di Pino Arlacchi
Falsità. L’aggressione di Donald (a cui il deep state Usa è contrario) non accadrà: il governo di Caracas è popolare e ha i mezzi per difendersi.
Tra le false narrative dei fatti del mondo che imperversano in Occidente, quella sul Venezuela è la più oltraggiosa. Non credete a una parola di ciò che i padroni dei mezzi globali d’informazione dicono sul paese, Maduro e l’aggressione iniziata dagli Usa 27 anni fa, con l’elezione a presidente di Hugo Chávez, e tuttora in corso.
Gli eventi quotidiani smentiscono le menzogne che tentano di coprire una guerra di rapina e sopraffazione coloniale condotta da una potenza giunta all’ultima tappa del suo declino. Il Venezuela è un un paese forte, stabile, e deciso a non piegarsi. Un paese che vincerà, pur pagando duramente il prezzo della sua sovranità. La sconfitta Usa sarà la 65ª dall’inizio della Guerra fredda (la 66ª è in dirittura di arrivo, in Ucraina). E ciò avverrà sulla scia di quanto accaduto a quasi tutte le loro guerre, invasioni e tentativi di cambio di regime. Controllate le cifre sfogliando lo studio appena pubblicato su Foreign affairs, bibbia dell’establishment Usa.
La domanda giusta da porsi, allora, non è quella su quanto durerà Maduro, ma quella su quanto durerà Trump. L’aggressione è un’ulteriore tacca anti-Trump che il deep state ha segnato sulla cintura. Pentagono e intelligence s’oppongono a questa pantomima dello sbarco in Normandia voluta da Rubio e sottoscritta dal presidente.
Il deep state, vero padrone dell’America, subisce, abbozza, di fronte a una mossa di politica estera sconsiderata, contraria all’interesse nazionale e decisa da un presidente eletto, per giunta, con il mandato di porre fine alle guerre (e alle sconfitte) infinite. Non c’è un solo dirigente dell’apparato militare, poliziesco e dei servizi di sicurezza che si sia pronunciato a favore dell’attacco. Ci sono invece le dimissioni dell’ammiraglio Hollsey, comandante delle operazioni militari in America Latina e Caraibi. C’è il dissenso fatto filtrare da decine di militari d’ogni grado, tra cui gli avvocati del Pentagono. E c’è la clamorosa notizia, minimizzata dai media, della dissociazione delle forze armate del Regno Unito da una operazione definita illegale perché portatrice di responsabilità personali per i suoi esecutori.
Tradotto in linguaggio comune: l’esecuzione senza processo di sospetti trafficanti di narcotici è un assassinio, come lo è quello di una autorità politica straniera accusata senza la minima prova di compiere o di favorire le stesse attività. Per non parlare dell’aggressione armata a un intero paese senza solide evidenze di minacce alla propria sicurezza nazionale. Quasi tutte fattispecie punibili da tribunali ordinari, in parallelo agli organi della giustizia internazionale.
L’unico successo finora ottenuto dall’aggressione al Venezuela è la sua sostanziale approvazione da parte del circo mediatico-politico dominante in Europa. Quello che da decenni ci somministra dosi da cavallo di disinformazione su Maduro e il Venezuela. E che non si scomoda a inviare osservatori indipendenti sul terreno né a dare spazio a voci fuori dal coro. Proprio come nel caso di Ucraina, Russia e Cina, demonizzate senza ritegno e senza rispetto della decenza.
Dal 1999 i tentativi di destabilizzazione sono stati eclatanti insuccessi, culminati con quello d’abbattere il chavismo tramite soggetti ultra-eversivi e controproducenti come Guaidó e Machado. Personaggi che sembrano studiati per far vincere Maduro e le cui azioni hanno finito col mettere fuori gioco l’opposizione costituzionale e rafforzare il governo: dal 2015 in poi i chavisti hanno vinto tutte le elezioni, incluse comunali e regionali di quest’anno, alle quali nessuno in Occidente ha prestato attenzione perché la disinformazione è rimasta concentrata sulle Presidenziali dell’anno scorso, vinte da Maduro nonostante l’establishment atlantico avesse deciso di far vincere Machado.
Dal 1999 in poi i chavisti hanno prevalso in 25 tornate elettorali su 29. E continuano a vincere per la semplice ragione che i poveri del Venezuela votano per chi li rappresenta meglio, cioè per chi distribuisce all’interno i proventi del petrolio invece di trasformarli in depositi privati presso le banche di Miami.
I chavisti restano al potere grazie alle loro politiche sociali, anzi socialiste. Misure che hanno consentito al paese di sopravvivere alle più barbare sanzioni mai viste e tornare addirittura a crescere negli ultimi 4 anni. Contro un’opposizione appesa al solo slogan di mandare via Maduro e privatizzare il petrolio, affidandolo a mani Usa e riportare così il Venezuela ai tempi della miseria e dell’umiliazione.
Il chavismo ha certo compiuto molti errori. La corruzione è molto diffusa e la “maledizione del petrolio” continua a incombere. Ma la domanda è che cosa abbia reso possibile una continuità di governo così lunga, senza precedenti in America Latina, mantenutasi dopo un crollo del Pil dell’80% che avrebbe abbattuto qualsiasi governo. La spiegazione più sensata è che la stragrande maggioranza dei venezuelani ha riconosciuto la causa del crollo nelle sanzioni americane e nella débâcle dei prezzi del petrolio, invece d’imputarla al malgoverno d’una feroce dittatura, come suggerito dalla narrativa corrente.
Maduro è sopravvissuto ed è più forte di prima perché ha saputo superare la catastrofe del 2015 con politiche d’emergenza radicali, cui è oggi destinato l’80% del bilancio dello Stato, accrescendo e non limitando, inoltre, la partecipazione popolare ai processi decisionali. Il Venezuela di oggi è una democrazia popolare che ha saputo guidare una rinascita economica del paese vergognosamente oscurata dai mezzi di informazione occidentali. La rinascita è documentata da tutti gli enti internazionali, dal Fondo Monetario all’Onu. È iniziata nel 2021, è in pieno svolgimento e quantificata da un balzo del Pil di quasi il 30% in quattro anni.
Il consenso a Maduro è aumentato anche presso gli strati benestanti prima sostenitori ferventi dell’opposizione. Ciò spiega perché i deliri della Machado vengano trattati come tali anche dall’opposizione. Sono stato di recente in Venezuela invitato a un Forum internazionale di 56 paesi: ho constatato la totale irrilevanza di questa signora, i cui progetti eversivi l’avrebbero condotta in galera in qualsiasi paese europeo.
Ho visto solo manifestazioni patriottiche imponenti, composte da chavisti mescolati per la prima volta a gente che qualche anno fa animava le proteste di Guaidó-Lopez-Machado, comunque autori d’un capolavoro: lavorando al servizio di Rubio e Trump, sono riusciti a stimolare una reazione di rigetto anti-imperiale tale da trasformare una milizia cittadina d’autodifesa, formata da “soli” 5 milioni di chavisti, in una forza d’urto di 8 milioni di patrioti ben armati e che s’addestrano ogni settimana. Affiancando un esercito leale al governo e privo di malcontento e rischi di defezione.
Il 95% dei venezuelani è contrarissimo a un’invasione americana. Che non avverrà. Perché inizierebbe come in Iraq e finirebbe come in Vietnam. E con tempi molto ristretti.
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