Non è raro, anche se riprovevole, che provvedimenti discutibili come l’abolizione del reato di abuso d’ufficio vengano varati nel cuore del periodo estivo quando più debole è l’attenzione dell’opinione pubblica. D’altra parte il Presidente Mattarella, pur manifestando le proprie riserve, ha diritto e motivo di pensarci due volte prima di sottolineare pubblicamente il proprio dissenso dal Parlamento quando ritiene improbabile un ripensamento della maggioranza. Altri capi di Stato, anche in Italia, hanno agito diversamente mettendo più a rischio per l’avvenire il peso della loro moral suasion. Se Mattarella è stato rieletto è stato probabilmente anche a causa della sua prudenza. (nandocan)
di Massimo Marnetto
L’abuso d’ufficio è un reato democratico*. Il Principe non doveva rispondere dei suoi atti di governo, né era sottoposto alla legge. È con l’affermazione del principio di uguaglianza e della priorità dell’interesse generale, che l’uso del potere – se esercitato a vantaggio o in danno di singoli – si trasforma in abuso. Quindi l’avvenuta abolizione di un reato così ‘’politico’’ non è una semplice depenalizzazione, ma segna una retrocessione autoritaria. Con i Sindaci (e non solo) senza più la paura della firma e noi sempre meno cittadini e sempre più sudditi.
Mi ha deluso il Presidente Mattarella con la promulgazione di questo scempio. Non basta il ritardo di 30 giorni per esprimere la contrarietà a una depenalizzazione così grave per la tutela dei cittadini. Mi sarei aspettato un rinvio alle Camere – motivato anche dai vincoli internazionali (UE e Convenzione di Merida) assunti dall’Italia sulla lotta alla corruzione. Invece il Presidente ha firmato col ”broncio”: questa timidezza sa di soggezione, inammissibile per la più alta carica dello Stato.
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