
“Erano avvertiti”, scrive Ennio Remondino, giustamente rimproverando al ministro tunisino del turismo una “spavalderia fuori luogo”. D’altra parte, immagino che l’ “improvvida” signora Selma Rekik si sia sentita costretta, per far fronte a una crisi economica che ha colpito anche la principale risorsa economica del suo paese, a tentare con un messaggio promozionale di salvare il salvabile. Credo che nessuno di noi, che avesse avuto in programma una vacanza in Tunisia, si sarebbe sentito garantito dalle sue parole. Inoltre, anche gli attentatori del Pardo erano, a quanto pare, gente del posto. E, pur prendendo tutte le misure del caso, dovremo mettere in conto che dall’Africa all’Europa, passando per il Medio Oriente, non c’è probabilmente paese dove non si possa tenere nascosta da qualche parte una piccola base terroristica (nandocan).
***di Ennio Remondino, 19 marzo 2015* – Sfortuna certamente, condita però con un eccesso di spavalderia decisamente fuori luogo come i fatti hanno poi drammaticamente dimostrato. Appena cinque giorni prima del blitz terroristico al Parlamento e al museo Bardo di Tunisi applaudito dallo Stato Islamico, una dichiarazione della ministro del Turismo tunisino, Selma Ellouni Rekik all’agenzia ANSA. «La Tunisia è un Paese sicuro che può essere visitato tranquillamente». Messaggio rassicurante e promozionale che il ministro lancia ai visitatori stranieri a inizio stagione, smentendo notizie allarmistiche e certi video.
«Certamente la situazione in Libia non ci aiuta, come avviene sempre quando ci sono problemi in Paesi vicini, ma le nostre frontiere sono assolutamente impermeabili a qualunque tentativo di infiltrazione. Non c’è nessun problema di sicurezza in Tunisia. Tutto sotto controllo». Affermazioni eccessive per un Paese che se da un lato è l’unico Stato arabo ad aver saputo gestire in senso democratico ed economicamente costruttivo la sua ‘primavera’, dall’altro ha al suo interno almeno due gruppi di miliziani/terroristi jihadisti attivi e combattivi da cui provengono forse gli attentatori.
Il terrorismo casereccio: Ansar al Sharia e il battaglione Uqba Ibn Nafi, membro di al-Qaeda nel Maghreb Islamico che hanno aderito allo Stato Islamico. Negli ultimi anni almeno 3mila volontari tunisini avrebbero ingrossato i gruppi jihadisti in Siria. Qualche settimana fa, era stato il premier libico riconosciuto in Occidente, Abdallah Al Thani a lanciare l’allarme sul pericolo che il contagio jihadista potesse colpire la Tunisia: «Sono decine i membri dell’Isis e di Boko Haram che, dopo aver raggiunto i gruppi terroristici presenti nel mio Paese sono già sconfinati in Tunisia». Erano avvertiti.
L’allarme, successivo alla decisione del governo algerino di schierare decine di tiratori al confine con la Tunisia, cadde nel vuoto. In realtà sono mesi che nella provincia ribelle di Kasserine operano gruppi fondamentalisti locali che attaccano postazioni militari, case di parlamentari,e gestiscono un lucroso mercato per il passaggio di armi e anche droga dalla Libia all’Algeria fino al nord del Mali. Quello che appare chiaro però è che la montuosa Tunisia occidentale, secondo tutti i report delle intelligence mediorientali, è diventata la nuova porta di ingresso del contagio jihadista sul Mediterraneo.
*da RemoContro, il grassetto è di nandocan
