Gaza, la ‘pietà creativa’ di Trump in faccia al mondo

Massimo Nava su Remocontro

Massimo Nava indignato sul dramma Gaza, mentre l’accordo sulla liberazione ostaggi rischia di saltare assieme alla tregua. «Occorre tornare a riflettere sulle proposte del presidente americano Donald Trump per il futuro di Gaza. Respinte dal mondo arabo, considerate ignobili dai palestinesi e scandalose da molti osservatori, hanno suscitato ovunque ilarità, sarcasmo e indignazione al tempo stesso». L’allarme del Corriere della Sera sulla scia del mondo con dei valori.

Gaza come futura Florida nei piani dell’immobiliarista

L’idea di trasformare Gaza in una specie di Florida mediorientale è nel Dna di un potente immobiliarista qual’è Trump e sarebbe realizzabile con la cinica deportazione di due milioni di palestinesi. Per ora non si sa nemmeno dove, mentre il governo d‘Israele, dopo avere pianificazione la desertificazione della Striscia, propone esodi volontari, come se la volontarietà – ammesso che ci sia – presupponesse anche un passaporto, le spese di viaggio e un biglietto di sola andata. Il piano di Trump si riduce dunque a un ossimoro, la razionale follia, condita da improvvisazione e prepotenza e da una molto pragmatica ambizione finanziaria alla colonizzazione dell’area. Il risultato politico sarebbe una sostanziale pulizia etnica e la definitiva liquidazione del progetto dei due Stati riconosciuti, che tuttavia continua ad essere rilanciato dalla narrazione ufficiale.

Follia americana per cancellare Gaza

Fra discussioni e polemiche, ci si è però dimenticati del punto di partenza, della «scintilla» di questa follia americana, ovvero la totale distruzione di Gaza. A prescindere da chi saranno i responsabili della ricostruzione e della possibilità o meno di reperire capitali, difficilmente i palestinesi, o almeno la maggioranza di essi, potrebbero risiedere nell’area durante i lavori, lo sgombero delle macerie, la sepoltura di migliaia di cadaveri, la rimozione di migliaia di ordigni inesplosi. Il futuro sarebbe soltanto un immenso campo profughi nelle aree periferiche della Striscia, una tendopoli permanente per i prossimi venti o trent’anni e forse più.

Il dopo Gaza, se sarà davvero dopo guerra

Senza consultarsi nemmeno con Israele, Trump ha dunque gettato un sasso nel formicaio. E qualcuno dovrà pure fare i conti con la situazione sul campo. È immaginabile, allo stato attuale del conflitto, una ricostruzione attraverso aiuti internazionali? È immaginabile che qualcuno, in Israele, paghi i danni di guerra? È immaginabile che il mondo arabo apra la borsa per soccorrere i palestinesi, più spesso nella Storia strumentalizzati e poco fraternamente aiutati? Difficile trovare risposte positive. Da qui bisogna partire, non solo dal cinismo di Trump.

Distruzione totale pianificata

Gaza non è altro che un campo di rovine. L’inviato speciale americano che ha potuto recarsi sul posto ha detto che la distruzione è peggiore di quanto si possa immaginare. Tutto, ospedali, scuole, infrastrutture, case, tutto è stato raso al suolo. Sotto le macerie ci sono centinaia di tonnellate di esplosivo che devono essere disinnescate e migliaia di cadaveri in decomposizione, e 172.000 dei 287.000 edifici sono stati distrutti o danneggiati. Nel dettaglio, secondo un rapporto riportato dal Figaro, sono la «capitale», Gaza City, e il nord della Striscia (Beit Hanoun, Beit Lahiya) ad essere stati maggiormente colpiti dalle operazioni di Tsahal.

50,7 milioni di tonnellate di macerie

Anche le zone centrali e meridionali dell’enclave palestinese non sono state risparmiate dai bombardamenti e dai combattimenti contro Hamas. Circa il 50% degli edifici nei governatorati di Deir al-Balah, Khan Younis e Rafah sono stati danneggiati o demoliti in più di un anno di guerra. All’inizio di dicembre, uno studio delle Nazioni Unite ha stimato in 50,7 milioni di tonnellate – 365 chilogrammi per metro quadrato – il peso delle macerie che ricoprono Gaza e che ci vorrebbero fino a 21 anni per rimuoverle. Oltre agli edifici, le Nazioni Unite stimano che circa il 68% dei terreni agricoli della Striscia di Gaza sia stato degradato, aggravando la carestia che ora colpisce il 91% dei 2,2 milioni di abitanti. Come possiamo aspettarci che 2 milioni di civili senza casa e senza più nulla possano sopravvivere in queste condizioni?

La vigliaccheria di chi non vuol vedere

Come ha scritto Le Point, la comunità internazionale sta vigliaccamente ignorando la questione, pulendosi la coscienza con aiuti a pioggia scaricati dai convogli umanitari. Intanto la prospettiva dei due Stati è una favoletta cui non credono più nemmeno i bambini. Ultimo dato, la popolazione di Gaza, con la più alta densità mondiale, raddoppia in media ogni trent’anni.

E il cinismo di Trump diventa un alibi

Al netto di cinismo e mire speculative, Trump ha pertanto messo la comunità internazionale di fronte a un dilemma non eludibile, salvo lasciare che il popolo palestinese sopravviva in queste condizioni per le prossime generazioni, alimentando inevitabilmente l’odio per Israele, il reclutamento di guerriglieri, propositi di vendetta e piani terroristici.

In pratica, il presidente americano ha proposto una sua soluzione per Gaza con lo stesso metodo sbrigativo con cui pensa di mettere fine alla guerra in Ucraina: dialogo diretto con Putin, un «prendere o lasciare» buttato in faccia agli ucraini (ovvero, dateci minerali e terre se volete aiuti e armi), un attivismo a senso unico, a prescindere dai propositi di un’Europa divisa e balbettante. Il mondo può deprecare e condannare, ma ne prenda atto. Altrimenti, anche il cinismo immobiliare di Trump diventerebbe un alibi.


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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