Diritto internazionale o di ingerenza? Ciò che conviene

Massimo Nava su Remocontro

Le Monde ha dedicato un lungo servizio alla cordiale amicizia fra Elon Musk e Giorgia Meloni e il Corriere lo riprende. Con Massimo Nava che lo legge come un assaggio di come s’intendano i ‘consigli’ ‘ dall’altra parte dell’oceano, prossima versione al comando.  

Il consigliere e «ministro degli Esteri ombra» della nuova amministrazione Trump ha detto chiaro e tondo che certi giudici italiani se ne dovrebbero andare. Dove non si sa, comunque un modo elegante per dir loro di smetterla di fare rispettare la Costituzione e le norme europee in materia d’immigrazione. Del resto, questa è l’aria che tira a Washington, dove persino la Corte Suprema è sotto l’influenza di The Donald.

Il ‘diritto di ingerenza’ letto dalla Casa Bianca

Venendo a questioni geopolitiche, il diritto d’ingerenza e, più in generale, il diritto internazionale, hanno già assunto nuove forme interpretative secondo linee guida ancora non scritte, ma sostanzialmente già avviate alla Casa Bianca. La telefonata Trump-Putin, con la presunta raccomandazione fatta al Cremlino di non usare la mano pesante per favorire le trattative, è già un segnale. In pratica, far sapere a Zelensky di non farsi troppe illusioni su quello che sarà il perimetro di una eventuale discussione di pace: l’Ucraina deve cedere i territori occupati dai russi (circa il 20 per cento) in cambio di accordi sulla ricostruzione e sulla propria sicurezza e indipendenza politica, che potrebbe comprendere in un tempo indefinito l’adesione alla Ue e alla Nato, sempre che su quest’ultimo punto s’impegni anche una Casa Bianca più distante dagli europei sulla gestione e sul peso futuro dell’Alleanza.

L’Europa trombona va alla guerra

Naturalmente, le «anime belle» gridano allo scandalo, vorrebbero che scendesse più decisamente in campo (con armi, stivali e aiuti) un’Europa stanca di guerra, più divisa sulle strategie da seguire e oggi tentata — con un occhio al portafoglio e agli affari — di dividersi anche nel rapporto con Trump. In pratica, lo spezzatino di accordi bilaterali per difendere le Mercedes, il foie gras e il parmigiano.

Diritto internazionale o d’ingerenza?

A prescindere dalla nobiltà di questi atteggiamenti, c’è da chiedersi quale sia nel mondo di oggi, guardando la storia di ieri e anche dell’altro ieri, l’interpretazione più corretta e uniforme del diritto internazionale e del diritto di ingerenza per favorire rapporti pacifici e rispetto reciproco degli interessi nazionali: posto che minoranze linguistiche, culturali, religiose ed etniche molto spesso sono state all’origine di conflitti con la sovranità e i confini nazionali. Giustamente l’Ucraina indipendente dopo la fine dell’Urss rivendica il rispetto dei propri confini, compresi Donbass e Crimea oggi occupati dai russi.

Limbo Donbass e Crimea

Se mai ci sarà un accordo, queste terre finiranno in un limbo riconosciuto soltanto da Mosca, come è già il caso delle repubbliche autoproclamate dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud in territorio georgiano o della Transinistria in territorio moldavo. Ma se guardiamo la storia recente, l’amputazione della provincia separatista di etnia albanese del Kosovo subita dalla Serbia è stata possibile non in forza del diritto internazionale, bensì del ‘diritto umanitario’, fatto rispettare peraltro dopo il bombardamento della Nato su Belgrado e la caduta del presidente Milosevic.

Serbia con Kiev pensando al Kosovo

Non casualmente oggi la Serbia — paese amico e alleato della Russia — mantiene paradossalmente ottimi rapporti con Kiev proprio perché difendere il diritto del Donbass ucraino significa difendere un atavico diritto al Kosovo serbo. Anche se il Kosovo serbo era in realtà abitato da albanesi e il Donbass ucraino è abitato da una maggioranza russofona e filorussa. Quanto ai confini dell’Ucraina, se da un lato appare anacronistica e grottescamente ideologica la volontà del Cremlino di esaltarla e rivendicarla come la culla della civiltà e della cultura russa, dall’altro non è del tutto cancellabile un processo storico che ha visto i confini dell’Ucraina cambiare in diverse epoche e il nazionalismo ucraino combattere sia contro i polacchi ad ovest sia contro i russi ad est.

Le faziosità Ue a spinta Nato

Dando per scontata e comunque maggioritaria l’aspirazione europeista e occidentale dei popoli dell’Europa dell’Est dopo la caduta del Muro di Berlino e l’implosione dell’Urss, Stati Uniti ed Ue hanno favorito con ogni mezzo (finanziamenti a movimenti e partiti, ong, media) questa aspirazione e i processi elettorali conseguenti. È accaduto in Ucraina, in Moldavia, in Georgia, sull’onda di quanto era già in atto nei Paesi dell’ex Patto di Varsavia. A queste ingerenze, la Russia ha risposto con mezzi analoghi e con metodi più oscuri e sbrigativi, ma ben collaudati nella logica del Cremlino. Questa contrapposizione non ha portato a nuovi equilibri, ma ai conflitti e alla confusione sociale di oggi.

Ucraina devastata e spopolata

L’Ucraina, devastata e spopolata, dopo due anni di guerra e centinaia di migliaia di vittime, attende con ansia di conoscere un futuro che non potrà più decidere da sola. Un futuro che non dipende più da nobili principi di diritto, ma dal vento che tira alla Casa Bianca, come se le esperienze dell’Iraq, dell’Afghanistan e prima ancora del Centramerica non avessero insegnato che le linee guida non sono scritte sul marmo, ma sono non lineari e aderenti alle circostanze. La Moldavia e la Georgia, dopo gli ultimi risultati delle elezioni, condizionate o meno, influenzate o meno da potenze esterne, sono lacerate e divise e rimangono sul crinale dell’incertezza e dell’angoscia collettiva.

Ma se l’occidente volta le spalle a tutti?

Il grande rischio è che gli Usa (e gli europei di conseguenza) voltino le spalle a tutti. Perché, in fin dei conti, i prezzi al supermercato e alla pompa di benzina, i posti di lavoro e la sicurezza pesano nelle urne più dei nobili principi che una narrazione elitaria e mediatica continua a difendere senza tenere conto del principio più decisivo: quello di realtà.


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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