La sinistra e lo scontro nucleare
All’attenzione di Elly Schlein, che ritengo il candidato alla segreteria più adatto a favorire quest’ultima possibilità per il PD di darsi un’identità di sinistra, vorrei rivolgere l’invito a dare un’occhiata ed eventualmente sottoscrivere un appello internazionale. Quello che ripropone oggi con forza la via negoziale ad un conflitto che “rafforza la politica dei blocchi contrapposti e fomenta la corsa gli armamenti e la militarizzazione, generando l’aumento delle spese militari degli stati ed enormi profitti per l’industria bellica”.
L’ appello reca la firma dei presidenti della Colombia e dell’Argentina, a cui seguono già quelle della segretaria di Podemos e ministra dei Diritti Sociali di Madrid Ione Belarra, di Jean-Luc Mélenchon fondatore de “La France Insoumise”, dell’ex segretario del Partito Laburista britannico Jeremy Corbyn e della coordinatrice del Bloco de Esquerda portoghese Catarina Martins. Sarebbe anche un modo di rispondere all’appello rivolto ieri alle Nazioni Unite dal segretario generale Antonio Guterres.
“Il mondo è al più alto rischio da decenni di una guerra nucleare” ha detto. Non solo. “Temo che il mondo non stia camminando come un sonnambulo in una guerra più ampio, temo che lo stia facendo con occhi ben aperti”. E ancora: “Dobbiamo porre fine alla minaccia rappresentata dalle 13mila armi nucleari immagazzinate negli arsenali di tutto il mondo”. Ha ragione Alessandro Gilioli a sottolineare l’ “estrema naturalezza” con cui veniamo informati di un’apocalisse imminente. E se i nostri rappresentanti non si svegliano, molto più di quelle accadute finora sarebbe questa una buona ragione per assediare i Palazzi del potere. (nandocan)
Con estrema naturalezza
Alessandro Gilioli su Facebook
(nella foto: titolo e foto sul Corriere)

Con estrema naturalezza, dopo le ultime da Sanremo, il Corriere della Sera ci informa in home che lo scontro nucleare è ormai probabile.
E’ così che ci siamo arrivati, giorno dopo giorno, in un anno, con la stessa naturalezza: una mitridatizzazione lenta ma continua, per rendere accettabile e perfino probabile quello che prima era l’impensabile.
Giorno dopo giorno, arma dopo arma, esaltazione bellica dopo esaltazione bellica.
Non guardo Sanremo e mi indigno per la solidarietà differenziata ai terremotati
di Ennio Remondino
Ieri abbiamo citato Alberto Negri nella sua reprimenda contro la ‘diplomazia del livore Usa ed europeo’ contro la Siria. «Ambasciate siriane chiuse, niente relazioni diplomatiche, sanzioni europee e Usa pervasive, Biden che non cita la Siria nel suo discorso sul terremoto: neppure questa tragedia smuove la geopolitica occidentale. Solo minoranze laiche e cristiane rivolgono un pensiero a quel Paese».
E chi parla di “terremoto in Turchia, ai confini con la Siria”. Oltre i confini, l’ignoto.

Turchia più terremoto, Siria più cattiva e più punita
Più di 8000 i corpi recuperati ed è bilancio ancora lontano dal suo orrendo finale: più di 6000 i morti in Turchia, per ora 2000 i morti ma soccorsi molto meno attivi in Siria, punita politicamente sia dal mondo che in casa. Due indegnità a sommarsi per quei poveri disgraziati sepolti vivi, fossero curdi anti-turchi o anti-Assad, fazioni arab pro o contro il regime di Damasco, o persino jihadisti chiusi nelle loro enclavi utili a qualcuno che ora sono crollate sulle vita di famiglie comunque innocenti. Mentre l’Organizzazione mondiale della sanità già ci avverte che i morti potrebbero essere fino a 20mila.
Solidarietà organizzata da telegiornali
«Body bag», assieme a squadre di soccorso. Soccorso ai sopravvissuti ai crolli e al gelo anatolico tra Siria e Turchia. «Diplomazia dei terremoti», la chiama Francesco Battistini sul Corriere della Sera. Si è vista operare dal Covid allo Tsunami, per esplosioni di centrali nucleari o qualunque tragedia sia a mettere in ginocchio un popolo. «Turchia e Siria non fanno eccezione: ieri all’alba sono partite subito squadre dalla Russia, dall’Olanda, dalla Romania e altre ne decolleranno, mentre i governi si mobilitano in tutto il mondo. Anzi: quasi tutto il mondo».
‘QUASI tutto il mondo’
«Perché c’è tragedia e tragedia. E c’è solidarietà e solidarietà». Approfittiamo dell’attenta contabilità di Battistini. Al presidente turco Erdogan sono arrivate proposte d’aiuto da 45 Stati al di fuori della Nato e della Ue, ma mobilitarsi per l’uno e non per l’altro fa spesso la differenza e, anche in circostanze drammatiche, svela le diverse strategie e anche la levatura della classe politica alla guida di un Paese. Partendo subito dall’Italia politica che tendenzialmente si dimentica della Siria, con qualche inciampo di memoria molto in alto.
Per chi non vale l’equidistanza umanitaria
- Colpisce il messaggio del presidente americano Joe Biden, per esempio, che esprime vicinanza ai popoli turco e siriano, promette sostegno all’alleato Nato, ma omette ogni riferimento a possibili collaborazioni col governo di Assad, che gli Stati Uniti tengono sotto sanzioni.
- Il premier israeliano Bibi Netanyahu parla solo dell’emergenza turca, evitando ogni parola sul nemico siriano, e lo stesso fa il segretario Nato quando invita gli Stati membri a mobilitarsi per l’alleato Erdogan.
- Più variegata la posizione di Vladimir Putin: con Ankara, consolidato rapporto d’amore-odio tra guerra in Siria e mediazione in quella ucraina, ma in Siria, c’è la presenza della più grande base militare russa sul Mediterraneo, a Latakia, che sarebbe stata a sua volta danneggiata dal sisma.
- L’incontenibile presidente ucraino Zelensky promette addirittura un’improbabile ‘assistenza’, ma solo all’amico turco che rifornisce Kiev d’armi e di droni, ed è attento a non citare mai la Siria che è stata fra le poche nazioni al mondo, dopo l’invasione di Putin, a riconoscere l’annessione del Donbass alla Russia.
Terremoto usato come arma politica
La parte di Siria più distrutta dalle scosse sembra quella controllata dai ribelli ed ecco il paragone mirato di tanto orrore: «è stato peggio d’un bombardamento di Assad».
E siamo alla stretta attualità di oggi che ci porta ancora una volta nell’orrore siriano, questa volta vergogna di casa. Ancora Battistini sul Corriere: «Il diktat di Zein, la figlia di Assad: ‘Attenti, non aiutate in quelle zone’. Sui social la 19enne figlia del dittatore chiede di escludere le aree in mano agli oppositori. Le bombe dopo il sisma nelle aree dei ribelli. I soccorsi internazionali bloccati».
Le scosse, i morti, il buio, il gelo, la fame, la paura. E Assad.
«Due minuti di terremoto son riusciti a finire il lavoro di dodici anni di guerra, seppellendo i più sfortunati che già vivevano sigillati nei campi profughi e nelle città di cartone, ma il regime di Bashar al-Assad sa bene come peggiorare il peggio: poche ore dopo il sisma, quando ancora si levavano colonne di polvere dalle case distrutte, mentre a mani nude si scavava per tirare fuori cadaveri e feriti, l’esercito siriano ha bombardato. Raid e cannonate su Marea, 25 km a nord di Aleppo».
Nessuna pietà. Né per i morti, né per i vivi
E la distruzione siriana propone in maniera esemplare l’atroce gara per il ‘più cattivo’. Chi, dalle cancellerie occidentali dimentica non solo gli aiuti ma persino la pietà per i siriani colpiti, o un regime che -così viene riferito-, «rifiuta gli aiuti, perché diretti in regioni dell’opposizione». E la Turchia nel caos che ha chiuso le frontiere e i soccorsi diretti nel paese vicino. «D’una comunità internazionale paralizzata dalle sanzioni imposte ad Assad, incapace d’entrare in un’emergenza catastrofica», ancora Battistini, che tenta un bilancio anche in casa dei ‘cattivi’.
Ci sono almeno 250 villaggi rasi al suolo, decine di campi profughi devastati, 400 località colpite, in ginocchio Aleppo, Hama, Latakia, Idlib. C’è una cittadina, Harem, che conta un morto ogni venti abitanti. E Jeindreis, 25 mila persone e più di mille vittime. Nessuno ci va, a parte il nunzio apostolico Mario Zenari, Sant’Egidio e qualche missionario, o i volontari della Mezzaluna rossa, tutti concordi nel chiedere una sola cosa: sospendere le sanzioni, consentire i soccorsi a chiunque, lealisti e oppositori, arabi e curdi, musulmani e cristiani.
Il messaggio di Zelensky

di Massimo Marnetto
Il messaggio di Zelensky che leggerà Amadeus è prevedibile: ribadirà aggressione, diritto di difesa, richiesta di aiuti, volontà di vittoria. Applausi, breve stacco pubblicitario, ritorno del canto, polemiche del giorno dopo. The show must go on e la tragedia fa audience.
Anzi, è andata bene, perché qualche sensazionalista poteva pure portare sul palco un terremotato turco ancora sporco di calcinacci o un naufrago africano luccicante nella sua coperta termica. Il tutto servito a mo’ di sorbetto spezza-evento, come quelli usati per svegliare i palati nei banchetti di nozze infiniti come l’abbuffata nazional-canora, nella collaudata sequenza: esibizione, contrasto, pubblicità, rieccoci qua. Ridateci Cavallo Pazzo.
Agghiacciante Sanremo

Sergio Criscuoli su Facebook
Scatena la propria rabbia violenta distruggendo a calci tutte le fioriere del palco, poi spiega (non si giustifica) che non sentiva la voce in cuffia e aggiunge più volte che però si è divertito molto… Amadeus gli offre tutta la sua comprensione e anche un premio: “Rimettiamo tutto a posto e ti facciamo cantare di nuovo”. Per fortuna il pubblico dell’Ariston non ha smesso di fischiare.
Trovo questo siparietto agghiacciante.
Cosa diremo a nostro figlio quando prenderà un brutto voto a scuola e spaccherà i banchi della classe?
Se questo messaggio così diseducativo era una messinscena, come è lecito sospettare, è ancora peggio. Un episodio gravissimo, una grande vergogna per la Rai e per il nostro Paese.
I genitori a casa cerchino di rimediare.
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