Si comincia a parlare non di “Ucraina” ma di “Ucraine”

di Lucio Caracciolo

Ritengo di aver scritto in molti miei post che l’Ucraina non è uno Stato etnicamente unitario, oggi non lo è più nemmeno geograficamente data la situazione cogente. Il concetto sembra stia cominciando a passare anche in qualche scritto di analisti prestigiosi che finalmente si sono decisi a scrivere quello che era già noto da decenni a chi si occupava della questione ucraina già da molto tempo, fra i quali, consentitemi, il sottoscritto.

Si parla di “Ucraine” quindi, al plurale, ammettendo che ne esiste più di una e non solo perché un pezzo dell’ex Ucraina è oggi occupata dai russi ma perché storicamente è così.

A chi privo di pregiudizi affrontava il problema etnico e linguistico dell’Ucraina in anni non sospetti, era evidente il profondo scollamento fra la parte est e la parte ovest del Paese. Molti prevedevano che prima o poi i due tronconi si sarebbero separati. Certo si sperava che lo si facesse per via diplomatica e politica e non con una azione militare ma tant’è.

Vi do, se non una prova, un indizio consistente. Una cartina prodotta da uno studio di un istituto europeo del 2003. Come si vede chiaramente, la diffusione delle 3 lingue parlate in Ucraine (perchè sono 3 e non 2 come ho ripetutamente scritto in molti post), evidenzia chiaramente la composizione linguistica e di conseguenza etnica del Paese. Ma la cosa importante sono le percentuali che riporta lo studio. Da valutare attentamente.

Solo nella parte ovest del Paese l’ucraino è fortemente prevalente con un 94,4% di madrelingua ucraini. E’ l’Ucraina storica, un pezzo di Polonia che nel 1918 voleva l’indipendenza ma che non l’ottenne perchè i polacchi repressero il tentativo di separarsi di questo territorio con le armi. La Repubblica Popolare dell’Ucraina Occidentale durò solo 8 mesi prima di essere re-inglobata nella Polonia, d’altra parte la capitale di questo territorio, Leopoli (oggi L’viv), era abitata in maggioranza schiacciante da polacchi che separarsi dalla madre patria non volevano assolutamente.

I tentativi di instaurare una repubblica indipendente provenivano dagli ambienti militari non da pressioni popolari dove la gente, appena uscita dalle stragi della Prima Guerra Mondiale prima, dall’invasione tedesca nel momento in cui i sovietici firmarono l’armistizio cedendo ampi territori Ucraina compresa, nessuna voglia aveva di cominciarne un’altra di guerra.

Anche nell’Ucraina centrale l’ucraino è prevalente, ma la percentuale è assai più bassa rispetto all’Ovest e anche il Surjik (la terza lingua) è abbastanza presente oltre ad una corposa percentuale di russofoni. Ma già nella regione centro-occidentale i rapporti cambiano e i russofoni sono la maggioranza relativa della popolazione con il 46,4% ed anche il Surjik è molto usato come prima lingua.

Nelle regioni orientali e meridionali invece non c’è storia, il russo è parlato dalla stragrande maggioranza della popolazione come prima lingua con medie ben oltre l’80% ma che raggiungono punte di oltre il 90% nelle grandi città. L’ucraino è una lingua in queste regioni fortemente minoritaria. Persino il surjik è parlato più dell’ucraino.

Non sarà sfuggito a nessuno che le regioni a stragrandissima maggioranza russofona nella cartina corrispondono quasi esattamente ai territori occupati dai russi oggi con l’eccezione della regione di Odessa e di una parte della regione di Kharkov. Ambedue e non a caso attualmente sotto attacco russo.

E’ giusto che i russi occupino quelle zone? Secondo molti europei no, ed effettivamente i russi non li hanno mai pretesi prima del 2022. Pretendevano invece una tutela delle popolazioni russe lì residenti. Quasi 10 milioni di persone.

Lo hanno chiesto nel 2014 con gli accordi di Minsk 1. Lo hanno richiesto di nuovo con gli accordi di Minsk 2 nel 2015. Niente. Gli ucraini non hanno mai voluto ratificare quegli accordi ritenendoli “punitivi” nonostante non comportassero nessuna perdita territoriale ma solo la concessione di uno statuto speciale sul modello del Trentino in Italia, tanto che l’allora governo italiano sotto Renzi, si offrì di aiutare a costruire un modello simile. Il presidente ucraino (all’epoca Poroshenko) rifiutò sdegnosamente.

Gli ucraini preferirono la via della forza, spalleggiati da americani ed europei, e, fra alti e bassi, e nonostante le tante proteste del governo russo, continuarono a bombardare il Donbass per 8 anni, non riuscendo peraltro ad avere ragione delle truppe indipendentiste (ovviamente sorrette sottobanco dai russi).

E si arriva al 2022 e alla storia di oggi.

E’ una guerra giusta? No. Non esistono le guerre giuste. Le guerre però si vincono o si perdono. Quelle vinte diventano giuste e quelle perse diventano guerre sbagliate. E’ sempre stato così, da millenni. Si poteva evitare? Sì. Si poteva evitare. Chi non ha voluto trattare per avere un ragionevole piano di pace che garantisse la tutela dei russi delle regioni dell’est e del sud e fin dal 2014? Gli ucraini. E questo senza se e senza ma. Lo stesso Zelensky aveva promesso di applicare gli accordi di Minsk in campagna elettorale ottenendo il voto perfino dai filo-russi. Era il 2019. Nel 2022 ammassava divisioni corazzate nell’est per dare la spallata finale agli indipendentisti di Lugansk e di Donetsk. Senza aver concesso nemmeno uno spillo.

Chi non ha voluto trattare con i russi per un piano di sicurezza europea chiesto a gran voce da Putin innumerevoli volte? Gli americani. “Un incontro su questi temi non è in agenda” risposero.

E c’è ancora qualcuno che parla di invasori ed invasi? Di imperialismo russo?

Ma fatemi il piacere…

Non sono filo-russo. Di Putin e dei suoi non mi interessa un fico secco alla fine della fiera.

Mi interessa invece, e molto, come sia stata gestita tutta questa vicenda dagli Occidentali, dagli americani in primis e dagli europei in seconda battuta ed oggi.

Una sequela di errori uno più grosso dell’altro e si sta continuando imperterriti a sbagliare anche dopo aver preso batoste, aver speso una montagna di soldi, e arrivando addirittura sull’orlo di una guerra aperta con la Russia. E contro il parere americano per giunta, dove gli USA è chiaro anche a cani e porci che vogliono sfilarsi e lasciare gli europei con il cerino acceso in mano.

E pretendete che io sia d’accordo con tutta questa porcheria che si è fatta? Con il sacrificio di un intero popolo agli interessi americani?

Beh ragazzi, fate un po’ quello che vi pare e pensatela come vi pare, ma non in mio nome.

Io non ci sto.


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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