Reader’s – 8 aprile 2022

Tornando al blog dopo due settimane ormai di un’esperienza alquanto dolorosa anche se non grave di sciatalgia acuta con ernia al disco, abbraccio e ringrazio di cuore tutto gli amici che mi hanno circondato di affetto e di cure preziose, a cominciare dal professor Manlio Caporale e dai suoi collaboratori.

Giornalisti e ‘tifosi’

Da un approccio critico equilibrato a questa guerra sul bene e sul male, non è poi così difficile distinguere i primi dai secondi. Ma se nei giornali di carta stampata divisioni e contrasti si possono tradizionalmente dare per scontati e quasi irrilevanti, diverso è quando la differenza emerge a poche ore di distanza in trasmissioni di prima fila e di prima serata come il programma “di Martedì“ , condotto da Giovanni Floris sulla “Sette” , e “Atlantide” guidato, ma sempre con le domande giuste, da Andrea Purgatori. Con la collaborazione di Francesca Mannocchi, inviata esemplare per serietà professionale. E il coraggio che conta di più, quello di rifiutare i luoghi comuni, Anche lo studio delle immagini fotografiche e della loro durata nel tempo di Lorenzo Cremonesi non era da meno.


Tutto chiaro dunque? Eh no, purtroppo no, perché ci sono anche i non- professionisti del giornalismo “militante”, come un altro dei miei vecchi amici e collaboratori, Massimo Marnetto: ecco che dice la sua:

Il meccanismo dell’ammirazione è potente. Se una cultura elogia la ricchezza, tutti i soggetti che la condividono faranno di tutto per fare i soldi. Questo attiverà competizione, ciò esaltazione del vantaggio personale a discapito della condizione collettiva. Se una cultura invece esalta l’armonia, l’orientamento dei singoli sarà del tutto diverso e cooperativo. In entrambi i casi, il singolo aspira all’ammirazione del gruppo. Così il piacere della sintonia sociale lo rinforza nel sentimento di autostima, coesione e identità. Per avere la pace, dovremmo far diventare ”ammirabile” la condivisione, più della competizione. 

“Il conflitto in Ucraina è un ulteriore appello ad abbandonare i vecchi modelli di ammirazione, prima della distruzione atomica. Dobbiamo rimuovere il concetto di vincente e perdente basato sulla potenza, per ridefinirlo sulla capacità di generare armonia. Oggi, questo approccio è relegato nel sacro, un modo per incapsularlo nel rito e separarlo dalla realtà. Dobbiamo invece far uscire la ricerca di armonia dalla sfera religiosa e renderla una prassi laica ”ammirata”, cioè rinforzata da riconoscimenti pubblici, affinché diventi base di convivenza pacifica tra cittadini e nazioni.

ma la questione è a cosa siamo disposti a rinunciare per un ideale. A poco.

Forse Draghi ha semplificato troppo, col dilemma ”pace vs condizionatore”, ma la questione è a cosa siamo disposti a rinunciare per un ideale. A poco. Tranne una minoranza che ancora crede nella giustizia, fratellanza e solidarietà, la maggioranza italica (e non solo) non vuole rogne, tantomeno sacrifici. Quindi, compassione per gli sfollati a tonnellate, lacrime per gli ammazzati in strada a cisterne, ma se contrastare l’invasione e i crimini di Putin deve crearci problemi, allora inizia a diffondersi una certa insofferenza per Zelensky….”

E vabbè, Ma non metterò mai insieme questi commenti volatili che leggo o scrivo sui social con le conoscenze storico politiche di chi ha fatto anche una direttta esperienza sul campo, come il vecchio amico e collega Livio Zanotti, che in un saggio intitolato “ Se la guerra è la continuazione della politica altri mezzi” e che invito tutti a leggere integralmente, racconta:

“Ebbi occasione di domandare sue notizie a Markus Wolf, per 40 anni capo dello spionaggio estero della RDT, con il quale a Berlino eravamo diventati amici di ristorante. Rispose di non averlo mai conosciuto. Vuol dire che nello spionaggio sovietico non era un uomo di prima fila.

“Si ricorda tuttavia di lui che fosse un funzionario diligente, sempre presente ai corsi di aggiornamento tecnico e ideologici, buon udito e dottrina rigorosa. Con un’apprezzabile preparazione militare. Pertanto egli sa benissimo che “la guerra non soltanto è un atto politico, bensì un suo concreto strumento”, come spiega Carl Von Clausewitz (1780-1831).

Vom Kriege

L’ha certamente appreso a memoria e ripetuto molte volte a se stesso e agli uomini della cerchia di potere al Cremlino. Probabilmente, avendo una buona conoscenza del tedesco (così assicura Angela Merkel), lo ha studiato nella lingua originale: “Vom Kriege”, (Vajnà, in russo). La piùclassica ancorchè incompiuta indagine sulla scienza della guerra, opera magna del famoso generale prussiano, un hegeliano moderato (e in quanto tale non amato nella Berlinoimperiale).

La merce più apprezzata erano i binocoli prismatici Carl Zeiss, per la loro celebrata ottica di Jena. Poi divise, stivali e cinturoni di cuoio, berretti d’ogni foggia ed elmetti di ferro smaltato, cappotti, giubbe, grappoli di distintivi, orologi e scarponi: il mercatino che svendeva i magazzini dell’Armata Rossa in Germania (310mila uomini armati, l’esercito più grande mai visto in tempi di pace, e 200mila civili, tra i quali Vladimir Putin) stava tutt’attorno alla Porta di Brandeburgo.

Sempre gremito da folle di tedeschi, ai quali nei fine-settimana si aggiungevano turisti d’ogni parte. Probabilmente, il desiderio di una Rote Armee in saldo i tedeschi l’avevano da più di cent’anni, ma nel loro subconscio, senza averci mai sperato davvero. Bastava inoltrarsi nella zona orientale appena riaperta dopo essere rimasta murata quasi trent’anni, in una qualsiasi delle parallele che corrono lungo la Unter den Linden, per essere avvicinati da qualche militare sovietico, per lo più asiatici, esentirsi offrire radiogoniometri da campo, pneumatici per camion. Ad avvicinarsi, sempre circospetto, era un singolo militare; seguendone però gli sguardi si capiva che agivano in piccoli gruppi, che assistevano il commilitone da prudenziale distanza.

un pelliccione di volpe e un cane moscovita

Un giorno mi sono stati proposti un pelliccione di volpe e un cane moscovita (bellissimo). Mai armi. Qualcuno diceva di non aver ricevuto la paga da oltre un mese. Al margine delle date ufficiali, la dissoluzione dell’URSS era già cominciata in quell’autunno 1990.

Putin l’ha visto frantumarsi, sminuzzato nei mille oggetti in vendita all’anonimo acquirente di passaggio. L’imperiosa grandiosità delle sfilate militari dalla piazza Rossa all’Unter den Linden svilita nel miserevole contrabbando di reclute in uscita clandestina dalle caserme. Più d’uno dei suoi biografi fa cominciare in quel periodo la sua ambizione a un ruolo di riscatto patriottico.

Markus si ricorda tuttavia di lui che fosse un funzionario diligente, sempre presente ai corsi di aggiornamento tecnico e ideologici, buon udito e dottrina rigorosa. Con un’apprezzabile preparazione militare. Pertanto egli sa benissimo che “la guerra non soltanto è un atto politico, bensì un suo concreto strumento”, come spiega Carl Von Clausewitz (1780-1831). L’ha certamente appreso a memoria e ripetuto molte volte a se stesso e agli uomini della cerchia di potere al Cremlino. Probabilmente, avendo una buona conoscenza del tedesco (così assicura Angela Merkel), lo ha studiato nella lingua originale: “Vom Kriege”, (Vajnà, in russo). La piùclassica ancorchè incompiuta indagine sulla scienza della guerra, opera magna del famoso generale prussiano, un hegeliano moderato (e in quanto tale non amato nella Berlinoimperiale).

Era un testo obbligatorio nelle accademie militari sovietiche e lo è rimasto in quelle della Federazione Russa. Putin dev’essere consapevole che l’accerchiamento NATO e il carattere conservatore del governo di Kiev costituiscono per la Federazione fattori di allarme. Tuttavia insufficienti a giustificare non una guerra d’invasione, discutibile anche in termini di stretta funzionalità.

Se “la guerra è unacontinuazione della politica con altri mezzi”, diventa logico e necessario anche il rovescio: una lettura politica degli svolgimenti militari, per tentare di prevederne gli esiticomplessivi. In Ucraina questi vengono riconfigurati daquelli, basta osservare la continuità di strategia imperiale dagli zar allo stalinismo e a Putin. E puntano a un espansionismo che solo strumentalmente pretende proteggere le popolazioni russofone oltre confine.


Nell’attuale stallo militare sui campi di battaglia

Nell’attuale stallo militare sui campi di battaglia, si può dunque vedere già compiuta una secca sconfitta politica perPutin e il suo governo, ben oltre la mancata conquista di Kiev e il generale ripudio per le atrocità attribuite a parte delle loro truppe combattenti non esclusivamente a Bucha, che ne diviene il sacrario. Prematuro dire se questa loro sconfitta segni una vittoria per la democrazia in Ucraina (e in Europa).

Non è infatti del tutto chiaro cosa sia accaduto delle precedenti, laceranti tensioni politiche interne che avevano determinato nel paese risse elettorali, tumulti di piazza ed episodi di guerra civile ancor prima che esplodesse il conflitto nelle due provincie filorusse del Donbass. E’ possibile, di sicuro verosimile che vi fosse fin da allora la mano più o meno occulta del Cremlino (come dimenticare la formazione di Putin nel KGB). Ma le contraddizioni sociali c’erano e restano.


concludo questo lungo Reader’s con Antonio Cipriani oltre la sua storica rubrica Polemos a colpire con educata severità.

«Parecchi di coloro che contestano gli aiuti all’Ucraina ritengono irrilevante che in Russia ci sia un regime non democratico».
Questo l’attacco del caffè sul Corsera di Gramellini. Quattro righe che contengono il tutto, mostrando in controluce il livello pazzesco dell’intrattenimento nostrano fatto di amici o nemici, bianco o nero. Senza conoscenze, senza storia, solo estremismo del banale. Così funziona.

Prendi un concetto ad capocchiam: ‘parecchi di coloro che contestano gli aiuti all’Ucraina‘.
Aggiungi una definizione disegnata su misura dell’avversario politico imbecille e ideale: ‘ritengono irrilevante che in Russia ecc. ecc‘.
Ed ecco pronto il sermone tagliato e cucito sul suo condominio immaginario di giornalista che guarda solo la tv, ascolta solo se stesso quando parla in tv, legge solo i suoi caffettini, e parla col direttore e mai con i sottoposti.

Aiuti al popolo ucraino? Non ho sentito neanche una delle persone che conosco criticare gli aiuti. Anzi, i pacifisti che conosco sono tutti in viaggio per portarne… Se avesse scritto armi avrei potuto dire che, legittimamente in democrazia, si può avere un’idea diversa su guerre e pace.
Ma poi questo dover disegnarsi l’avversario che “considera irrilevante l’assenza di democrazia”, è penoso.

In democrazia, nel rispetto dell’altro, esistono le idee diverse, altrimenti siamo nell’area Putin (come logica informativa). Costruirsi l’avversario ottuso e ideale è una roba da regime.

E non ho neanche letto il resto, viste le premesse. Perché questo continuo tintinnare di sciabole da intrattenimento tutto elmetto, pantofoline mimetiche e certezze assolute basate su pregiudizio, comincia a darmi sui nervi.https://googleads.g.doubleclick.net/pagead/ads?client=ca-pub-8121693462842784&output=html&h=356&slotname=8745711684&adk=244082087&adf=2224193661&pi=t.ma~as.8745711684&w=428&lmt=1649321585&rafmt=1&psa=1&format=428×356&url=https%3A%2F%2Fwww.remocontro.it%2F2022%2F04%2F07%2Felmetto-e-pregiudizio%2F%3Ffbclid%3DIwAR35eyAJXgAIpefha7xJrIvv52DvNbxJaW-qFjlUoJBu98uZol-jFBIfsqw&host=ca-host-pub-2644536267352236&fwr=1&fwrattr=true&rpe=1&resp_fmts=3&sfro=1&wgl=1&dt=1649321585645&bpp=1&bdt=519&idt=273&shv=r20220405&mjsv=m202204040101&ptt=9&saldr=aa&abxe=1&cookie=ID%3Dbdf52e8cc71bcb06-22646a2e68cd0062%3AT%3D1648727469%3ART%3D1648727469%3AS%3DALNI_MZw4NQHdkaiRX2BgFHkdBT4VVB4Dg&prev_fmts=0x0%2C428x90&nras=1&correlator=6735243589049&rume=1&frm=20&pv=1&ga_vid=455264196.1631294153&ga_sid=1649321586&ga_hid=782639969&ga_fc=1&u_tz=120&u_his=1&u_h=926&u_w=428&u_ah=926&u_aw=428&u_cd=32&u_sd=3&adx=0&ady=2301&biw=428&bih=737&scr_x=0&scr_y=0&eid=44759876%2C44759927%2C44759837%2C31066933%2C31061691%2C44759847%2C31061692&oid=2&pvsid=871421632435286&pem=644&tmod=955076687&nvt=1&ref=http%3A%2F%2Fm.facebook.com%2F&eae=0&fc=1920&brdim=0%2C0%2C0%2C0%2C428%2C0%2C428%2C737%2C428%2C737&vis=1&rsz=%7C%7CeEbr%7C&abl=CS&pfx=0&fu=128&bc=31&ifi=3&uci=a!3&btvi=1&fsb=1&xpc=V2yCw50KxH&p=https%3A//www.remocontro.it&dtd=276

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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