Aggiungo che la politica spettacolo, l”infotainment, sembra far comodo a tutti: ai talk show che trasformando lo studio televisivo (come la politica) in un ring fanno salire gli ascolti, ai politici che non devono preoccuparsi di quello che dicono ma piuttosto di apparire disinvolti e aggressivi, ai giornalisti che possono fare a meno di prepararsi sui nodi intricati della politica e sui precedenti del politico da intervistare, al pubblico che non ha modo o tempo di annoiarsi tifando per gli uni o per gli altri. La linea è questa: esaltare le divergenze e i personalismi, promuovere lo scontro verbale, semplificare e banalizzare al massimo le posizioni al preciso scopo di provocare e mettere l’uno contro l’altro. Detto brutalmente, speculare sull’ignoranza e sul pregiudizio anziché cercare la verità per correggerli.
Non solo in tv. Sulle prime pagine dei giornali si può far leva su una battuta infelice per indirizzare politicamente il lettore. Quella sulla “razza bianca” del candidato di Forza Italia per la regione Lombardia, Attilio Fontana, era di certo una battuta razzista, tanto più quando ha provato a scusarsi accostandola a un articolo della Costituzione, che invece obbliga esattamente al contrario di quanto da lui sostenuto, non discriminare nessuno per motivi razziali. Deplorevole ma non una notizia. Quello che pensano elettori e candidati della destra leghista in fatto di relazioni con gli immigrati di ogni colore è ormai arcinoto. La stupida dichiarazione (un lapsus, secondo l’autore), sfuggita alla bocca di Fontana non aggiungeva gran che di scandaloso. Repubblica però ne ha preso pretesto per un titolone su quattro colonne in prima pagina: “Difendo i bianchi”, scontro su Fontana (prima riga) Appello di Gori a Leu: non deve vincere (seconda riga), dove naturalmente la seconda riga era assai più importante della prima..
Ma un uscita così scoperta può essere controproducente. E’ vero che tutti i giornali sono in crisi. Su blitzquotidiano.it leggo tuttavia che “il dato che colpisce di più è la continua erosione di Repubblica. Siamo a quota 163 mila. Esattamente 163.238. Da quota 198.765 di un anno fa sono più di 35 mila copie di calo. Siamo vicini alle vendite della Stampa, scesa nel periodo di sole 6 mila copie da 124.400 a 118.600. Pensare che una volta Repubblica vendeva quasi il doppio della Stampa”. Con la nuova grafica c’è stato un aumento di duemila copie circa, ma forse la nuova grafica non basta, se è vero come credo che non sono i lettori che hanno abbandonato Repubblica, è Repubblica che ha perso di vista i suoi tradizionali acquirenti. Già con l’arrivo di Calabresi ma soprattutto nelle ultime settimane il quotidiano di De Benedetti ha lasciato per strada molti dei suoi lettori più fedeli, non più disposti a seguirla in una campagna mediatica a fianco del partito di Renzi. Che la Repubblica “ha perso la sua identità” lo ha ripetuto ieri sera, intervistato dalla Gruber a “0tto e mezzo”, l’editore che l’aveva fondata con Eugenio Scalfari nel 1976 e poi sostenuta per quarant’anni. Può darsi che “i rapporti, i giudizi,le iniziative di Carlo De Benedetti” siano “fatti personali dell’ingegnere”, come ha reagito l’attuale direzione. E non c’è motivo di dubitare che il giornale abbia “sempre avuto a cuore la propria indipendenza e goduto di una totale libertà di scelta”. Ma forse è proprio questa “libera scelta” che ha allontanato i lettori.
