Può sembrare strano che i leaders politici più ragionevoli o meno irragionevoli di Israele siano quelli provenienti dagli alti comandi delle forze armate, di fatto è così. Forse perché autodisciplina e senso del limite sono qualità necessarie a chiunque viene addestrato ad operare in situazioni di estremo pericolo. Del resto in Israele, anche se i più religiosi si oppongono al servizio militare, tanto da esigere l ‘esenzione, l’esercito non è mai stato un corpo separato dal resto della popolazione. Ciò detto, non facciamoci illusioni su un rovesciamento della sciagurata linea politica seguita da Netanyahu. Antagonismo e radicalizzazione sembrano essere frutto del tempo e la buona volontà di pace è messa ovunque duramente alla prova (nandocan)
Piero Orteca su Remocontro
Gadi Eisenkot, il famoso generale ex Capo di Stato maggiore dell’IDF, è il nuovo astro nascente della politica israeliana. Secondo gli ultimi sondaggi, sta guadagnando consensi a una velocità sorprendente, mentre gli altri partiti sembrano invece bloccati. Gli analisti pensano che sia proprio lui la più seria minaccia elettorale per l’attuale Premier.
Una pietra nello stagno
I dati dei sondaggi sono fragorosi, perché fotografano la situazione politica di un Paese che, normalmente, è avaro di colpi di scena, per quanto riguarda le variazioni del consenso. Oltre che per la cronica frammentazione del voto, Israele si è dimostrato sempre un sistema che esprime una forte “fidelizzazione” dell’elettorato. Insomma, è difficile spostare molti voti da un partito all’altro. Per cui, l’esplosione in pochi mesi della nuova formazione di “Yashar” (“Onestà”), guidata da Gadi Eisenkot, suscita curiosità, speranze o allarme, a seconda dei punti di vista. Il dato è stato certificato dalla rilevazione fatta da una media ponderata tra “Canale 11”, “Canale 12” e “Canale 13” che attribuiscono a “Yashar” quasi il 15% e 14 seggi. Si tratta di un dato in costante risalita che, progressivamente, a detta di diversi analisti, potrebbe chiudere la forbice esistente con il blocco di opposizione rappresentato da “Beyahad” (“Insieme”), accreditato del 23,9% e 24 seggi. Stiamo parlando della coalizione formata, in funzione prima di tutto anti-Netanyahu, dall’ex Primo Ministro Naftali Bennett e dal suo ex alleato di governo Yair Lapid. In sostanza, i tre partiti dovrebbero fare blocco contro il Likud ma, a questo punto, torna in ballo la leadership dell’opposizione che esprimerà l’alternativa a “Bibi”. Se dovesse proseguire il trend al rialzo di “Yashar”, allora sarà Eisenkot il candidato Premier.
Haaretz: qualcosa cambia
Dunque, la vera partita per il futuro di Israele non si gioca solo a Gaza, in Cisgiordania o nel sud del Libano (oltre che nella guerra con l’Iran), ma anche e soprattutto sul fronte interno. In questo senso, le elezioni generali del prossimo novembre saranno decisive. Se le opposizioni, fin qui divise e rissose, riusciranno a coalizzarsi e a guadagnare un piccolo margine di consensi, allora la sorte del Likud e, ovviamente, di Benjamin Netanyahu, sarà segnata. Scrive Joshua Leifer sul quotidiano di Tel Aviv, Haaretz: “Il quadro generale è rimasto incredibilmente statico. Per quasi tre anni, dagli attentati del 7 ottobre, i sondaggi sulle intenzioni di voto dell’elettorato israeliano sono rimasti pressoché invariati. Nessun sondaggio ha mostrato che i partiti che compongono la coalizione del Primo Ministro Benjamin Netanyahu siano in grado di formare un nuovo governo, ma nemmeno i partiti dell’opposizione anti-Netanyahu possono formarne uno proprio senza il sostegno di almeno uno dei partiti a guida araba. Tuttavia, a un livello più dettagliato, chi segue quotidianamente le dinamiche della politica israeliana ha iniziato a notare un’altra tendenza, forse non meno significativa. Nei sondaggi dell’ultimo mese, il sostegno all’ex Primo Ministro Naftali Bennett – e, per ora, principale rivale di Netanyahu – è diminuito, mentre la popolarità di Gadi Eisenkot, ex capo delle Forze di Difesa Israeliane, è in costante aumento. C’è ancora un divario tra i due, ma si osserva una chiara tendenza alla convergenza”.
Chi è il generale Eisenkot
Cominciamo a dire che quello che si profila come lo sfidante più temibile per “Bibi” Netanyahu non è un politico di professione. Cioè, per essere più precisi, è un militare che non ha mai fatto politica, e che dice di essere sceso in campo proprio perché non vede statisti in grado di tirare fuori il Paese da tutti i suoi guai. Sarà “qualunquismo” o “populismo in salsa ebraica”, ma diciamo che il messaggio di Eisenkott, quello di essere un leader che viene dalla strada, senza atteggiamenti da capoclasse, piace in senso trasversale. Questo è il punto: pesca consensi da tutte le parti, senza barriere ideologiche, nazionalistiche o religiose. Parliamoci chiaro: se continua così, il generale è veramente pericoloso per Netanyahu, che può contare solo su uno zoccolo duro di “peones”. Il resto delle simpatie, “Bibi” se le deve “comprare” quotidianamente, distribuendo i pani e i pesci del potere politico. E cercando di sopravvivere alle mascalzonate di ministri, come Itamar Ben-Gvir o Bezalel Smotrich, che in un Paese normale starebbero nei letti di contenzione di una clinica neurodeliri. “Il fascino di Eisenkot – dice ancora Leifer – deriva, paradossalmente, dalla sua personalità riservata. L’ex generale, taciturno, è una sorta di antipolitico, privo di carisma telegenico o di spiccate doti oratorie. In tv si impone con passo pesante, apparendo una figura pacata e quasi soporifera. Si presenta come un uomo comune, un riflesso dell’israeliano medio, mentre Bennett e Lapid sono, a loro modo, rappresentanti dell’élite: Bennett dei lavoratori anglofoni del settore high-tech, Lapid della borghesia laica di Tel Aviv”.
“Più importante di ciò che Eisenkot dice – conclude Haaretz – è ciò che non dice. Suo figlio e due dei suoi nipoti sono stati uccisi combattendo a Gaza, ma lui non strumentalizza il suo lutto a fini di propaganda elettorale. Figlio di immigrati marocchini, nato a Tiberiade e cresciuto a Eilat – sarebbe il primo Premier mizrahi di Israele”. Una bella rivincita, anche per questa comunità ebraica, spesso emarginata. E una vendetta della storia.
