Reader’s – 27 gennaio 2023. Rassegna web di

La tragedia ucraina fra morti e calcoli folli

Ettore Giampaolo su Facebook

Ancora una riunione di oltre 50 Paesi occidentali per decidere, ancora, l'invio di altre armi all'Ucraina affinché questo costringa la Russia, che non se ne convince da 11 mesi, a trattare. Una guerra che coinvolge 50 Paesi è già una guerra mondiale. Ma non basta. Stando ai fatti, questi 11 mesi di guerra hanno aperto una crisi di fondo nelle prospettive economiche di un'Europa privata dell'energia a basso costo che comprava dalla Russia,

Stando ai fatti, questi 11 mesi di guerra hanno annientato l'Ucraina che si pretende di difendere e che, invece, militarmente, è in campo solo grazie all'invio di armi da parte dei Paesi occidentali; sopravvive, economicamente, solo grazie al continuo invio di risorse da parte di UE e USA; esiste, politicamente, al prezzo dell'assoluta dipendenza da Paesi stranieri, mentre le sue strutture ed infrastrutture sono, di fatto, al lumicino. Unica prova di esistenza in vita, la disperata resistenza di soldati e cittadini

Ridicoli e tragici esiti

Dunque è chiaro che a "resistere" sono, di fatto, Nato, USA, UE mentre gli ucraini mettono "solo" decine di migliaia di morti, militari e civili, cinicamente sacrificati alla duplice e speculare follia di risolvere una controversia fra Stati attraverso una violenza che né riesce a respingere l'invasione russa, né consente ai russi di costringere l'Ucraina alla resa.

Dunque viene naturale chiedersi: ma -qualunque sia la conclusione di questo conflitto- quale sovranità territoriale avranno le migliaia di morti? Ed i sopravvissuti ucraini di quale sovranità godranno con un Paese che dipenderà per annii e per tutto, dalle sovvenzioni - certo non disinteressate né gratuite - fornite da altri Paesi per la ricostruzione?

E la Russia, a fine conflitto, quale maggiore "tranquillità" avrà, essendo stata, nel frattempo e a causa dell'invasione" circondata da Paesi aderenti alla Nato divenuta più forte ed aggressiva? Per questi ridicoli e tragici esiti, si contano centinaia di migliaia di morti fra le due parti.

E sono queste morti innocenti a condannare senza appello:opposte velleità imperialistiche, in un mondo ormai multipolare; analoghe “logiche di profitto”, in questo caso per i “complessi militar-industriali”, in un mondo che presenta il conto con una terribile crisi climatica; analoghe manovre geopolitiche che preparano solo un’ulteriore tensione fra i blocchi contrapposti di USA più un’ Europa indebolita e di Cina più una Russia indebolita

Se l’Europa legasse l’invio di armi agli accordi di Minsk

Eppure, per evitare il finale tragicomico suggerito dai fatti, sarebbe bastato, e forse ancora basterebbe, che l’Europa, schierandosi con l’Ucraina, ma a concreta difesa di quelle genti, legasse l’invio di armi alla disponibilità, di entrambe le parti, ad accettare la soluzione del conflitto contenuta nei già sottoscrittii accordi di Minsk, (entro i confini dello Stato Ucraino, autonomia amministrative e culturale per le province russofone del Donbass)

Così facendo l’Europa legherebbe l’aiuto in armi alla spinta verso un concreto accordo, aprirebbe uno spiraglio per la fine del massacro, si darebbe un ruolo autonomo pur nell’alleanza atlantica ed eserciterebbe in concreto il ruolo, che si era data, di garante degli accordi di Minsk i quali, se fatti rispettare per tempo, avrebbero risparmiato migliaia di vite che, per i conclamati valori occidentali, dovrebbero essere più importanti degli affari conclusi vendendo, con questa guerra, armi, gas e petrolio.


E invece ancora invio di più armi, ancor più micidiali spingendo il conflitto verso la drammatica scommessa di un conflitto nucleare


Se invadessero una parte dell’Italia

di Massimo Marnetto

Nell’articolo di Donatella Di Cesare ”Armi a Kiev: l’ipocrisia si è istituzionalizzata”, l’autrice denuncia l’ambiguità di chi mischia guerra e pace. Giusto. Ma nel suo ragionamento, non cita mai la parola libertà. Si combatte per la libertà, anche se si odia la guerra.

Io, professoressa Di Cesare, se invadessero una parte dell’Italia, prenderei le armi per difendere la libertà, da chi vuole sopprimerla. Non lo farei volentieri perché sento il valore immenso della pace, ma lo farei.

Come l’hanno fatto per me i Partigiani uccisi sui monti o a Porta San Paolo sparando in cravatta ai nazisti o impiccati ventenni nei paesi. Professoressa Di Cesare, rispetto il suo punto di vista, ma mi spieghi cosa si deve fare contro il violento che vuole togliere la libertà!

Sennò tutto finisce nella banale contrapposizione tra guerra brutta (qualsiasi) e pace bella (qualsiasi).


Fedelta’ al fascismo

….E quanti sarebbero oggi nelle medesime circostanze?


Manicheismo

Alessandro Gilioli su Facebook

La decisione del Museo della deportazione di Auschwitz di escludere la Russia dalle celebrazioni del 27 gennaio io la vedo soprattutto come un segno evidente dell’attuale prevalenza subculturale del manichesimo, e il rifiuto della contraddizione che è invece parte della vita, quindi della storia.

Auschwitz fu liberata dai russi. Insomma da Stalin. Un dittatore sanguinario, un uomo che rappresenta – anche lui – il Male. Eppure furono le sue truppe a liberare Auschwitz. Questo dovrebbe insegnare che la divisione verticale e assoluta tra buoni e cattivi, ecco, è un po’ fragile.

Che è un po’ la stessa incrinatura provocata da tantissimi altri fatti della Storia – Hiroshima e Nagasaki in testa, a compiere quello spaventoso crimine contro l’umanità sono stati quelli che avevano appena liberato noi dal nazifascismo.

Oggi, in piena guerra, prevale invece il manicheismo assoluto e sciocco: non si accetta che i buoni possano essere altrove anche i cattivi e i cattivi altrove anche i buoni.


I fatti sono fatti

Roberto Seghetti su Facebook

I fatti sono fatti, anche se nascosti da tante chiacchiere. Leggi i giornali, senti i tg e sembra che la destra non abbia possibile alternativa. Ma questo è vero solo perché gli altri giocano da soli, separati come i polli di Renzo. Dall’ultimo sondaggio di Pagnoncelli oggi sul Corriere: Fdi 30,5; Lega 8,3; Fi 6,8. Totale 45,6. M5S 18,2; PD 16,4; Terzo polo 7,1; Si e Verdi 4,1. Totale: 45,8.

*. *. *

Giusto, se non fosse che il terzo pol(l)o si alleerebbe più facilmente con Fi che con Si e Verdi e chissà che prima o poi non ci riesca. Il problema oggi non è quello di allargare l’opposizione ma quello di chiarire le posizioni e far rientrare nella sinistra i tanti che se ne sono andati perché nessuno li ascolta. (nandocan)


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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