Reader’s – 5 aprile 2022

Caro Guido, da vecchio collega del tuo indimenticabile papà al Tg2, anche se impegnato su tematiche giornalistiche molto diverse, ho lasciato la RAI pochi mesi dopo l’arrivo alla direzione di Clemente Mimun . Condivido sul mio blog, se permetti, il tuo commento di oggi su FB.

Carne da cannone*

di Guido Barendson – Da quando l’offensiva russa in Ucraina si è trasformata in carneficina, stento a guardare la televisione. Anche i giornali mi danno fastidio. E’ come se avessi fatto il pieno dell’orrore e non riuscissi ad incamerarne altro.

“Eppure – inviato di Repubblica – di morti ammazzati ne ho visti, dai poveri cristi uccisi dalle forze di sicurezza in Algeria e Tunisia ai palestinesi assediati nei campi di Beirut, dalle centinaia di cadaveri ammassati in mezzo alle cassette di frutta come vitelli in un frigorifero a Bandar Abbas, vittime inermi di un attacco americano ad un Boeing dell’Iran Air, fino ai persiani impiccati davanti alla popolazione di Teheran e – su ordine dei tribunali dei mullah – lasciati a penzolare dalle gru. Macabro memento mori della Repubblica Islamica.

“Ricordo poi l’attenzione con la quale Enrico Mentana – all’epoca mio Direttore del Tg5 – selezionava le immagini spaventose che arrivavano da Sarajevo, alle porte di casa nostra, il più lungo assedio nella storia bellica della fine del XX secolo, dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996. Con Lamberto Sposini e Clemente Mimun scorrevamo i filmati fotogramma per fotogramma, il bombardamento del mercato, e vincendo l’emozione riducevamo – sì, censuravamo – teste e braccia maciullate.

“Mi sembra questa una testimonianza ingenua, a confronto con ciò che vedo dilagare oggi. In questi trent’anni si sono incanagliti i Signori della guerra, ma ci siamo incanagliti anche noi, come se avessimo deciso di rinunciare ad ogni freno, colti dalla frenesia di documentare l’orrore, quasi fosse necessario per convincerci che anche la nostra – quella contro Putin – sia una guerra giusta.

“Non vorrei essere scambiato nemmeno un istante per uno di questi negazionisti – né con la Russia né con la Nato – perché ritengo un obbligo assoluto sostenere in ogni modo l’Ucraina aggredita e violata. Mi chiedo se ci rendiamo conto di quanto abbiamo fatto dilagare l’orrore e di come non potremo mai più tornare indietro. La banalità del male uccide anche noi”.

P.S. Fin qui Guido Barendson. Alla giusta riflessione del quale mi pare tuttavia che sia doveroso aggiungere che non può esservi obbligo di sorta in presenza reale e concreta del rischio nucleare, quasi per definizione destinata ad essere una guerra senza vincitori nė vinti. Clamorosa ingiustizia nei confronti degli innocenti.


Leggo spesso e volentieri i racconti di gioventù del mio cugino, quasi coetaneo, Gian Paolo Licheri ed è incredibile come facilmente, per quanto siano ormai decenni dal nostro unico incontro, i suoi ricordi risveglino i miei. Due anni dopo quel suo 1958, per quelle medesime strade giravo anch’io con una vespa comprata d’occasione per il mio anno di leva come ufficiale commissario dell’Aeronautica all’ aeroporto di Elmas, non lontano da quello di Decimo Mannu. Va da se che anche il dentista fiorentino Vadasz che lo curò più tardi del terzo molare era il medesimo di mia madre sua sorella.

Il dentista di Cagliari

di Gian Paolo Licheri, 5 Aprile 2022

IL DENTISTA DI CAGLIARI
Nel 1958 ero a Siliqua, vicino a Decimomannu, ad una quarantina di chilometri da Cagliari. Facevo rilievi per la carta topografica I.G.M. 1:25.000 detta di Monte Arcosu. Ero solo in una stanza in affitto. La zona di lavoro era prevalentemente impervia. Camminando al mattino presto su sentieri stretti tortuosi e molto scoscesi, al rumore dei miei passi, spesso si alzavano in volo gruppi di pernici e altri volatili. Da sopra le rocce, mi divertivo a tirare giù sassi per veder fuggire le lepri spaventate. Sul crinale incontravo le grive (verdoni) che si dibattevano imprigionate dalle trappoline. (a proposito la zona di caccia per le grive (grivve, pronunciano i cagliaritani raddoppiando la v) piú battuta era quella di Capoterra, da dove era venuta ad abitare a Roma nella casa di via delle Fornaci oggi di proprieta mia e di mia moglie, Teresa Mura)

Il primo giorno ne liberai alcune ma a sera, al rientro a casa, il padrone mi sconsigliò di farlo. i cacciatori di frodo mi avevano minacciato di morte se avessi continuato. Era una tortura passare fra questi piccoli esseri soffrenti che si dibattevano inutilmente e non poter far nulla per loro. Una mattina, in una località molto remota del monte Arcosu, la mia attenzione fu attirata da alcuni pennacchi di fumo. Mi avvicinai per curiosità ma soprattutto per avere informazioni sulla toponomastica. Erano due coniugi carbonai. Parlavano toscano. Erano di Granaiola, un paesino sopra Bagni di Lucca. Sembra impossibile, tutti gli anni nella stagione estiva venivano a far carbone in quel luogo sperduto, coltivando in contemporanea tre o quattro carbonaie.

Mi dettero l’impressione di essere brava gente. Mi trattenni un po’ a conversare con loro riscontrando alcune amicizie comuni del paese capoluogo. Mi sono più volte chiesto come potessero portare a valle il carbone ma senz’altro a dorso di mulo perché la zona mi pareva inaccessibile anche da fuori strada. Dopo una notte insonne a causa di un doloroso ascesso a un dente, con la gota destra gonfia, andai in paese in cerca di un dentista. Mi dissero che era aperto solo il pomeriggio e così, verso le 15, imbottito di antidolorifici, arrivai allo studio indicatomi dove trovai un uomo di bassa statura, cranio lucido, pochi capelli nerissimi ai lati, un grande grembiule bianco non proprio di bucato, insomma di aspetto non molto rassicurante.

Rimasi un po’ indeciso sul da farsi ma mi parve di non avere scelta. Seduto a bocca spalancata, dopo una puntura che non lenì per niente il mio dolore, sentii afferrarmi il molare da una tenaglia impugnata con forza che cominciò a muoversi freneticamente di qua è di là. Durò poco perché un crac improvviso interruppe il frenetico movimento: il dente si era spezzato. A quel punto il “dentista” mi disse di essere costernato ma che non poteva far più nulla. Disperato andai al bar del paese per tirare giù l’ennesimo cachet con un bicchiere di grappa che mi parve acqua pura. Lì seppi che quel singolare figuro aveva due mestieri: la mattina faceva il macellaio ed il pomeriggio, si fa per dire, il dentista.

Ma ormai era fatta. Tornai a casa e mi buttai sfinito sul letto. Dopo una seconda notte insonne al mattino, allo specchio, vidi che si era gonfiata anche l’altra guancia. Mi fece impressione, non mi riconoscevo. Disperato corsi al telefono pubblico per chiedere consiglio a mio padre che a Cagliari era nato e ci aveva lavorato come tecnico alla costruzione della sede della Previdenza Sociale. Lo trovai a casa perché era molto presto e non era ancora partito per l’ufficio. “Vai a Cagliari”, mi disse, “in via Mannu c’è un bravissimo dottore di cui sono stato cliente. Fai attenzione per la strada perché con tutti i cachet che hai preso i riflessi saranno un po’ appannati”.

Rassicurato babbo, inforcai la lambretta e feci in trance quella quarantina di chilometri che mi separavano dal capoluogo. Il dentista di via Mannu, di cui ho dimenticato il nome, si ricordava bene di babbo. Osservata scrupolosamente la bocca sentenziò: “ci sono due molari con ascesso per cui tentare la cura è tempo perso. Vanno assolutamente tolti, fare la puntura non serve a nulla. Se la sente di farseli togliere così”? Rimasi fortemente deluso ma stavo talmente male che anche questa volta non avevo scelta. Chiesi: “dottore, mi consente di poter appoggiare i piedi contro la parete per garantirle l’immobilità durante l’intervento”? Senza rispondere Il dottore spostò la poltrona vicino all’angolo dello studio. Tolte le scarpe, mi sedetti, mi irrigidii stringendo forte le mani ai braccioli e appoggiando un piede contro una parete e l’altro contro l’altra. “Sono pronto dottore” dissi.

Lui mi venne sopra e con abilità e velocità sorprendenti mi incise la gengiva e mi strappò un molare. Appena il tempo per fare un lungo respiro e riconcentrarmi che rifece lo stesso col secondo. Mi porse un bicchier d’acqua: “tiri giù questa pasticca, vada alla gelateria qui sotto, si prenda un bel gelatone e se lo gusti lentamente. Torni solo quando sta meglio”. Seduto sul gradino dello studio, con i piedi su via Mannu, mentre il gelato mi si scioglieva in bocca, il dolore cominciò a diminuire fino a scomparire del tutto. Mi resi conto allora che la strada era piena di vita, che era una bellissima giornata di sole e che tutto intorno il mondo era sereno e ridente, insomma che era bello vivere.

Tornai a ringraziare e pagare il dottore e ripresi rinfrancato la strada del ritorno. Mai avrei pensato di lasciare in due giorni in Sardegna, per mio ricordo, ben tre molari! Il moncone a tre radici mi fu tolto poi in inverno a Firenze, con varie sedute, dal dentista dei nonni che aveva lo studio in via dello Statuto, a due passi dalla Fortezza e da via Crispi dove loro abitavano.
Nella foto: l’Altopiano di Isili, luogo di origine dei Cancedda

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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