Vittime della guerra e vittime del terremoto. “Perché – si chiede oggi Massimo Marnetto – le vittime sotto le macerie del terremoto spingono tutti al salvataggio e quelle schiacciate dai crolli delle bombe in Ucraina non mobilitano gli Stati con altrettanta passione nella ricerca della pace?” Forse perché il terremoto non è un nemico da cui difendersi con le armi ma solo con il soccorso e l’intelligenza? Ma se le armi moltiplicano il numero delle vittime anche e soprattutto tra gli aggrediti e come suggerisce la nostra bella costituzione la guerra va ripudiata come mezzo di soluzione delle controversie internazionali che cosa aspettano sia la Nato che l’Unione europea a premere, come suggerito da varie parti, sulla Russia come sull’Ucraina per una soluzione basata sulla neutralità di quest’ultima e sui referendum (sotto controllo internazionale) nei territori contesi del Donbass? (nandocan)
A Bruxelles ognuno tira l’Ucraina al suo mulino
di Ennio Remondino
La tragedia Ucraina trasformata commedia nella recita di troppi co-attori attorno al più esperto Zelensky che interpreta la sua parte di difensore della democrazia europea con un po’ troppa enfasi retorica, ma poi, quando deve cercare di incassare veramente, si prende Germania e Francia da parte, mentre l’Italia se la ‘prende a male’. In alcuni passaggi, la triste passerella di chi la spara più grossa, in cerca di qualche titolo in casa, mentre sul campo di battaglia si crepa. Sapendo tutti che il futuro delle scelte occidentali sulla crisi Ucraina sarà comunque deciso oltre Atlantico, e comunicato a Bruxelles attraverso il locale comando Nato.
Il dramma Ucraina e l’offesa della commedia
Quasi commuove Zelensky che promette la vittoria anche militare, dopo quella politica, sull’invasore russo in nome e per conto della democrazia europea. Se otterrà quei caccia bombardieri che per ora non saprebbe neppure su quale pista intera far atterrare. Mentre il pessimo Putin prepara la campagna di primavera incombente che gli esperti militari occidentali prevedono terribile. Presto, molto prima che arrivino persino i carri armati revisionati promessi, altro che F-16 e persino F-35 sollecitati dalla fantasiosa presidente maltese del Parlamento europeo.
Gara a chi la spara più grossa
Primo attore e protagonista incontrastato Volodymyr Zelensky, che annuncia all’Europarlamento che, «L’Ucraina vincerà e diventerà membro dell’Ue».Già il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, e la presidente della Commissione Ue, Ursula von del Leyen, accogliendo l’ospite all’aeroporto, si erano lasciati un po’ andare: «Benvenuto a casa, benvenuto nell’Ue». In aula insegue la già citata presidente del Parlamento, Roberta Metsola, che va dritta in trincea e chiede -citazione agenzia ANSA-, «di fornire sistemi a lungo raggio e i jet necessari per proteggere la libertà che troppi hanno dato per scontata».
Allargare il conflitto con dentro la Nato
Zelensky, abile comunicatore, gioca anche carte politiche, e ‘svela’: «Abbiamo intercettato i piani della Russia per distruggere la Moldavia, per spezzare la democrazia moldava e stabilire il controllo sul Paese». In attesa di riscontri più solidi, il sospetto diffuso di volere allargare il conflitto sino al coinvolgimento diretto della Nato. Sull’invio dei jet militari occidentali, il capo dell’ufficio presidenziale di Zelensky batte Metsola: «La questione della fornitura di armi a lungo raggio e jet militari all’Ucraina è stata risolta»,scrive su Telegram Andrey Yermak, al seguito del presidente ucraino.
Jet europei di provenienza ignota
E in conferenza stampa del Consiglio europeo, lo stesso Zelensky ha ringraziato i leader «per la disponibilità a fornire i jet», sorprendendo forse anche qualche capo di governo che era assente o distratto, e certamente noi, stampa occidentale, salvata solo dalla virtù del dubbio. La tragedia che diventa commedia, dicevamo all’inizio, avendo qualche esperienza diretta di cosa la guerra vera prepara in Ucraina, molto prima che certe sparate politiche possano aiutare realmente a fermare l’invasione russa e a ridurne le atrocità.
Fatti più in là… e bacio riparatore
Al vertice dei capi di Stato e di governo della Ue a Bruxelles, Zelensky è arrivato da Parigi assieme al presidente francese Macron dopo il vertice a tre di mercoledì all’Eliseo col tedesco Scholz. Giorgia Meloni esclusa, non l’ha prese molto bene. «È stato inopportuno», ha detto la premier. «Capisco le pressioni di politica interna, ma ci sono momenti in cui ciò rischia di andare a discapito della causa». Macron algido: «La Germania e la Francia, come sapete, hanno un ruolo particolare da otto anni sulla questione dell’Ucraina, penso che stia anche a Zelensky scegliere il formato che vuole per i colloqui diplomatici».
Poi il bacio riparatore di Volodymyr con Giorgia, sperando che la guerra non corra più veloce e feroce dei protagonismi.
Supinamente
di Massimo Marnetto
Perché le vittime sotto le macerie del terremoto spingono tutti al salvataggio e quelle schiacciate dai crolli delle bombe in Ucraina non mobilitano gli Stati con altrettanta passione nella ricerca della pace?
Zelensky è venuto a chiedere armi all’Europa e la risposta al suo appello è stata di solidarietà incondizionata, senza prevedere un’alternativa di pace da offrire ai russi.
Come sarebbe quella di proporre loro di adottare un cessate il fuoco, in cambio della moratoria in tutti in Paesi UE dell’invio di armi. Così se Putin accettasse, potrebbe avviarsi una vera trattativa di pace; se invece continuasse a lanciare missili sui palazzi ucraini, l’Europa avrebbe il diritto – e il dovere – di inviare armi all’Ucraina.
Non offrire questa alternativa significa invece aderire supinamente alla logica rovente e deleteria di ”vittoria” di Zelensky. Che esclude ogni compromesso per la limitazione del danno, concetto freddo a cui va ”convertito” il Presidente ucraino, perché fondamentale per la fine del conflitto.
Sotto il terremoto anche qualche despota? Turchia al voto, Siria offesa anche in casa
Da Remocontro
«Ormai è un’operazione di recupero», e la rabbia in Siria e Turchia cresce.
Turchia, «dalla risposta del governo al sisma dipende il destino di Erdogan al voto di maggio», avverte Vittorio Da Rold, per andare oltre la conta tragica dei morti, mentre grava sul mondo la vergogna dei sopravvissuti che i mancati aiuti stanno condannando a morte per gelo e fame. ‘Terremotati buoni’ e quelli da decimare a ritorsione-nazi per punire i loro governanti despoti?
La Siria del pessimo Assad che bombarda aree ribelli anche nel terremoto e la degna figlia 19enne Zein che sui social chiede di escludere dai soccorsi le aree in mano agli oppositori.
Mentre Alberto Negri segnala sul Manifesto che il terremoto si aggancia alla guerra in Ucraina e porta altre conseguenze. «Il sisma restringe le prospettive di Erdogan e Putin mentre gli Stati Uniti eserciteranno pressioni sul Sultano dell’Alleanza atlantica, il più riottoso degli alleati Usa (presenti in Turchia a Incirlik la base strategica con i missili nucleari) che in questo momento aiuta militarmente Kiev ma gioca con Mosca da battitore libero».
Ecco uno dei tanti frammenti acuminati della partita sulla vera e presunta solidarietà internazionale che si gioca sulla pelle dei terremotati.
Turchia elettorale sotto terremoto: Da Rold
Il presidente Erdogan si presenta sulle macerie, chiede unità ma blocca i social che lo attaccano. Ha resistito a crisi, inflazione e corruzione, ma le case che crollano in un istante lo mettono davvero in difficoltà, cresce la rabbia dei turchi (e dei siriani)
Erdogan si gioca l’esito delle elezioni presidenziali e politiche del 14 maggio dalla risposta che il suo esecutivo saprà dare recuperando la gravi inefficianze iniziali all’emergenza che non esaurisce certo nella ormai disterata ricerca di ancora qualche sopravissuto, ma sull’immediato futuro di centinaia di migliaia di persona ora davvero senza tutto. Ma la politica e qual po’ di democrazia che resiste, macina tutto e impone regole e analisi impietosamente ‘normali’ su cui siamo costretti a ragionare.
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Vargas Llosa, uno e bino: lo scrittore e il politico nella crisi del Perù.
di Livio Zanotti
Da due mesi il Perù subisce una cruenta emergenza politica, tracimata in una protesta popolare che malgrado le repressioni, 58 morti e innumerevoli feriti, ha raggiunto Lima restandovi accampata e in tumulto: “campo di Marte” di un’ennesima agonia del mitico paese andino. Segue al fallito gesto di forza del capo dello stato, il maestro rurale Pedro Castillo, eletto un anno e mezzo fa con un esile vantaggio su Keiko Fujimori, che del padre, l’ex dittatore Alberto, rivendica anche i crimini infamanti per cui sta in carcere.
Castillo l’accusa di manipolare il Congresso per impedirgli di governare e per disarmarlo ha tentato incautamente di dissolverlo. Ma la maggioranza dei 17 partiti in cui è frantumato ha reagito facendolo arrestare. Da allora la sua base politica -minoritaria ma tutt’altro che inconsistente (piccoli coltivatori e artigiani, indios, borghesia amministrativa minima dell’interno e studenti delle città) pretende le dimissioni della sua ex vice, Dina Boluarte, passata con gli avversari per sostituirlo alla Presidenza, e pronte elezioni.
L’avventatezza di Castillo ha strappato ancora una volta lo sfibrato ordine istituzionale che a malapena conteneva la storica frattura sociale del paese: l’èlite bianca, ricca e istruita da una parte, le masse indigene e indigenti dall’altra, con le varie fasce borghesi urbane nel mezzo, in periodica oscillazione tra i due opposti. E’ la morfologia che caratterizza le società di sviluppo incompiuto, il disequilibrio che ne rende franoso il sistema istituzionale con conseguenze periodicamente sanguinose.
Il dramma storico di quello che per la Spagna dei reali di Castilla e Aragona fu l’Eldorado. E a tutt’oggi è una terra ricca di risorse naturali, in una posizione strategica per i commerci con l’Asia. Tanto che nello spregiudicato e funesto avventurismo delle sue presidenze, Fujimori padre tentò anche di farne un socio in affari del Giappone. Allarmando oltre misura gli Stati Uniti, che solo allora decisero di non poter più tollerare le sue ostilità. Risulta stupefacente che tanta sofferta complessità venga riassunta semplicisticamente da un uomo di cultura anche storica come Mario Vargas Llosa…..
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