Al commissario Karel de Gucht in audizione al Parlamento ha detto: “Pensa davvero che i piccoli produttori e i consumatori desiderino un’ulteriore liberalizzazione degli scambi di prodotti agricoli? Vi assicuro che non è così”. “Agli occhi dei nostri cittadini – ha continuato – gli Stati Uniti sono colpevoli di spionaggio e furto di dati e non c’è fiducia in questi negoziatori.
Finché gli americani non vogliono impegnarsi a proteggere i dati dei cittadini dell’Unione europea e a rispettarci non vi è alcuna base per un accordo commerciale”.
Il Ttip, il
Transatlantic Trade and Investment Partnership, l’accordo commerciale che mira a liberalizzare gli scambi tra Europa e Stati Uniti, è da mesi al centro di trattative tra il vecchio e il nuovo continente. Il giro di affari stimato è di 119 miliardi l’anno per l’Europa e 95 per gli Usa. Una torta veramente grande e che fa gola a molti, per questo fin dall’inizio il lavoro dello lobby è stato piuttosto intenso. Il principale gruppo di pressione sulla Commissione europea è stato fino a questo momento quello del settore agroalimentare di cui fanno parte multinazionali come Nestlé e Mondelez (la ex Kraft) ma anche la Food and Drink Europe, il più grande gruppo lobbista europeo che rappresenta aziende del calibro di Coca Cola e Unilever. Multinazionali alimentari, agro-commercianti e produttori di sementi hanno avuto più contatti con la Direzione Generale Commercio che i lobbisti della farmaceutica, chimica, industria finanziaria e di auto messi insieme. È quanto risulta da
una ricerca effettuata dal Corporate Europe Observatory (CEO), un gruppo di ricerca che lavora per la trasparenza nel rapporto tra lobby e istituzioni comunitarie, che ha pubblicato una serie di infografiche sul lavoro delle lobby a Bruxelles rispetto ai negoziati del Ttip.
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Pubblicato da nandocan
Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli.
Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno.
Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione.
Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.
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