Inaugurare un processo di pace

All’inizio di un processo di pace le proposte sono discutibili per definizione. Indiscutibile è soltanto quella di una resa senza condizioni da una parte o dall’altra. Ma insistere ancora nella distruzione e nelle stragi reciproche di morti e feriti non fa che accrescere, con l’odio reciproco fra le popolazioni, la distanza e i rischi di un’escalation, oltre che il danno economico dei paesi alleati con l’una o con l’altra parte. Ma anche per il resto del mondo. Basti pensare alle conseguenze per la fame dei paesi africani importatori di grano ucraino. A guadagnarci sono soltanto i fabbricanti e i commercianti di armi. E’ questo che vogliamo? O per una discutibile proposta occidentale dobbiamo attendere l’elezione di Biden o Trump? (nandocan)

di Massimo Marnetto

Chi l’ha detto che la pace sia un atto unico? Solo la resa si sottoscrive in un incontro. Se invece si vuole interrompere la guerra di difesa dell’Ucraina dai russi, si devono mettere in conto più incontri, proposte inizialmente incompatibili, lavoro diplomatico, fino alla definizione di un accordo. La conferenza in Svizzera è un primo passo in questa direzione. La mancanza di unanimità nel documento finale è fisiologica e non deve scoraggiare. 

L’importante è inaugurare un percorso di pace, anche se sembra di rimanere fermi, perché non è così. La Cina – benché assente – si sbilancia e incoraggia le parti ad incontrarsi a metà strada. L’Arabia Saudita si è già candidata ad ospitare la prossima conferenza con la presenza di Cina e Russia e per accreditarsi come paese neutrale, non ha sottoscritto il documento finale. Insomma, sbaglia chi parla di perdita di tempo data la distanza di posizioni. La pace è tessitura. E più gira la spola, più l’ordito cresce.


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