25 APRILE 1992-2025

Sono trascorsi 33 anni dalla morte di padre Ernesto Balducci per le conseguenze di un incidente stradale. Potete immaginare che cosa sia stata per me la tragica fine dell’uomo che in gioventù avevo avuto la fortuna di avere come padre spirituale. Di certo aveva contribuito alla mia formazione più di quanto ha potuto fare il mio padre naturale, mi aveva aiutato a intraprendere la professione di giornalista e sessanta anni fa aveva benedetto le mie nozze. Quando gli confessai un giorno che non credendo più ai miracoli e alla resurrezione di Cristo non potevo più considerarmi cattolico e neppure religiosamente cristiano preferì non commentare. Non mi sorprese allora il finale del suo libro più amato, “l’uomo planetario”: “Chi ancora si professa ateo, o marxista, o laico e ha bisogno di un cristiano per completare la serie delle rappresentanze sul proscenio della cultura, non mi cerchi. Io non sono che un uomo” (nandocan).

dalla Fondazione Ernesto Balducci

Questo anniversario cade alla vigilia del funerale del Santo Padre, ma anche nel medesimo giorno in cui si ricorda la Liberazione: sono trascorsi 80 anni da quel 1945. Ci uniamo nella preghiera e nel ricordo delle vittime tutte della guerra e dell’odio tra uomini, ribadendo la necessità – come suggeriva Balducci – di essere uomini e donne “planetari”, senza distinzione di razza, religione, cultura, pensiero. Ribadendo l’impellenza di quella “rivoluzione culturale” presupposto fondamentale di una strategia di pace attiva, vera, faticosa.

Lo facciamo con le parole usate da Balducci nel ricordare i suoi compagni di scuola morti nella strage di Niccioleta del giugno del 1944, 83 minatori riconosciuti partigiani combattenti martiri e a cui Ernesto si sentiva particolarmente legato perché, diceva, “se non avessi seguito un’altra strada, sarei stato sicuramente anche io nell’elenco delle vittime”.

«I miei compagni non ebbero né il tempo di scrivere lettere, ma non avrebbero saputo cosa scrivere… La miniera era il loro inferno, dove morivano un po’ per giorno, ma era anche il pane delle loro famiglie. Era la morte e la vita, il luogo della loro servitù e della loro potenza virile. Gli impianti che volevano salvare erano del padrone, ma erano anche parte di loro, gli strumenti della loro fecondità. Morendo per salvarli ci hanno lasciato un messaggio che sarebbe toccato a noi tradurre in un nuovo diritto di proprietà. E invece i padroni si ripresero le miniere…»
(Ernesto Balducci)

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Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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