23. Il socialismo cinese, le fragilità di una dittatura digitale perfetta.

Malgrado le sue fragilità, il socialismo cinese ha nondimeno molti vantaggi. Le potenze occidentali, ostinandosi a difendere un’ideologia ipercapitalista ormai sorpassata, non riusciranno certo a limitare la crescente influenza del regime cinese… Viceversa, fa specie dover rilevare come i principali Stati occidentali si ritrovino, all’inizio degli anni 2020, con posizioni patrimoniali quasi nulle o negative.

Salvo una flessione impensabile, la Repubblica popolare cinese è destinata a diventare, nei prossimi decenni, la massima potenza economica del pianeta, anche se nessuno può prevedere a quale ritmo e per quanto tempo.

La Cina sembra essersi stabilizzata attorno a una struttura di proprietà che si potrebbe definire di economia mista: il paese non è più propriamente comunista, ma non è nemmeno completamente capitalista, poiché la proprietà pubblica rappresenta poco più del 30% del totale, una quota certo minoritaria ma in ogni caso molto sostanziosa.

Forte controllo statale sulle imprese

La mano pubblica detiene attualmente attorno al 55-60% del capitale totale delle imprese (mettendo insieme società quotate e non quotate, senza distinzione di volume e settore): la quota è rimasta pressoché immutata dopo il 2005-2006 e conferma il mantenimento di uno stretto controllo da parte del sistema produttivo statale, nonché di un accentuato controllo delle maggiori imprese.

Oltre a questa architettura di economia mista e al forte controllo statale sulle imprese, l’altra caratteristica importante del “socialismo in versione cinese”, come il regime di Pechino ama definirsi, è evidentemente il ruolo dominante del partito comunista cinese. Il PCC conta nel 2020 più di 90 milioni di membri, ossia circa il 10% della popolazione adulta del paese.

Il ruolo dominante del PCC

Il modello della dialettica all’interno del partito è così poco convincente da non lasciare alcuna traccia all’esterno, laddove ciascuno di noi può vedere sempre più chiaramente, sui social, l’attivazione di un sistema di sorveglianza generalizzata della popolazione, la repressione dei dissidenti e delle minoranze, lo stravolgimento del processo elettorale a Hong kong e le minacce fatte pesare sul sistema di democrazia elettorale di Taiwan.

L’idea che un regime del genere sia in grado di conquistare l’opinione pubblica di altri paesi (e non solo i loro dirigenti) non sembra realistica. Da aggiungere ancora, a carico del regime cinese, la forte crescita delle disuguaglianze, l’estrema opacità che caratterizza la ripartizione delle ricchezze, il sentimento d’ingiustizia sociale che ne deriva, sentimento che non potrà essere risolto in eterno con qualche arresto o qualche eliminazione mirata.

Malgrado le sue fragilità, il socialismo cinese ha nondimeno molti vantaggi. Le potenze occidentali, ostinandosi a difendere un’ideologia ipercapitalista ormai sorpassata, non riusciranno certo a limitare la crescente influenza del regime cinese… Viceversa, fa specie dover rilevare come i principali Stati occidentali si ritrovino, all’inizio degli anni 2020, con posizioni patrimoniali quasi nulle o negative.

Paesi ricchi e Stati poveri

Parliamoci chiaro: i paesi ricchi sono ricchi, non essendo mai stati i patrimoni privati così elevati, ma i loro Stati sono poveri. Se continuano lungo questa strada, probabilmente si ritroveranno con un patrimonio pubblico sempre più negativo, il che corrisponderebbe a una situazione in cui i detentori dei titoli di debito sarebbero in possesso non solo dell’equivalente di tutti gli archivi pubblici (edifici, scuole, ospedali, infrastrutture ecc.) ma anche di un diritto di prelievo su una parte delle imposte dei contribuenti futuri.

Viceversa, sarebbe possibile, come è stato fatto nei medesimi paesi nel dopoguerra, ridurre l’indebitamento pubblico in modo accelerato, per esempio colpendo i maggiori patrimoni privati e restituendo così margini di manovra al potere pubblico. Il che comporta una presa di coscienza delle molte scelte possibili e delle mobilitazioni politiche e sociali in tal senso, fattori che rischiano di sfociare ulteriormente in situazioni di crisi, considerando il conservatorismo complessivo.

Cina industrializzata senza ricorrere alla schiavitù e al colonialismo

Più in generale, la Cina non manca mai di ricordare di essersi industrializzata senza ricorrere alla schiavitù e al colonialismo, di cui ha peraltro pagato le conseguenze. E ciò la mette nella condizione di acquisire punti a favore rispetto a quanto viene percepito un po’ ovunque nel mondo come l’eterna arroganza dei paesi occidentali. I quali sono sempre pronti a impartire lezioni all’intero universo in materia di giustizia e di democrazia, quando invece si rivelano incapaci di fronteggiare le disuguaglianze e discriminazioni che li stanno consumando, e patteggiano come se niente fosse con tutti i potentati e gli oligarchi che sono i maggiori beneficiari delle loro fortune.

Continua con: 24. Dalla guerra tra capitalismi alla battaglia tra socialismi



Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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