“Muri, non ponti” è la risposta che sembra venire dall’Europa ai ripetuti appelli all’accoglienza dei migranti da parte di Papa Francesco. D’altronde non ci sono ponti diversi e alternativi rispetto all’accoglienza o al soccorso di chi, disperato, cerca la sopravvivenza nei nostri paesi. Ciò che, in pratica, vuol dire garantire vie legali (e per questo sicure) a chi è pronto a tutto perché non ha alternative. Vuol dire anche rendere trasparenti le procedure per la richiesta e la concessione di asilo. Ben sapendo che, come la Grande Muraglia cinese non ha impedito l’invasione dei mongoli, così tutti i muri alzati tra i popoli prima o poi sono destinati a cadere. Purtroppo un risultato lo ottengono, quello di moltiplicare le vittime di una tragedia infinita. Per questo la ragione ci dice che non ci sono alternative ai corridoi umanitari, a meno che i Paesi europei non intervengano, singolarmente o meglio ancora solidalmente, nei paesi di provenienza, collaborando con mezzi pacifici a rimuovere le circostanze che producono queste fughe di massa. Ciò che molti dicono di voler fare ma nessuno ancora fa seriamente. A fronte di una politica di aiuti decisamente inadeguata, si investono miliardi di dollari in improbabili “missioni umanitarie” che finiscono per peggiorare la situazione, quando non nascondono l’intento di proteggere gli interessi di un colonialismo economico ancora in atto con lo sfruttamento della terra o delle materie prime da parte delle multinazionali. Ma in questo l’Europa si trova in buona compagnia, con la Cina e gli Stati uniti, dove il futuro ci prospetta l’alternativa tra una presidenza “isolazionista” di Trump che minaccia una muraglia lungo il confine col Messico e una presidenza Clinton che dicono significhi comunque un inasprimento dell’impegno bellico americano. (nandocan)
***ARCI, 8 settembre 2016 – “La grande Muraglia di Calais”, così i giornali inglesi hanno soprannominato il muro di cemento armato, lungo quasi due chilometri e alto 4 metri che il governo inglese, d’accordo con quello francese, erigerà attorno all’autostrada che porta all’imbarco dei traghetti per Dover e del tunnel per i treni che passano sotto la manica. Nelle intenzioni dei due governi, sarà la barriera che impedirà ai migranti accampati nella Jungle di Calais di raggiungere l’Inghilterra, aggrappati ai camion che devono attraversare la manica o con altri mezzi di fortuna.
Una scelta che non fermerà le migliaia di migranti disposti a tutto pur di raggiungere un paese in cui sperano di potersi costruire un futuro, ma che renderà i loro viaggi ancora più pericolosi e farà crescere le tariffe dei trafficanti.
L’ennesima barriera, dopo quella al confine tra Ungheria e Serbia, quella iniziata dalla Macedonia vicino a Idomeni e quella in costruzione tra Bulgaria e Turchia.
Ma questa tra Francia e Gran Bretagna assume una valenza simbolica particolare, perché divide due paesi di antica democrazia e che, fino al concretizzarsi della Brexit, fanno parte entrambi dell’Unione europea.
Un’Unione europea che avrebbe dovuto rilanciare le ragioni della sua esistenza nell’incontro tenuto a Ventotene nei giorni scorsi tra Italia, Germania e Francia e che rischia invece il suo disfacimento proprio sull’incapacità di gestire con una strategia di lungo respiro il fenomeno storico delle migrazioni, provocate in gran parte proprio dalle politiche estere delle grandi potenze occidentali.
E mentre i governi inseguono le paure che loro stessi contribuiscono ad alimentare, a trarne vantaggio sono le destre estreme e nazionaliste, che non vogliono né i migranti né un’Europa unita.
A pochi mesi dall’anniversario dei 70 anni dei Trattati di Roma, c’è bisogno di un cambiamento politico forte, che rinnovi le ragioni dello stare insieme e si apra a quell’umanità dolente che bussa alle nostre frontiere.
