine hanno fatto i garofani? Sì, quei garofani che affollavano le serre sopra la cittadina ligure e che per anni hanno circondato il palco sanremese, dove sono finiti?

Non credo siano spariti per i cambiamenti climatici, ma chissà. Bettino Craxi ne fece l’immagine del Partito Socialista e, finita drammaticamente la stagione craxiana, i garofani, simbolo del 1°Maggio, sono spariti anche dal teatro che ospita il festival. O forse si sono rimpiccioliti e confusi tra le rose.

Per cui il “piazza pulita” floreale di quel “coglione” che non sentiva nulla in cuffia, mi ha ricordato la questione dei garofani, quelli con cui i portoghesi antifascisti fecero una pacifica rivoluzione.

E spero che, rimettendo i fiori a posto, qualcuno si ricordi di loro e ne ritrovi almeno una dozzina. Per fare pace con il passato. Almeno al festival di Sanremo.


Putin colpirà presto il ‘ventre di fuoco’ del Donbass

Piero Orteca su Remocontro

Il ministro della Difesa ucraino rimosso, e la smentita di Zelensky che di fatto conferma la feroce partita politica interna. Episodi clamorosi di corruzione sulla pelle del loro stesso Paese sfuggiti al controllo del ministro della Difesa, la versione semiufficiale. Mentre lui, Oleksii Reznikov (o chi per lui), scrive su twitter che è arrivato a Kiev il ‘primo carrarmato tedesco Leopard 2. «La coalizione dei tank è in marcia… verso la vittoria».

Ma sul campo di battaglia le cose sembrano andare diversamente, con la disinformazione arma di sempre, come ci svela Piero Orteca

Il ‘ventre di fuoco’ del Donbass

Il “ventre di fuoco” la regione centrale strategica del Donbass, che va da Lytman a Bakhmut, passando per Slovyansk e Soledar. Chi controlla quest’area, in pratica, riesce a legare, più agevolmente, i due vertici della mezzaluna, che da nord scende fino alla Crimea. Ed è per questo che i combattimenti tra russi e ucraini, già da qualche settimana, si sono concentrati proprio in un tale fazzoletto di chilometri. Dove i morti si contano a migliaia, perché più stretta è la linea del fronte, più alta è la concentrazione del volume di fuoco e, come conseguenza, maggiormente devastante diventa il pedaggio di vite umane che va pagato alla guerra.

L’allarme di Kiev e i dubbi britannici

Probabilmente, a partire da questa regione, prima della fine del mese, si dovrebbe sviluppare una potente offensiva dell’esercito di Putin. Lo va ripetendo da tempo lo Stato maggiore ucraino e lo ribadiscono fonti dei servizi segreti occidentali. Anche se, proprio ieri, il Ministero della Difesa britannico, ha fatto trapelare delle valutazioni che ridimensionano l’allarme lanciato da Kiev. In sostanza, dicono a Londra, i russi non hanno uomini a sufficienza da lanciare nella mischia e, soprattutto, sembrerebbero a corto di armi e munizioni. Ma il governatore ucraino dell’oblast di Luhansk, Serhiy Haidai, ha affermato che la Russia continua a rafforzare la sua capacità offensiva e a spostare truppe in prima linea. 

Secondo gli analisti, l’offensiva è stata preparata ritirando molte unità da aree ritenute strategicamente meno importanti, per poi riposizionarle nel cuore del Donbass. Questo ha dato l’impressione che le forze di Mosca fossero in difficoltà totale.

La verità nel mezzo e il deserto dai tartari

La verità, invece, sta nel mezzo: hanno sottovalutato l’avversario e hanno dovuto riscrivere completamente i piani d’attacco, ridimensionando gli obiettivi. Adesso, tutti sono convinti che Putin voglia puntare a conquistare o a demolire le infrastrutture energetiche, oltre a quelle industriali e trasportistiche dell’Ucraina. Lui pensa che, per l’Occidente, salvare l’Ucraina sarà un ‘affare in perdita’, perché la guerra lascerà un tale deserto dei tartari che, per ricostruire il Paese, ci vorranno trilioni e trilioni di dollari. Anche per questo, Putin ha chiesto al suo Stato maggiore un’infornata di nuove truppe, addestrate nella Russia occidentale e persino in Bielorussia. I contingenti, secondo Haidai, stanno già prendendo posizione, tanto che “dal 15 febbraio in poi ci si può aspettare in qualsiasi momento un attacco dell’esercito di Mosca”, ha detto. Gli ucraini, nel frattempo, hanno riposizionato le loro forze sulla difensiva, in attesa della probabile offensiva nemica. 

Armi armi armi, ma forse non basta

Intanto, continuano a moltiplicare i loro appelli a Washington e all’Europa per ottenere, al più presto, oltre ai carri armati, anche caccia da “superiorità aerea”, in particolare gli F-16. Occorre sottolineare che le forze di Zelensky si battono strenuamente e cercano di non cedere di un millimetro. Ma la sensazione è che il tempo non giochi a loro favore, come credevano gli strateghi occidentali fino a qualche mese fa, magari confidando sull’efficacia delle sanzioni economiche inflitte a Mosca.

Confusione ai vertici ucraini

Tra le altre cose, si nota anche una certa confusione nella governance, che desta più di una perplessità. I continui e massicci rimescolamenti al vertice, ordinati da Zelensky per combattere la corruzione, cominciano a lasciare il segno. L’ultima “rimozione” riguarda addirittura il Ministro della Difesa, Oleksiy Reznikov, silurato e destinato a un altro incarico. Anche se resta da vedere, come scrive il Wall Street Journal, l’epilogo di questa storia contorta. In effetti, la campagna di moralizzazione del Presidente ucraino ha già colpito duramente il mese scorso, quando sono stati rimossi numerosi alti funzionari. Nel caso di Reznikov, la faccenda è ancora più delicata, perché ci sono in ballo acquisti fatti per conto dell’esercito che sarebbero stati pagati “fuori misura”.

Armi strapagate rubando dai soldi donati

Si parla di almeno 3,2 milioni di dollari, truffati al bilancio della Difesa, spesi per prodotti pagati da 2 a 3 volte più del necessario. Reznikov non sarebbe personalmente coinvolto, ma in quanto supervisore di ultima istanza, verrebbe considerato “oggettivamente” responsabile. Con l’avvertenza che, anche sulla destituzione del Ministro (non ancora ufficializzata) ci sarebbero divergenze nel blocco di potere ucraino.

Il motivo è semplice: non è un bel biglietto da visita rimuovere un “controllore” che non ha saputo controllare. Specie quando ti arrivano dall’estero miliardi su miliardi di dollari.


Morte di Dio e coscienza morale.

di Giovanni Lamagna

Non c’è dubbio che la “morte di Dio” nella coscienza collettiva della modernità e, ancora più, della contemporaneità abbia determinato uno scombussolamento nella sensibilità morale e nella stessa vita spirituale degli individui. Reso molto bene dalle parole che Dostoevskij mette in bocca a Ivan Karamazov: “Se Dio non esiste, allora tutto è permesso”.

E, però, voglio sperare che prima o poi gli uomini prendano consapevolezza che l’agire senza freni morali, ovverossia per fini esclusivamente individuali ed egoistici, fa del male non solo agli altri, ma in fondo anche a sé stessi. E che quindi recuperino il senso dei valori altruistici ed universali, che stanno alla base di tutte le tradizioni religiose del mondo e di qualsiasi epoca, anche in una visione non più religiosa ma del tutto laica della vita e della morale.

Chi non è in contatto con se stesso va alla deriva

Chi non è in contatto con sé stesso della vita coglie solo la superficie. Vive in una sorta di stordimento/dormiveglia. Non fa quello che realmente vuole e desidera (come spesso, invece, si illude di fare), ma quello che è trascinato a fare da una sorta di corrente che lo trascina. Va, insomma, alla deriva. E molto spesso non ne ha manco coscienza; quindi non ne soffre neanche particolarmente; perché vive in una sorta di beata (o, meglio, beota) incoscienza, letargia, anestesia.

Questo discorso vale sicuramente per il singolo, per l’individuo, ma vale anche – pari, pari – per molte società di cui si compone l’Umanità. Oggi – ho l’impressione – stiamo vivendo – come mondo nel suo complesso, specie qui da noi in Occidente – proprio una situazione di questo tipo: stiamo andando verso il disastro e non ce ne rendiamo – salvo rare eccezioni – manco conto.

Come i passeggeri del Titanic

Siamo come i passeggeri del Titanic, che – mentre il piroscafo navigava nella nebbia e stava per scontrarsi con l’iceberg che lo avrebbe nel giro di pochi attimi fatto inabissare causando la morte di più di 1500 persone – ballavano e si divertivano, completamente ignari (incoscienti, appunto!) della tragedia alla quale stavano andando incontro.

Chi non è in contatto con sé stesso vive il tempo esclusivamente come kρόνος, come uno scorrere anonimo di attimi indistinti, sostanzialmente tutti uguali a sé stessi, senza particolare significato e valore. Alla rincorsa di beni e piaceri materiali, per lo più voluttuari, nella illusione (che è quasi un delirio) di poter trovare in essi, anzi nell’accumulo di essi, il benessere e persino la felicità desiderati.

Chi è in contatto con se stesso

Chi è in contatto con sé stesso vive, invece, il tempo come καιρός; tende cioè a dare ad ogni attimo un valore particolare, unico ed irripetibile. Chi vive il tempo in questo secondo modo non dà particolare valore ai beni materiali, dà invece grande valore a quelli spirituali, fondati non tanto sul valore economico delle cose possedute, ma sul modo del tutto personale – direi creativo, generativo –  di viverle e di goderle.

Può capitare a chi vive il tempo come καιρός di essere, possedendo poco, molto più felice di chi vive il tempo come kρόνος, possedendo molto. E’ questa la differenza fondamentale tra chi ha scelto di puntare prevalentemente sull’esseree chi, invece, ha puntato le sue carte esistenziali soprattutto sull’avere.


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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