Sedie di plastica metafora della cultura

San Quirico d’Orcia, il “buen retiro” nel cuore nobile della Toscana in cui Antonio predica e vive da molti anni, tra vini e libri della sua vineria, pare offrirgli anche un buon punto di vista per osservare e illustrare con disincanto le virtù (poche) e i vizi (molti) sia del popolo e che del potere. Prossima occasione: Sanremo e il suo festival (nandocan)

Antonio Cipriani su Remocontro

Popolo calpestato e offeso dall’ignoranza del potere, avanti! Con l’estate, i cappellini di paglia e il drink fluorescente arancione nel bicchierone, arriva la stagione dei festival. Una sanremata dell’editoria, o di ciò che resta, che mette in campo una ripetizione pressoché uguale di iniziative, salotti, incontri con tanto di scrittori e giornalisti, politici ed ex politici, personaggi mediatici, nomi noti nel mondo pessimo della cronaca nera da piccolo schermo, fatta di chiacchiere e sciocchezze, di analisi ad capocchiam e arroganza televisiva, quella delle frasette a effetto ululate a tempo.

Anticipando il barbiere pronto a eccepire col rasoio a mezz’aria: no, non è un problema degli ultimi anni. Questa sanremizzazione dell’insignificanza affonda le radici in decenni di amichettismo e salottini dell’inciuciata felice. Ma adesso i brutaloni non si accontentano più del quieto tran tran di potere che ci uccideva lentamente, vogliono spezzare le reni della cultura con la Q maiuscola.

Che fare, quindi? Beh, attivismo anche nella scelta di dove andare, di che fare, di come comprare i libri, di dove comprarli. Attivismo senza se e senza ma. Perché se oggi si chiude un occhio di fronte alle cose scintillanti e ingiuste o al festivalaccio di personaggi televisivi che si intervistano a vicenda (avete notato che va di moda la follia del giornalista che intervista giornalisti?), domani che diritto si ha di dire che la cultura è finita nella pattumiera e che non c’è più niente che renda fertile il terreno di coltura delle comunità?

Finale con visione positiva del piccolo mondo che resiste. Qua e là, tra le montagne disboscate, le spiagge lontane, i paesini spopolati, fioriscono poesie. La bellezza di chi resiste si fa strada. Ci si siede insieme per farci compagnia, per non restare attoniti di fronte all’assurdo. Ed è bellissimo.


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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