Noi e la dimensione religiosa della vita.

Dove tuttavia andrebbe precisato che per assimilazione di un fenomeno storico e di una dimensione religiosa non s’intende necessariamente la condivisione di una fede in Dio e in una vita dopo la morte. Mentre non può mancare senza le conseguenze a cui fa riferimento Lamagna il senso del mistero dell’esistenza. (nandocan)

di Giovanni Lamagna

Chi non ha capito, anzi chi non ha inglobato e assimilato dentro di sé, il fenomeno storico delle religioni, peggio chi lo ignora o lo rimuove totalmente, come se fosse un fenomeno non solo del tutto superato storicamente, ma anche radicalmente alienante (“la religione è l’oppio dei popoli”), per me sarà sempre un uomo monco, orbo, zoppo, privo di qualcosa di essenziale.

Sarà come un albero senza radici, che si illuderà di essersi emancipato, liberato, in realtà vivrà in un’eterna, anche se inconsapevole, nostalgia del divino e del sacro, che gli causerà inevitabilmente insoddisfazioni e frustrazioni, che cercherà di compensare con dei surrogati (non a caso oggi si parla di “religione dei consumi”).

Un tale tipo di uomo mi fa pensare agli orfani, ai quali mancherà per sempre qualcosa: l’amore dei loro genitori o di uno di essi o dei loro sostituti; questa mancanza sarà per gli orfani una ferita sempre aperta, che si porteranno appresso per tutta la vita.

Oppure a quegli adolescenti, che, entrati in una situazione di conflitto estremo coi loro genitori, sono incapaci ad un certo punto della loro vita di porre fine a questo conflitto e uscirne, facendo finalmente pace (in senso simbolico) con loro.

Questi adolescenti rimarranno per sempre tali, incapaci cioè di diventare pienamente adulti; saranno, quindi, in lite permanente col mondo intero, anzi in primo luogo con sé stessi.


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