La vera alternativa è il socialismo democratico, partecipativo e federale, ecologico e meticcio, il quale, in fondo, non è che un logico prolungamento di un movimento a lungo termine verso l’uguaglianza iniziato alla fine del XVIII secolo. E perché ciascun paese possa contribuirvi in modo decentralizzato, andranno sviluppate nuove forme di sovranismo a vocazione universale. … Tutte le trasformazioni ricordate in questo libro – si tratti di patto sociale, imposta progressiva, socialismo partecipativo, uguaglianza elettorale e scolastica o uscita dal neo colonialismo – potranno avere luogo solo tramite forti mobilitazioni e lotte di potere.
Le forze del cambiamento: riscaldamento climatico e lotta tra ideologie
Tutte le trasformazioni ricordate in questo libro – si tratti di patto sociale, imposta progressiva, socialismo partecipativo, uguaglianza elettorale e scolastica o uscita dal neo colonialismo – potranno avere luogo solo tramite forti mobilitazioni e lotte di potere.
In teoria, ci si potrebbe aspettare che la prospettiva delle catastrofi, sempre meglio preconizzata dagli studi scientifici, sia di per sé sufficiente a provocare le mobilitazioni d’obbligo. Purtroppo, però, è probabile che solo danni tangibili e concreti più devastanti di quelli registrati finora arriveranno ad azzerare la prassi corrente e a rimettere radicalmente in discussione il sistema economico attuale. Oggi come oggi, nessuno può immaginare da quale versante del mondo si manifesteranno, in concreto, le nuove calamità.
Nel momento in cui un numero sufficiente di persone si sarà reso conto delle conseguenze drammatiche dei processi in corso nella stessa vita quotidiana, il loro atteggiamento nei confronti del libero scambio potrebbe cambiare radicalmente. È possibile anche prevedere reazioni ostili contro i paesi e i gruppi che hanno maggiormente contribuito al disastro, a cominciare dalle classi più prospere degli Stati Uniti, senza tuttavia dimenticare le colpe dell’Europa e del resto del mondo.
I paesi del Nord del mondo responsabili di quasi l’80% delle emissioni di CO2 accumulate dall’inizio dell’epoca industriale
I paesi del Nord del mondo, malgrado la percentuale limitata di popolazione (circa il 15% della popolazione mondiale, per l’insieme di Stati Uniti, Canada, Europa, Russia, Giappone), sono responsabili di quasi l’80% delle emissioni di CO2 accumulate dall’inizio dell’epoca industriale. Un’80% spiegabile con il fatto che le emissioni annue pro capite hanno raggiunto nei paesi occidentali, tra il 1950 e il 2000, livelli estremamente elevati: tra 25 e 30 tonnellate pro capite negli Stati Uniti, attorno alle 15 in Europa.
La Cina fino al 2000 era al di sotto delle 5 t, mentre tra il 2000 e il 2020 ha emesso tra 5 e 10 tonnellate annue pro capite. Considerata la traiettoria osservata fin qui, arriverà a raggiungere i livelli di vita occidentale senza essere mai passata attraverso emissioni pro capite elevate come quelle dell’Occidente. La cosa si spiega in parte con i progressi realizzati in termini di consapevolezza dei danni del riscaldamento e di nuove tecnologie disponibili.
Se le reazioni sono state lente e al momento restano ancora limitate, è solo perché gli interessi socioeconomici in gioco sono notevoli, sia tra un paese e l’altro sia all’interno di ciascun paese. L’attenuazione degli effetti del riscaldamento climatico e il finanziamento di misure di intervento per i paesi più colpiti (in particolare nel sud del mondo) invocano una trasformazione globale del sistema economico e della ripartizione delle ricchezze, un processo che passa attraverso lo sviluppo di nuove coalizioni politiche e sociali su scala mondiale.
L’idea secondo cui non ci possano essere che vincitori è una pericolosa e anestetizzante illusionedi cui ci si deve liberare al più presto.
Continua con: 23. Il socialismo cinese, le fragilità di una dittatura digitale perfetta.
da Remocontro Nessuno è così stolto da preferire la guerra alla pace, poiché in tempo di pace sono i figli che portano alla sepoltura i padri, mentre in tempo di guerra sono i padri che seppelliscono i figli.(Erodoto). La guerra nutre se stessa (Tito Livio) Predatori del mondo intero, adesso che mancano terre alla loroContinua a leggere “Contro la guerra”
Temo proprio che non sia consigliabile, e in molti casi perfino impossibile prendere sul serio molte dichiarazioni dell’attuale presidente Usa (speriamo per poco, una rielezione sarebbe fatale). Gli osservatori più seri lo sanno ma fingono di prenderle in considerazione (per non rinunciare allo scoop), prendendone tuttavia le distanze. Tanti altri invece si affrettano ad amplificarleContinua a leggere “La mancata insurrezione iraniana: ‘i curdi hanno rubato le armi’”
Trump non è la civiltà americana, ne è solo un usurpatore e un sintomo grottesco, ma è pur vero che il Congresso non lo ha fermato, l’esercito non si è ribellato, i giudici hanno dovuto tacere, gli infermieri non l’hanno prelevato, il suo staff lo ha sostenuto. Quello che è finito è però il mito americano, di cui anche noi siamo stati vittime, il mito o “sogno americano”, “libertà democrazia e libera impresa”, in nome del quale sono state portate guerre e maledizioni in tutto il pianeta, e popoli interi resi servi, e i “valori occidentali” contrapposti al “resto del mondo”, parola del “Corriere della Sera”.
dí Francesco Sylos Labini La guerra in Ucraina è stata largamente interpretata, nella narrazione dominante dei media mainstream, come una guerra di aggressione imperialista: secondo questa lettura, Putin avrebbe deciso di negare l’indipendenza dell’Ucraina, puntando a riassorbirla nella Russia, in una logica spesso paragonata a quella della Germania nazista nel 1939. In questa prospettiva, negoziareContinua a leggere “L’Iran e il crollo dei doppi standard”
Appare ormai molto credibile che solo la prevista sconfitta dei repubblicani nelle elezioni di medio termine possa riuscire ad allontanare il rischio di “un prolungamento distruttivo per tutti” dopo la minaccia di un intervento di terra per spaventare il regime iraniano. Si spera che l’isolamento di Trump non solo negli Stati Uniti ma anche inContinua a leggere “La guerra persa da cui Trump non sa come uscire”
Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli.
Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno.
Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione.
Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.
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