Lo scempio dello Stato ebraico

Raniero LaValle su “Prima loro”

Cari amici,

Gaza è perduta e ben presto, com’è ormai deciso, seguirà l’annessione della Cisgiordania. Il progetto avanzato fin dall’inizio dell’insediamento sionista, della presa di possesso dell’intera Terra di Israele, avrà così il suo compimento. Bisognava aspettare il corto circuito del connubio di Trump con Netanyahu, nell’ora più buia dell’Occidente, e il silenzio dei “volenterosi”, per giungere a questo risultato.

La disperazione palestinese

Lo sapevano tutti, se avessero voluto salvare la giustizia e preservare uno spazio di vita per i Palestinesi (un “focolare”!) avrebbero potuto farlo, non lo hanno fatto, la vittima palestinese è stata designata fin dal principio, altro che Ucraina; il partito religioso lo ha sempre sostenuto: nell’aprile del 2002 in una intervista a Le Monde il suo leader, il generale di brigata Effi Eitan, mentre era in corso la battaglia di Jenin nella seconda Intifada, diceva che l’obiettivo di quella guerra era di “rendere ben chiaro che nessuna sovranità che non sia quella israeliana esisterà mai tra il mare e il Giordano”. E quando la fondazione dello Stato di Israele era solo un lontano miraggio, nel 1936, uno dei suoi fondatori, Ben Gurion, diceva all’Agenzia ebraica che era “assolutamente fuori questione“ che quel progetto si potesse realizzare attraverso un accordo:

“Gli Arabi non potranno mai accettare uno Stato di Israele se non dopo essere arrivati alla completa disperazione, una disperazione che non verrà solo dal fallimento delle loro azioni di disturbo e tentativi di ribellione, ma anche dalla conseguenza della nostra crescita nel Paese”.

Ebbene, nell’eccidio che si sta perpetrando a Gaza noi vediamo la disperazione palestinese: credevamo che fosse l’effetto dell’invasione scatenata dopo l’attentato del 7 ottobre, e invece è il programma che Israele aveva concepito prima ancora dell’insediamento in Palestina come via per la sua attuazione.

Un’ulteriore rivelazione del “progetto nascosto” di Israele in Palestina è quella fatta negli stessi anni dal prof. Jeff Halper, antropologo presso l’università “Ben Gurion” di Beer Sheva (Negev) in un convegno tenuto alla “Sapienza” di Roma. Secondo questo progetto una presenza palestinese era ammissibile solo in quanto inglobata in una accezione della “Terra di Israele” detta “mishul”, una nozione messianica secondo la quale “la terra di Israele appartiene esclusivamente agli Ebrei e deve essere ‘redenta’ nella sua interezza”: i non Ebrei, i palestinesi, possono vivere nel Paese, ma non perché ne abbiano diritto (e tanto meno il diritto al ritorno) ma nella forma del “displacement”, cioè dello spaesamento, dello sradicamento, della estraneazione: ci sono, ma come non esistessero, non avessero bisogni, non avessero diritti.

In questa logica, nella misura in cui non siano abbastanza disperati da rassegnarsi, e si ribellino, il passo successivo è quello, cui assistiamo adesso a Gaza, di scacciarli, metterli in fuga e ucciderli per bombe o per fame, spianando il terreno per i futuri piani urbanistici a beneficio dei poliziotti ricchi e dei grattacieli trumpiani. Netanyahu ha detto esplicitamente e più volte, anche reagendo alle tardive rimostranze europee, che il suo impegno di governo è sempre stato, fin dal principio, quello di impedire la nascita di uno Stato palestinese, e all’esercito ha detto che “il lavoro” cominciato a Gaza deve finire a Gaza “fino alla vittoria finale”.

Nel primo anniversario degli attentati del 7 ottobre, il 29 ottobre 2024 centinaia di persone, aspiranti coloni, si sono riunite nei pressi del confine di Gaza per estendere i confini di Israele dall’Eufrate al Nilo, rivendicando una presenza ebraica “in ogni zolla della striscia di Gaza”, mentre la leader dei coloni, Daniella Weiss, ha detto ai giornalisti: “sarete testimoni di come gli ebrei andranno a Gaza e gli arabi spariranno da Gaza”, e il ministro Ben Gvir ha detto: “ciò che abbiamo imparato quest’anno è che tutto dipende da noi: Si, siamo i proprietari di questa terra”. E parlando dei palestinesi sterminati ha detto: “Li vedo nelle celle dei terroristi. Gli abbiamo tolto i panini con la marmellata. Gli abbiamo tolto il cioccolato, i loro schermi televisivi, i tavoli da ping pong e il tempo per l’attività fisica. Dovreste vederli piangere e strillare nelle loro celle. E questa è la dimostrazione: quando lo decidiamo ci riusciamo, abbiamo successo”. “Incoraggeremo il trasferimento volontario di tutti i cittadini di Gaza. Offriremo loro l’opportunità di spostarsi in altri Paesi perché questa terra appartiene a noi”.

La cosa singolare è che l’Occidente con tutti i suoi valori laici e secolari accetti senza fiatare un titolo di sovranità e di esclusione che deriva da una lettura di un oracolo divino.

Ma pur nel quadro della fede di Israele, quello che lo Stato sionista sta compiendo, dal furto della terra, alla fame, al genocidio è di una efferatezza senza limiti. Questo processo genetico del nuovo Stato di Israele, lo renderà fonte di angoscia per il mondo, e non sarà nemmeno uno Stato ebraico, perché dai tre beni che fanno l’identità specifica dell’ebraismo, la Torah, il popolo e la terra, ne ha tratto fuori uno, la terra, e ne ha fatto un idolo, un assoluto che non vede la sofferenza, non ascolta i gemiti, non tocca le ferite, ed esige sacrifici umani, l’olocausto di un intero popolo. E bisogna anche stare attenti nello spargere il sangue, perché per aver sparso troppo sangue dei nemici Dio, almeno secondo la Scrittura letta da Amos Luzzatto, non fece costruire a Davide il santuario, che poi fece invece costruire a Salomone.

In ogni caso Israele ha pensato bene, nel 2018, di varare una legge costituzionale in cui stabilisce in modo definitivo – costituzionale – che lo Stato di Israele è uno Stato etnico, dove gli Ebrei hanno il diritto esclusivo all’autodeterminazione nazionale, e gli altri non sono nessuno.

È difficile che questo disegno giunga a buon fine, in ogni caso non è destinato a durare, troppo essendo in contrasto con il diritto internazionale, la pietà dei popoli e la stessa fede di Israele. Ci vorrà del tempo e passaggi storici che oggi non possiamo prevedere, ma un giorno verrà in cui i due popoli, convertendosi dall’odio del passato, potranno vivere insieme nella pluralità delle loro culture e delle loro fedi.

Nel sito pubblichiamo un discorso di Raniero La Valle per il XXXVII Convegno nazionale di Studi de “l’altrapagina” a Città di Castello il 13 settembre 2025, “L’incubo della guerra e il cammino della speranza”, discorso peraltro non pronunciato perché gli avvenimenti, in particolare a Gaza, hanno suggerito un altro approccio al medesimo tema.

Con i più cordiali saluti,


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

Scopri di più da nandocan magazine

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere