Ieri, il “Global Times”, versione internazionalista del “Quotidiano del popolo”, organo ufficiale del Partito comunista cinese, allineava tre articoli, (solo) apparentemente in contraddizione. Un’apertura sul possibile, anzi, quasi auspicabile, ruolo di mediazione della Cina, per far cessare le ostilità in Ucraina e altri due veri e propri “colpi bassi” contro l’Occidente. In particolare, Il Ministro degli Esteri Wang Yi, da un lato, impartiva lezioni di diplomazia all’Europa, mentre non meglio precisati “analisti”, dall’altro, strapazzavano l’America e la Nato, attribuendo loro tutte le colpe del conflitto.
La Cina mediatore non “neutrale”
Se questo è lo stato dell’arte della cosiddetta “realpolitik”, allora le chiavi di lettura dell’invasione dell’Ucraina e dell’ipotetico “impazzimento” di Putin devono essere riviste. Gli scenari si allargano e, purtroppo, la crisi non appare più solo come un fatto europeo. Ergo, chi lo doveva capire prima, forse l’ha capito troppo tardi: la Cina non è “neutrale” tra Russia e Occidente. E non lo può essere, per molti motivi. Ma sta costruendo il suo egemonismo planetario su un’espansione economica e commerciale accelerata. Per questo, paradossalmente, può essere il mediatore giusto.
Un mediatore con interessi in campo
Un mediatore da prendere con le molle, però, perché anche nel Sud-est asiatico il fuoco cova sotto la cenere. Specie dalle parti di Taiwan. Durante la crisi ucraina, quasi di sicuro, Xi Jinping è stato costantemente informato da Putin, passo dopo passo. Gli americani lo sapevano (a Pechino hanno eccellenti informatori) e ne hanno discusso, in un paio di sedute del Consiglio per la Sicurezza nazionale. Anche i cinesi hanno buoni informatori a Washington, ma poi il New York Times ha messo tutti d’accordo, con due articoli che rivelavano la “tresca” tra Mosca e Pechino. In sostanza, secondo il prestigioso quotidiano Usa (e pure secondo noi), Xi avrebbe pregato Putin di rimandare la progettata invasione dell’Ucraina a dopo le Olimpiadi invernali. Apriti cielo. I cinesi hanno reagito a tutto campo. Con un approccio che, come abbiamo visto, potremmo definire “cerchiobottista”.
Aspetta e vedi
La politica “wait and see” di Xi Jinping sulla crisi ucraina, d’altro canto, e più di forma che di sostanza. L’asse geo-strategico del pianeta ormai si è spostato in Asia. E Putin sembra condividere questa visione, puntando a costruire un asse di ferro con la Cina e lasciandosi i sogni di cooptazione dell’Europa alle spalle.
Dopo l’Ucraina Taiwan?
Si parlava dei possibili “danni collaterali” dell’invasione russa. Certo, l’intesa strategica tra Mosca e Pechino fa pensare subito ad altre aree di crisi, come Taiwan. Se ne sono accorti da un pezzo anche gli americani, che dal punto di vista militare, in Europa, stanno facendo meno del minimo indispensabile. La coperta è corta e la loro politica di sicurezza deve coprire tutto il pianeta. E, anche dopo l’attacco di Putin contro Kiev, sotto sotto gli analisti Usa, nel lungo periodo, continuano a temere più la Cina che la Russia, come ha ricordato il capo della Defense Intelligence Agency, generale Scott Berrier, affermando che un’invasione di Taiwan sarebbe una cosa completamente diversa da quella in Ucraina. Per gli Stati Uniti, è ovvio.
Le analisi spionistiche contrapposte
Ieri, il “Financial Times” ha dato come “breaking new” il resoconto dell’audizione di Avril Haines, Direttore dell’Intelligence Usa, davanti alla speciale commissione del Congresso. Oggetto: la possibile invasione di Taiwan. “Hanno preso atto delle sanzioni imposte alla Russia – ha detto Haines – e si sono resi conto di come l’Occidente potrebbe rispondere”. Cioè, spiega il seguito dell’articolo, attaccare Taiwan, per la Cina, sarebbe “un affare in perdita”. Ma, pare di capire, non comporterebbe nessuna risposta militare certa da parte degli Stati Uniti. Insomma, sembra un “remake” di quanto Biden ha combinato in Ucraina. Quando, mesi fa, mentre i russi ammassavano lentamente le loro truppe, lui aveva parlato genericamente (e ambiguamente) di “fargliela pagare cara”. Per poi escludere, a priori, qualsiasi intervento armato, configurando una rappresaglia solo sul piano finanziario e commerciale. Funzionerà almeno con Xi Jinping la minaccia “bottegaia”?
La Cia invece
Beh, Bill Burns, gran capo della Cia, non ne sembra convinto e dice che la leadership cinese non è facilmente impressionabile. A Taipei, invece, sperano nei timori di Pechino, ma si preparano al peggio. Ieri, sempre il “Financial Times”, in un altro articolo, di Kathrin Hille, ha sondato gli umori di analisti ed esponenti della cultura. Neri. D’altro canto, anche il titolo era tutto un programma:
“L’invasione russa aumenta i timori che Pechino cercherà di prendere l’isola con la forza”. Forse bisognerà mandarne una copia al Direttorato per l’intelligence degli Stati Uniti.
