Reader’s – 11 gennaio 2023. Rassegna web

Dove va il PD?

Intervistato dal Manifesto, l’ex segretario Nicola Zingaretti pur dichiarando il suo apprezzamento per l’insistenza che Elly Schlein pone sulla giustizia sociale e ambientale come obbiettivi del nuovo corso del PD, attende di leggere i programmi prima di pronunciarsi sulle candidature. Anche per lui quindi – come ha risposto ad Andrea Carugati – il PD dovrebbe “essere il partito della giustizia sociale e della difesa del pianeta, e far discendere i nostri comportamenti da questi presupposti. Questa doveva essere la vera novità del percorso di ricostruzione, in grado di ritrovare empatia con il nostro popolo. Invece siamo all’ennesimo rito della conta. In 15 anni il PD a cambiato una cosa sola: i segretari. Temo che ancora una volta, invece di affrontare i nostri limiti, si torni a coltivare l’illusione di poter prendere tempo”.

Sia la politica che le leggi non sono mai neutrali, come ricorda Gaetano Lamanna in un’altra pagina dello stesso giornale. Riflettendo sempre i concreti rapporti di forza politici e sociali, “determinano vantaggi e svantaggi, vincenti e perdenti. Le cose si complicano ulteriormente quando nei processi legislativi e decisionali interferiscono le lobby, una moltitudine di valenti e ben pagati avvocati, tributaristi, ex politici, mediatori d’affari, impegnati a ottenere trattamenti speciali per i loro datori di lavoro nonché padroni dell’economia e della finanza”.

Quelle lobby – aggiunge Lamanna, con implicito riferimento all’ipocrisia di chi in nome di un falso interclassismo e invocando un’astratta competenza punta solo a conservare lo status quo negando ogni differenza tra destra o sinistra – quelle lobby “stazionano nei corridoi e nelle anticamere dei palazzi del potere e mollano la presa solo dopo aver confezionato abiti su misura ai processi di business. Si caratterizzano per scarsa trasparenza e non si fanno scrupolo, all’occorrenza, di ricorrere alla corruzione pur di piegare le regole agli obiettivi da raggiungere”. Difficile che se ne parli sui grandi media. Ma poi bastano poche settimane di governo perché i partiti dimostrino da quale parte stanno. (nandocan)


La legalità è ecologia sociale

di Massimo Marnetto

La filosofia della riforma Cartabia è che per velocizzare la giustizia bisogna negarla, salvando la forma. Come quando espone il privato all’onere di presentare querela per reati violenti prima perseguiti d’ufficio, senza assegnargli una scorta che lo protegga dalle ritorsioni del querelato.

Ma se anche chi ha subito un torto riesce a portare il denunciato in tribunale, potrà vedere vanificati i suoi sforzi per la fine del tempo a sua disposizione (improcedibilità), consumato da procedure inutilmente complesse e dalla banale mancanza di organico. 

Negare la giustizia è revocare la democrazia. Annullare processi è come tagliare alberi su un versante scosceso: non succede niente finché non viene giù tutto senza preavviso. La legalità è ecologia sociale.


1500 soldati italiani nell’Europa dell’Est, fronte Russia, quasi di nascosto

da Remocontro

In meno di un anno è aumentato di cinque volte il numero dei militari italiani schierati in Europa orientale vicini alle frontiere con Ucraina, Russia e Bielorussia. Sui 7.000 effettivi impiegati attualmente in missioni internazionali, quasi 1.500 con targa Nato, impegnati nel ‘contenimento delle forze armate russe’, testuale. Nelle Repubbliche baltiche, in Polonia, Romania, Bulgaria e Ungheria, in grandi installazioni terrestri, aeree e navali.
Tutto ufficiale e formalmente noto, ma spezzettato in brandelli di missioni spesso indecifrabili, dati mai aggregati, forse non a caso.

Ucraina e corsa al riarmo

«A seguito dell’invasione russa dell’Ucraina del 24 febbraio 2022 il processo di riarmo e militarizzazione dell’Europa orientale è pericolosamente dilagato e ancora oggi appare inarrestabile», la denuncia di ‘Pagine Esteri’ che non fa certo sconti a Mosca, ma neppure sul fronte opposto. «E l’Italia c’è con le sue truppe d’élite, le brigate di pronto intervento, gli obici, i carri armati e i cacciabombardieri», scrive Antonio Mazzeo, critico ma rigoroso. 

Lettonia, Ungheria, Bulgaria e Romania

A inizio 2023 miliari italiani in Lettonia, Ungheria, Bulgaria e Romania. Truppe che ci descrivono in ‘stato d’allerta’ con addestramento ‘in condizioni estreme’ ad ogni possibile scenario di conflitto con il Cremlino. «Dai combattimenti casa per casa, vicolo per vicolo, piazza per piazza, agli sfondamenti nell’infinito bassopiano sarmatico, finanche all’impiego di armi atomiche, chimiche e batteriologiche e alla ‘sopravvivenza’ al tragico inverno nucleare».

Esagerato Mazzeo? Ma le sue fonti sono tutte ufficiali. Basterebbe andarle e carcere e volerle leggere. Con i ‘Grandi media’ un po’ distratti, o svogliati. Fonte alternativa, ‘Analisi Difesa’, e tutti dati confermati. Salvo una sempre possibile lettura diversa degli stessi fatti. 

Quali soldati, dove e cosa

Componente terrestre, la più numerosa, oggi è presente in Lettonia, Ungheria e Bulgaria, inquadrata all’interno delle forze di intervento rapido della NATO, i cosiddetti ‘battlegroup’, gruppi di battaglia. «Una misura di natura difensiva, proporzionata e pienamente in linea con l’impegno internazionale della NATO che intende rafforzare il principio di deterrenza dell’Alleanza», mette le mani avanti lo Stato Maggiore difesa.
Più realista ed esplicita la versione del Comando generale della NATO. «Questi battlegroup sono multinazionali e pronti al combattimento e dimostrano la forza del legame transatlantico». «I battlegroup sono parte del più grande rinforzo della difesa collettiva della NATO da una generazione a questa parte».

Dal Baltico al Mar Nero

Dopo l’invasione russa dell’Ucraina la NATO ha rafforzato la propria presenza in Europa orientale dispiegando migliaia di truppe supplementari e istituendo in tempi rapidissimi altri quattro nuovi gruppi tattici multinazionali in Bulgaria, Ungheria, Romania e Slovacchia. «Oggi gli otto gruppi tattici si estendono lungo tutto il fianco orientale della NATO, dal Mar Baltico a nord al Mar Nero a sud», spiega lo Stato Maggiore italiano. «‘40.000 truppe’, mezzi aerei e navali sotto il diretto comando della NATO, e altre centinaia di migliaia di truppe provenienti dai ‘dispiegamenti nazionali’ degli Alleati».

«Rafforzamento delle difese avanzate, potenziamento dei gruppi tattici nella parte orientale dell’Alleanza fino al livello di brigata, la trasformazione della Forza di risposta della NATO e l’aumento del numero di forze ad alta prontezza a ben oltre 300.000 unità».

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La morte di Dio e il potere dell’uomo

di Giovanni Lamagna

La perdita della fede nell’esistenza di un Dio trascendente è, a mio avviso, l’esito necessario e inevitabile della constatazione dell’esistenza, dilagante e non certo marginale, del Male nel mondo, soprattutto nella forma del dolore; questo per chiunque abbia non dico una competenza filosofica all’altezza della contemporaneità, ma almeno un adeguato senso critico e non voglia vivere di alienanti illusioni.

Questo male e questo dolore radicali, che arrivano a colpire anche (e persino) gli innocenti, quindi del tutto ingiustificabili ed assolutamente senza senso, sono, infatti, incompatibili con la fede nell’esistenza non solo di un Dio buono e misericordioso (come quello che Gesù chiamava “Padre”), ma anche di un Dio giusto per quanto severo, l’unico Dio in cui avrebbe ancora un senso credere.

E, tuttavia, questa perdita della fede nell’esistenza di un Dio trascendente non può, non deve comportare come conseguenza (altrettanto necessaria e inevitabile) la presunzione da parte dell’uomo che allora tutto è per lui possibile, che tutto gli è consentito, come ipotizzava un personaggio di Dostoevskij in un famoso passaggio de “I fratelli Karamazov”.

O che l’uomo potrà/dovrà addirittura prendere il posto del Dio onnipotente oramai decaduto, come (con esiti – non a caso – devastanti per la sua salute mentale) arrivò a preconizzare Friedrich Nietzsche, il filosofo del Superuomo o dell’Oltre-uomo.

Sarebbe questo non solo il peccato più grande che l’uomo possa commettere; come dice Recalcati, “il solo peccato che nel testo biblico conta, quello della deificazione dell’uomo, di nutrire il desiderio di essere come Dio, di farsi Dio” (da “La legge della parola”; 2022; p. 240); ma sarebbe soprattutto causa della sua perdizione fatale.

Un uomo che, una volta morto Dio, si considerasse assolutamente libero e padrone onnipotente del proprio destino, dio al posto del Dio morto o definitivamente decaduto, sarebbe destinato a perdersi, a dissiparsi, a frantumarsi, a dissolversi, a schiantarsi prima o poi contro il muro della sua presunzione.

Pe cui l’uomo, almeno a mio avviso, anche dopo la morte di Dio, non può fare a meno di accogliere ed accettare l’intrinseca necessità che lo limita, ovverossia l’esistenza dell’Altro, che non sarà più un Dio che gli si impone dall’esterno e lo domina, ma un dio (gli antichi Greci lo avrebbero definito un “daimon”, un demone) che lo abita dentro, che vive nel suo foro interiore.

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Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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