La nuova ideologia americana nell’era Trump

Riprendo, dopo la pausa estiva, il mio (modesto) contributo alla divulgazione di riflessioni e commenti che possano essere utili a una lettura non superficiale degli avvenimenti. Che cosa intendeva e intende il presidente americano col megalomane annuncio di “un’età dell’oro” per gli Stati Uniti e per il mondo a datare dalla sua elezione? Più importante dell’azione o del suo risultato è il linguaggio per comunicarli?

Chiediamoci anche che cosa di meglio e di nuovo può venire da un’Europa divisa che pare nuovamente preda di antistorici sovranismi. Si campa alla giornata, con una classe dirigente politica che più mediocre e disattenta ai grandi drammi che affliggono l’umanità – dal clima all’ambiente, dalle immigrazioni alle disuguaglianze economiche – è difficile ricordare. Con la politica e i grandi mezzi di comunicazione intenti a inseguire, anziché quei problemi e quei drammi, ridicole beghe di confine, in Europa o nel Medio Oriente.

Tutto si fa per il potere, soltanto il potere. Che cosa fare del potere, una volta conseguito, passa in seconda linea. E chi prova, come un Papa o altri, a suggerire una maggiore attenzione alla gerarchia dei valori importanti per la salute dell’umanità, viene dato per ingenuo e romantico. Buon ritorno dalle vacanze. (nandocan)

Alessandro Orsi su “Geopolis”

Comunicazione e propaganda della rivoluzione trumpiana

Il messaggio nella mente americana

La nuova ideologia americana dell’era Trump non è solo un insieme di politiche, ma un sistema cognitivo costruito per essere interiorizzato dalla popolazione. Nella mente collettiva degli americani, il messaggio principale si articola attorno a concetti chiave come sovranità, forza, indipendenza e rinascita nazionale. Questi elementi non vengono semplicemente dichiarati, ma sono strutturati in un frame mentale che crea una narrazione chiara e coerente, in cui l’America emerge come un’entità che si riappropria del proprio destino dopo un periodo di indebolimento e compromesso. La nuova narrazione statunitense si caratterizza per la sua iper-intenzionalità comunicativa: ogni dichiarazione, ogni politica e ogni evento vengono costruiti per generare un impatto immediato.

Dal punto di vista della pragmatica cognitiva, il messaggio è costruito in modo da attivare schemi mentali già esistenti nella cultura americana. Tra questi, l’idea della Frontiera, come dimostrato dalla decisione di trasferire la giurisdizione della Roosevelt Reservation al Dipartimento della Difesa nel 2025, permettendo alle truppe attive di assumere un ruolo diretto nell’applicazione delle leggi sull’immigrazione [1]. Trump definisce il suo secondo mandato come l’inizio di una “golden age” per l’America, sottolineando che il paese tornerà a essere rispettato e temuto a livello globale.

L’ “eta dell’oro”

“The golden age of America begins right now. From this day forward, our country will flourish and be respected again all over the world. We will be the envy of every nation.” [2].

L’uso del termine “golden age” implica una rottura netta con il passato recente e una promessa di ripristino della grandezza nazionale.

Altro pilastro è il Destino Manifesto, che trasforma ogni azione politica in una missione storica. Ad esempio, Trump ha promesso di inviare astronauti americani su Marte per piantare la bandiera a stelle e strisce, presentando l’esplorazione spaziale come parte della missione storica degli Stati Uniti.

“We will pursue our manifest destiny into the stars, launching American astronauts to plant the stars and stripes on the planet Mars.” [2].

Questo suggerisce una nuova corsa allo spazio come parte della strategia di leadership globale degli USA.

Infine, centrale è la contrapposizione tra noi e loro, un pattern cognitivo binario che rende ogni scelta una difesa della propria identità contro un nemico esterno o interno. La retorica di Trump ribadisce la dottrina “America First”, che si traduce in una politica di protezionismo economico e rafforzamento della sicurezza interna ed esterna.

“Our sovereignty will be reclaimed. Our safety will be restored. The scales of justice will be rebalanced.” [2].

Queste narrazioni rafforzano il senso di appartenenza e mobilitazione, inquadrando ogni politica come parte di un disegno più grande, quasi inevitabile.

La comunicazione politica come atto pragmatico

La comunicazione dell’ideologia americana non è neutra, ma un atto pragmatico con effetti immediati sul comportamento del pubblico. Ogni dichiarazione non è solo una descrizione della realtà, ma una mossa linguistica che guida interpretazioni e azioni. La sua retorica non si limita a dichiarare un nuovo corso politico, ma crea attivamente un’immagine di sé che deve essere vissuta e riconosciuta dai cittadini e dagli alleati.

Il linguaggio utilizzato è caratterizzato da alta intensità emotiva: le parole evocano un senso di urgenza e di missione. È dominante il binarismo semantico: ogni tema è costruito come una scelta tra due alternative nette (sicurezza vs. invasione, sovranità vs. sottomissione, crescita vs. declino). Inoltre, la struttura è persuasiva e ripetitiva: i concetti vengono ripetuti con varianti minime per rafforzare il legame tra il termine pronunciato e la risposta emotiva desiderata. Ad esempio, durante alcuni comizi in Michigan nel 2025, Trump ha ripetutamente enfatizzato la necessità di proteggere i confini e di riportare l’industria manifatturiera negli Stati Uniti, utilizzando slogan come “Buy American” [3] e “Secure borders” [4].

La pragmatica della comunicazione americana nell’era di Trump è quindi perlocutiva, ovvero orientata a produrre effetti concreti sulla popolazione: la percezione di una minaccia imminente, la necessità di un’azione immediata e, infine, la legittimazione di scelte radicali.

Il contesto di riferimento per l’interpretazione

Ogni messaggio è interpretato in base a un contesto predefinito, che struttura la comprensione collettiva delle dichiarazioni politiche. Nel caso dell’ideologia americana, questo contesto è costruito attorno a tre elementi fondamentali: la percezione della crisi, rafforzata dal discorso politico che presenta gli Stati Uniti come un paese indebolito e bisognoso di una reazione immediata; il ruolo dell’America nella storia, in cui il passato viene selettivamente utilizzato per giustificare le scelte presenti, richiamando momenti di espansione, potenza e autodeterminazione; e infine, il bisogno di leader forti, che possano ristabilire l’ordine e la grandezza nazionale. Questa cornice cognitiva influenza profondamente il modo in cui il pubblico recepisce i messaggi politici, riducendo le possibilità di interpretazioni alternative.

La creazione del contesto: il controllo del frame ideologico

Uno degli aspetti più sofisticati della strategia comunicativa americana è che il contesto di riferimento non è solo utilizzato, ma attivamente costruito. Questo significa che il governo

non si limita a inserire i suoi messaggi in una realtà esistente, ma modella la realtà stessa affinché il messaggio appaia come una sua conseguenza logica.

Gli strumenti utilizzati per creare il contesto includono narrazioni predefinite nei media: la crisi migratoria, la concorrenza cinese, la frammentazione sociale vengono enfatizzate per rafforzare il bisogno di una risposta forte. Vi sono poi eventi performativi, come il dispiegamento militare al confine o l’annuncio di nuove politiche protezioniste, che servono a materializzare il messaggio e renderlo tangibile [5].

Infine, l’uso strategico del tempo: ogni crisi viene presentata come imminente e senza alternative, inducendo la percezione della necessità assoluta di una risposta.

Creando il contesto, il governo stabilisce il campo semantico entro cui ogni discussione avviene, riducendo la possibilità di opposizione cognitiva.

Simboli, identità e propagazione della nuova ideologia

In un’epoca dominata dai media digitali e dalla comunicazione istantanea, l’America non è più solo un attore geopolitico, ma un medium globale. L’identità nazionale viene costruita e diffusa attraverso un flusso continuo di immagini, slogan e dichiarazioni che non sono semplici strumenti di persuasione, ma elementi costitutivi della realtà percepita. L’America di Trump funziona come una piattaforma narrativa in cui la grandezza nazionale viene costantemente riaffermata attraverso un’estetica della potenza. Questa estetica si manifesta in immagini di confini difesi militarmente, di fabbriche riaperte, di accordi internazionali rinegoziati con fermezza. Ogni evento viene trasformato in contenuto simbolico, progettato per essere immediatamente condiviso, amplificato e interiorizzato dal pubblico.

Gli obiettivi della comunicazione americana

L’uso della comunicazione da parte del governo americano non è dunque fine a sé stesso, ma risponde a obiettivi precisi: legittimare le decisioni radicali, mobilitare il pubblico, ridurre l’opposizione cognitiva e proiettare potere a livello globale. La costruzione del discorso politico mira a rendere accettabili scelte drastiche, presentandole come risposte inevitabili a problemi incontestabili. Il linguaggio performativo e il controllo del frame ideologico servono a trasformare i cittadini in agenti attivi della nuova ideologia. Attraverso la creazione del contesto e il messaggio binario, le alternative vengono rese meno plausibili. Infine, il messaggio non è destinato solo al pubblico interno, ma serve a inviare segnali chiari agli alleati e ai rivali, comunicando la determinazione americana a ridefinire l’ordine internazionale.

Conclusioni: percezione e contraddizioni

Questa strategia mostra come la nuova ideologia americana non sia solo un fenomeno politico, ma un prodotto comunicativo sofisticato, progettato per plasmare la percezione della realtà e orientare l’azione sociale. Tuttavia la narrazione può spesso divergere dalla realtà. Ad esempio, nonostante la retorica di indipendenza economica, gli Stati Uniti continuano a dipendere da catene di approvvigionamento globali, sebbene il processo sia in evoluzione. Mostrando come retorica e realtà si inseguano costantemente l’una con l’altra [6].

L’America di Trump si presenta come una nazione sovrana e indipendente, ma i suoi legami con la globalizzazione economica e strategica rimangono solidi. Le multinazionali continuano a operare in un sistema interconnesso, e gli Stati Uniti mantengono una presenza militare globale che difficilmente può essere ridotta senza conseguenze geopolitiche [7]. Questa discrepanza non è solo una contraddizione politica, ma un fenomeno tipico dei moderni regimi ideologici ad alta intensità mediatica: l’apparato simbolico non riflette semplicemente la realtà, ma la sostituisce parzialmente, generando una nuova percezione del mondo. La sfida sarà vedere se questo approccio riuscirà a mantenere la sua efficacia nel tempo o se il divario tra narrazione e realtà fattuale finirà per indebolire la coesione interna e la credibilità globale degli Stati Uniti.



[1] https://www.businessinsider.com/us-mexico-southern-border-roosevelt-reservation-
military-control-2025-4
[2] Discorso di Trump al Congresso degli Stati Uniti, 4 marzo 2025:
https://www.youtube.com/watch?v=T8JvnG0r8vM&ab_channel=FOX5NewYork
[3] https://www.nytimes.com/live/2025/04/29/us/trump-news
[4] https://www.govinfo.gov/content/pkg/DCPD-202500540/pdf/DCPD-202500540.pdf
[5] https://www.corriere.it/economia/finanza/25_agosto_08/le-tariffe-di-trump-come-
cambia-il-mondo-ecco-chi-paga-piu-dazi-agli-stati-uniti-35a6b2b5-f2a2-4c29-9f61-
7e4d431c4xlk.shtml
[6] https://www.thomsonreuters.com/en-us/posts/corporates/supply-chains-reaction-tariffs/
[7] https://www.reuters.com/world/china/trump-aims-exceed-first-terms-weapons-sales-
taiwan-officials-say-2025-05-30/


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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