Sono trascorsi 33 anni dalla morte di padre Ernesto Balducci per le conseguenze di un incidente stradale. Potete immaginare che cosa sia stata per me la tragica fine dell’uomo che in gioventù avevo avuto la fortuna di avere come padre spirituale. Di certo aveva contribuito alla mia formazione più di quanto ha potuto fare il mio padre naturale, mi aveva aiutato a intraprendere la professione di giornalista e sessanta anni fa aveva benedetto le mie nozze. Quando gli confessai un giorno che non credendo più ai miracoli e alla resurrezione di Cristo non potevo più considerarmi cattolico e neppure religiosamente cristiano preferì non commentare. Non mi sorprese allora il finale del suo libro più amato, “l’uomo planetario”: “Chi ancora si professa ateo, o marxista, o laico e ha bisogno di un cristiano per completare la serie delle rappresentanze sul proscenio della cultura, non mi cerchi. Io non sono che un uomo” (nandocan).
dalla Fondazione Ernesto Balducci
Questo anniversario cade alla vigilia del funerale del Santo Padre, ma anche nel medesimo giorno in cui si ricorda la Liberazione: sono trascorsi 80 anni da quel 1945. Ci uniamo nella preghiera e nel ricordo delle vittime tutte della guerra e dell’odio tra uomini, ribadendo la necessità – come suggeriva Balducci – di essere uomini e donne “planetari”, senza distinzione di razza, religione, cultura, pensiero. Ribadendo l’impellenza di quella “rivoluzione culturale” presupposto fondamentale di una strategia di pace attiva, vera, faticosa.
Lo facciamo con le parole usate da Balducci nel ricordare i suoi compagni di scuola morti nella strage di Niccioleta del giugno del 1944, 83 minatori riconosciuti partigiani combattenti martiri e a cui Ernesto si sentiva particolarmente legato perché, diceva, “se non avessi seguito un’altra strada, sarei stato sicuramente anche io nell’elenco delle vittime”.
«I miei compagni non ebbero né il tempo di scrivere lettere, ma non avrebbero saputo cosa scrivere… La miniera era il loro inferno, dove morivano un po’ per giorno, ma era anche il pane delle loro famiglie. Era la morte e la vita, il luogo della loro servitù e della loro potenza virile. Gli impianti che volevano salvare erano del padrone, ma erano anche parte di loro, gli strumenti della loro fecondità. Morendo per salvarli ci hanno lasciato un messaggio che sarebbe toccato a noi tradurre in un nuovo diritto di proprietà. E invece i padroni si ripresero le miniere…»
(Ernesto Balducci)
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