Eric Salerno (New York, 1939), giornalista, inviato speciale, esperto di questioni africane e mediorientali, è stato corrispondente del Messaggero da Gerusalemme per quasi trent’anni. Nel 1961 ha portato i Peanuts di Charles M. Schulz in Italia. Così è presentato da “Il Saggiatore”, editore dei suoi libri più recenti. E tra le sue pubblicazioni ricorda: Guida al Sahara (SugarCo, 1974), Fantasmi sul Nilo (SugarCo, 1979), Israele. La guerra dalla finestra(Editori Riuniti, 2002), Genocidio in Libia (manifestolibri, 2005), Mosè a Timbuctù (manifestolibri, 2006). Per il Saggiatore sono usciti Uccideteli tutti (2008), Mossad base Italia (2010), Rossi a Manhattan (2013), Intrigo (2016) e Dante in Cina (2018).
da Remocontro
Ricordo come se fosse ieri quando mio figlio mi disse secco: «Sei un dinosauro. Rappresenti un ottimo esempio di un mestiere che non c’è più. Giornalista no, farò un’altra cosa nella vita». Aveva ragione. Guardando con un minimo di distacco il mondo di oggi si capisce che il nostro mestiere –quello del giornalista che va a vedere, cerca di capire e poi racconta– non è lo stesso di una volta. E si capisce anche perché difficilmente potrà tornare a essere affascinante e forse onesto come era o poteva essere in passato. E anche perché difficilmente, nonostante o per colpa dei progressi nel mondo della tecnologia delle comunicazioni, potrà salvarsi e fare un balzo avanti.
Il ‘dopo 7 ottobre’
Come è stata l’informazione dal 7 ottobre a oggi, ossia da quando i palestinesi –‘militanti di Hamas’, ‘terroristi’, ‘nazisti’, ‘criminali di guerra’, ‘partigiani’, ‘combattenti per la libertà’ o altri termini scelti da chi giudicava e raccontava – hanno dato l’assalto a Israele? Cosa sono oggi i giornalisti o fotografi ‘embedded’? Cosa rappresentano i palestinesi arabi che lavorano per i grandi media; giovani o meno che raccontano da Gaza? E la stampa israeliana? Quella italiana?
Bravi o non bravi li ammazzano lo stesso
Prima di andare avanti, una cifra. Secondo il CPJ, Committee to Protect Journalists – almeno 40 giornalisti e personale del settore informazione sono morti a novembre nella guerra di Gaza: 35 palestinesi, 4 israeliani e 1 libanese. Otto giornalisti sarebbero rimasti feriti. Tre ‘dispersi’. È un numero altissimo anche se non è chiaro se tutti i palestinesi morti erano effettivamente in servizio o si trovavano a casa e sono finiti sotto le macerie dei massicci bombardamenti israeliani della Striscia. È comunque significativo che le vittime sono tra le popolazioni in guerra. I relativamente pochi corrispondenti o inviati italiani hanno raccontato il conflitto dalle retroguardie. Come anche gli inviati dei media internazionali: giornali, agenzia di stampa o fotografiche, radio-tv e i giornalisti freelance, quelli che vendono reportage scritti o fotografici ai media più paganti nella speranza di rifarsi delle spese, guadagnare qualcosa e possibilmente andare avanti con il mestiere.
Il passato per scoprire se esiste futuro
Uno sguardo al passato consente sempre di capire meglio il presente. È così anche e soprattutto per il conflitto palestinese-israeliano. Ricordo quando grandi inviati italiani partivano per raccontare una guerra distante o relativamente distante. Il mondo, ovviamente, era un altro. I mezzi di comunicazione altre ancora. «Per cablo dal nostro corrispondente»scriveva orgoglioso il quotidiano romano Paese Sera negli anni ’50 quando era stato superato il telegrafo ma ancora non veniva utilizzato il telefono per comunicare con il giornale. L’inviato spesso veniva scelto tra quelli del giornale che avevano seguito i conflitti precedenti della stessa area. Nel suo bagaglio, oltre agli abiti utili, portava una conoscenza approfondita del luogo dove andava, o tornava, a raccontare.
I fatti costruiti a tavolino
Anni fa, una giovane, ora famosa, collega italiana approdata per la prima volta a Gerusalemme mi chiese: «Cosa è la cosa più importante da tenere a mente per raccontare Israele e la Palestina?». Risposi secco: «La scelta e l’uso delle parole». Ed è così ancora oggi. Indispensabile, forse più di allora, capire sensibilità e giochi di propaganda. Individuare termini che rispecchiano fatti obiettivi e altri che sono stati costruiti a tavolino. Propaganda o verità. In pace o in guerra. Benjamin Netanyahu, il premier oggi molto contestato da una parte considerevole dello stesso pubblico israeliano, è sempre stato un maestro nell’uso strumentale delle parole. Fu lui il primo a definire ‘terroristi’ i combattenti per la libertà che portarono la Francia a rinunciare alla sua colonia algerina. E sono stati per lui da sempre, considerati terroristi i palestinesi che lottano con le armi per impossessarsi di almeno una parte della terra che considerano ancestrale.
Molti, nuovi e vecchi, sono gli aggettivi che si potrebbero usare, con onestà giornalistica, per definire leader e seguaci di Hamas, integralisti islamici votati alla distruzione di Israele e che soltanto tatticamente, anni fa, si dissero disposti ad accettare una convivenza pacifica con il popolo nemico.
Ex corrispondenti
Il 7 ottobre il giornalismo fu bruscamente svegliato dalla sua indifferenza o, se vogliamo, dalla sua incapacità oggi di raccontare non solo grandi crisi e guerre ma anche le pause tra un conflitto e l’altro. Pensionamenti, prepensionamenti e altro avevano mandato a riposo molti nostri colleghi padroni o quasi della memoria storica. Nelle redazioni si sono cercati i cosiddetti esperti: colleghi che sapevano o credevano di sapere, inviati di lungo corso anche se non erano mai stati in Medio Oriente; ex corrispondenti, capaci di raccontare ma non necessariamente aggiornati. Il mondo dell’informazione era in crisi. Nei talk show, spesso privi di voci competenti, propaganda di parte si mischiava alle analisi obbiettive. Per oltre un’anno schermi tv e radio, la carta stampata o i siti online dei quotidiani si erano concentrati sulla guerra in Ucraina con l’aiuto spesso di giornalisti esperti che non avevano mai visitato i luoghi del conflitto.
A ottobre è accaduta una cosa simile anche se molti reporter avevano almeno sfiorato, in passato, la Terra santa. Alcuni sapevano leggere tra le righe della propaganda. Altri parlavano, analizzavano ma sempre attenti a non farsi definire anti-semiti, un termine esasperato e affibbiato a chi osa criticare lo stato d’Israele.
Censura e autocensura
Israele è sicuramente lo stato più democratico del Medio Oriente. La sua stampa, in tempi di pace, rende relativamente facile il lavoro del giornalista anche italiano. Le posizioni sono chiare. Analisi e critiche sono sovente sufficienti per capire. In tempi di guerra, come oggi, ambiguità e omissioni sono normali anche perché subentra la censura, quella militare, o l’autocensura dovuta alla lotta in corso. Nel piccolo mondo di Gaza, censura e autocensura sono uno strumento della lotta impari tra lo Stato che occupa e la vittima.
Quello che viene mostrato
Il reporter italiano, dalla sua postazione in Israele, vede e racconta quello che può o ciò che gli viene mostrato. E la narrativa rischia di specchiare una versione di parte. Sta al giornalista capire. E per cercare di farlo, come in passato, avrebbe bisogno di tempo, delle spese pagate, di uno stipendio e, perché no, della sicurezza personale che molti inviati in zone di guerra avevano anni fa grazie ad una assicurazione pagata dal proprio giornale o rivista o rete radio-tv. Sono molto distanti i tempi in cui l’inviato speciale, il reporter di guerra, era considerato un testimone da salvaguardare e non un obbiettivo.
E il racconto diventa bersaglio
Le cose sono cambiate in Israele-Palestina. Fotografi, reporter sono spesso nel mirino soprattutto quando rappresentano o sono vicini, in qualche modo, a una delle parti in conflitto. O possono raccontare – compito nostro – anche la versione dell’altro. E a questo proposito, un’altra realtà che troppo spesso è un enorme handicap: lo spazio. Per raccontare, spiegare, cercare di far capire, essere professionalmente onesti non bastano, ovviamente, un tweet, un video di cinque minuti o un solo reportage scritto di mille o duemila battute, spesso molto di meno.
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