Xi-Putin: poca politica, molta sostanza. Chiusi 40 accordi

Capita spesso nella considerazione comune dei rapporti tra Stati che vengano sopravvalutate le rivalità ideologiche e sottovalutate le relazioni economiche. I successi in politica estera della Cina popolare si devono anche all’abilità del comunismo cinese nel non incorrere in questo errore così che i suoi rapporti con la maggioranza dei paesi europei sono oggi decisamente migliori che nei secoli precedenti. A turbarli potrebbe essere un acuirsi della rivalità con gli Stati Uniti che tuttavia, stando ai recenti commenti di Trump al ritorno ieri dal viaggio a Pechino, non rappresenta ancora una minaccia (nandocan)

Piero Orteca su Remocontro

Putin a Pechino ha fatto una vera ‘toccata e fuga’ che, parafrasando quella di Bach, lascia sonorità notevoli. In una sola giornata ha firmato una raffica di programmi comuni con Xi Jinping e, soprattutto, ha lanciato un appello, assieme al suo grande partner asiatico, rivolto agli Usa (e all’Occidente in generale) «contro tutti gli egemonismi, per una gestione cooperativa del pianeta». In primo piano sono stati posti i temi dell’energia e della sicurezza commerciale.

Un blitz diplomatico

Tutto secondo le previsioni. Gli “sherpa” hanno lavorato benissimo e gli incontri tra Xi Jinping e Vladimir Putin, in visita ufficiale a Pechino, sono stati un vero concentrato di “dossier” diplomatici, trattati, senza troppi orpelli, alla velocità della luce. Un viaggio concreto, insomma, quello del leader del Cremlino, dove le cose più importanti non sono quelle ufficiali (ovviamente protocollari) espresse nei discorsi, ma piuttosto quelle che si intuiscono. Frutto dei colloqui personali e fra le delegazioni allargate nel complesso parlamentare della Grande Sala del Popolo. In sintesi, la geopolitica, che doveva costituire il piatto forte del vertice, è stata protagonista solo in linea assai teorica. Per grandi enunciati, più d’effetto che di sostanza. La “pratica” (ovviamente) ha riguardato le urgenze: commercio internazionale, energia, catena degli approvvigionamenti produttivi, sicurezza dei trasporti marittimi, abuso di sanzioni a fini politici ed egemonismo valutario (il dollaro), che condiziona e, in un certo senso, deforma gli scambi. Parliamo, per chi ancora non lo avesse capito, del vecchio pallino russo-cinese della “dedollarizzaziine” progressiva dei mercati internazionali.

Geopolitica e mercati

“Xi Jinping – riporta il South Chna Morning Post di Hong Kong (SCMP) – ha messo in guardia contro il rischio di una regressione alla ‘legge della giungla’ negli affari globali, sottolineando la necessità di promuovere un coordinamento strategico con la Russia. Preoccupazione è stata espressa per le azioni unilaterali che ostacolano il trasporto marittimo e minacciano l’integrità delle catene di approvvigionamento globali e del commercio marittimo nel suo complesso”. Dunque, la lingua batte dove il dente duole, perché le ansie più immediate di Mosca e Pechino, da cui dipendono anche i rispettivi “fronti interni”, sono indissolubilmente legate alla difficile (e caotica) congiuntura economica internazionale. E la gestione delle aree di crisi politica del pianeta, gli “hotspot”, viene vista come un’indispensabile azione preventiva di riequilibrio, per ricostruire un mercato globale libero da distorsioni negative. Per questo i due Paesi hanno rinnovato il Trattato di amicizia, con Putin che ha rimarcato come il livello delle relazioni tra Mosca e Pechino sia ormai “senza precedenti”.

Un mondo “policentrico”

“La nostra cooperazione in politica estera è uno dei principali fattori di stabilizzazione sulla scena internazionale. È in corso un complesso processo di formazione di un mondo policentrico basato sull’equilibrio degli interessi di tutti i suoi partecipanti” ha detto Putin. Nella dichiarazione congiunta, si parla dgli attacchi militari israelo-americani contro l’Iran, “che hanno minato la stabilità in Medio Oriente”. Inoltre, Cina e Russia hanno promesso il loro sostegno a un cessate il fuoco duraturo nella Striscia di Gaza. Secondo i resoconti del SCMP, i due leader hanno inoltre affermato “di opporsi all’isolamento in politica estera e alle sanzioni economiche contro la Corea del Nord, esprimendo esplicitamente serie preoccupazioni per il rapido riarmo del Giappone. Si sono poi opposti all’ingerenza di forze esterne negli affari interni dei Paesi dell’America Latina e dei Caraibi ‘con qualsiasi pretesto’ (riferendosi a Cuba, n.d.r.). È stato anche espresso allarme “per la militarizzazione dell’Artico”. Poco e niente di ufficiale sull’Ucraina e su Taiwan.

Le intese sotto traccia

Firmati protocolli aggiuntivi per la partnership militare che, comunque, non aggiungono niente di nuovo. Quello che Russia e Cina devono fare, lo stanno già facendo. Per esempio con le intese nel campo della tecnologia più sofisticata, come quella dei semiconduttori e dei droni. Hanno anche concordato di cominciare ad adottare i pagamenti in valuta nazionale per l’import-export di energia, materie prime e semilavorati. Una vera e propria dichiarazione di guerra al dollaro.

Il gasdotto siberiano

La “madre” di tutti i possibili accordi, che potevano scaturire dalla visita di Putin a Pechino, è senz’altro l’ambizioso progetto relativo al gasdotto “Power od Siberia 2”. Chi si aspettava un nero su bianco definitivo, però, resterà deluso, perché la Cina sta rivedendo con attenzione tutta la sua politica energetica. E gli specialisti avvertono che, per questa faraonica “pipeline”, ci sono ancora molti problemi aperti da risolvere. Tuttavia, le due superpotenze hanno raggiunto un’intesa sui parametri chiave del progetto, compresi il tracciato e la costruzione, come ha dichiarato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. I dettagli però sono ancora in fase di discussione e non esiste una tempistica precisa. Il mega-progetto è studiato per trasportare 50 miliardi di metri cubi di gas all’anno dai giacimenti artici e siberiani della Russia verso la Cina, attraverso la Mongolia. È una quantità di energia notevole, sui livelli di quella che era stata prevista per il gasdotto Nord Stream 2, distrutto da un attentato dopo l’invasione dell’Ucraina. Così, del gas russo a prezzi stracciati, che ha alimentato l’economia europea negli ultimi vent’anni, adesso beneficierà la Cina, che ne approfitterà per diventare ancora più competitiva.

E Xi chiede lo sconto

Dopo il memorandum d’intesa firmato lo scorso settembre, le trattative si sono arenate su prezzi, modalità di finanziamento e gestione della costruzione. La Russia ha offerto alla Cina condizioni fin troppo vantaggiose per il “Power of Siberia 1”, che probabilmente non intende ripetere. Mosca parte da una base di 125 dollari Usa per mille metri cubi. Mentre l’alternativa, il GNL, costa ai cinesi circa 370 dollari ogni mille metri cubi. Con questo ampio margine, ognuno cerca di tirare sul prezzo. In ogni caso, la matassa degli interessi è complicata da sbrogliare, perché se è vero che Putin ha disperato bisogno di entrate valutarie fresche, è anche vero che i prezzi dell’energia fossile hanno un trend rialzista. E quindi lui per ora non vuole fare sconti. Inoltre, le due parti potrebbero concordare di ampliare il “Power of Siberia1” entro il 2027. “La Cina – scrive il SCMP – ha già accettato di costruire un quarto gasdotto dal Turkmenistan, quindi non c’è la convinzione che Xi acconsenta a un secondo gasdotto Power of Siberia in questo momento. Senza dubbio la sicurezza energetica è una priorità per lui, ma non bisogna aspettarsi accordi importanti con la Russia”.

Li Lifan, esperto dell’Accademia delle Scienze Sociali di Shanghai, ha però ipotizzato che la Russia potrebbe rivedere i prezzi (al ribasso), poiché ha urgente bisogno di vendere più gas naturale alla Cina per compensare il crollo dell’export verso l’Europa. “In precedenza – ha detto l’analista – le tariffe di transito proposte dalla Mongolia erano relativamente elevate, ma ora è probabile che vengano modificate, sotto la pressione russa”. Secondo qualche analista, la vera urgenza del viaggio di Putin a Pechino era proprio questa: accelerare la realizzazione del mega-gasdotto siberiano.


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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