La Flotilla e il naufragio morale dell’Europa

Arturo Scotto su CRS

Non sappiamo come evolverà l’esperienza della Global Sumud Flotilla. L’ultima missione salpata per Gaza ha avuto ancora lo stesso drammatico epilogo. Le imbarcazioni sono state fermate, gli equipaggi abbordati e rapiti in acque internazionali, stavolta a poche miglia dalle coste di Cipro. Trasportati in Israele, sono stati detenuti in maniera ignobile nelle carceri israeliane, accolti e dileggiati, a favore di camera, dal ministro per la Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir. Dopo aver subito violenze e abusi, sono infine stati via via espulsi dal paese.

Anche stavolta, non un aiuto umanitario è entrato nella Striscia, il blocco navale illegale continua a stare lì, impenetrabile dal 2007. Nel frattempo a Gaza il 90 per cento delle persone vivono in accampamenti di fortuna. Le immagini dei bambini divorati dai topi hanno scioccato tutti, le ong sono state escluse così come l’ONU e nessun giornalista occidentale in due anni e mezzo ha potuto documentare il massacro dopo il 7 ottobre. Eppure, anche stavolta, la Flotilla ha destabilizzato l’immobilismo di cancellerie ammalate di doppi e tripli standard, incastonate dentro un’alleanza inossidabile con una Israele che ha cambiato in maniera forse irreversibile pelle.

Rispetto a poco più di sei mesi fa le piazze si sono riempite di meno, forse perché appariva una ripetizione di una iniziativa già vista oppure perché il tepore della cosiddetta tregua ha rallentato la reazione di massa rispetto al disprezzo delle regole internazionali del Governo Netanyahu. Tuttavia, nonostante una spinta popolare meno intensa, questa volta i palazzi del potere sono stati almeno costretti a rispondere delle loro omissioni. E, oltre a comunicati di “vibrante” protesta, hanno dovuto abbozzare persino qualche timido passo formale.

Le sanzioni individuali verso Ben-Givr, ammesso che si facciano, sono sicuramente figlie di un’ipocrisia. Come se il ministro della Sicurezza nazionale fosse un passante e il sodalizio con Netanyahu una parentesi transitoria. Non è così, sono due facce dello stesso disegno eversivo: la Grande Israele e la soluzione finale del problema palestinese. Ovvero la loro espulsione dal lembo di territorio dove dovrebbe sorgere prima o poi uno Stato.

Nonostante questo dato indiscutibile, nessuno davanti alle immagini delle torture nei confronti di attivisti pacifici e disarmati ha potuto fare finta di niente. Come invece tutti i giorni si fa nei confronti dei 9000 palestinesi che sono nelle carceri israeliane, migliaia dei quali in attesa di processo. Se penso che, appena qualche mese non destò per nulla scandalo la visita in carcere del solito Ben Givr al leader più rappresentativo del popolo palestinese, Marwan Barghouti, calvo, stanco e malmesso verso cui non furono risparmiati né insulti né minacce, qualcosa in ogni caso si è comunque mosso.

Ma la questione di fondo è ancora lì, tutta squadernata: se l’Europa pensa di essere portatrice di una politica estera “morale” non può non porsi il problema di una presa di distanza molto più assertiva nei confronti di questo scivolamento autoritario di Israele. La sospensione dell’Accordo di Cooperazione è il passo della verità, il confine tra i proclami vuoti e i fatti concreti.

E qui l’Europa, che dopo due anni e mezzo dall’inizio del genocidio a Gaza è riuscita a sanzionare soltanto tre coloni “violenti” (definizione ambigua che rivela una vera e propria resa morale), quel passo non lo fa. Innanzitutto per il veto di Italia e Germania, che continuano a bloccare questa scelta, senza nemmeno preoccuparsi ormai di offrire spiegazioni. Evidentemente l’intreccio di interessi economici e militari pesa ancora in maniera troppo forte e stringente. Senza troppi giri di parole soltanto nel 2024 l’import export tra UE e Israele ha sfiorato i 44 miliardi, ben 4 dei quali riguardano soltanto l’Italia.

Interrompere o persino rallentare questo flusso di danaro, di beni e di servizi significherebbe affari che vanno in fumo, significherebbe fine del sostegno all’economia del genocidio. Non si possono predicare i diritti umani in casa d’altri se non si riesce a produrre una decisione che punti a far saltare l’apartheid che oggi caratterizza la natura dello Stato ebraico, che si sta trasformando rapidamente nel laboratorio del suprematismo globale. Laboratorio a cui guardano le destre sovraniste di nuovo conio, compresa quella che governa l’Italia. Avamposto di un Occidente che riabilita il volto più brutale del colonialismo in nome del conflitto di civiltà con i barbari alle porte.

Siamo tornati a Huntington, come se la lezione dell’Iraq e delle guerre preventive non ci avessero insegnato nulla. Soltanto che oggi le guerre si sono moltiplicate in ogni fronte e l’Europa rischia di essere ridotta a un cumulo di occasioni mancate. Compresa la fine di una proiezione sul Mediterraneo. Che sta diventando sempre di più il teatro di gioco di altri. A partire da Israele che ha dimostrato questa volta di poter intervenire a mille km da Gaza indisturbata, in acque greche senza che nessuno muovesse un dito.

Glielo hanno lasciato fare, forse li hanno persino aiutati. Padroni di un Mediterraneo che sputa più cadaveri che pesci, dove il naufragio della nostra coscienza civile e democratica si fa ogni giorno più pesante.


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

Scopri di più da nandocan magazine

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere