Per Marwan Barghouti, eroe palestinese, carcere di massima sicurezza

Eric Salerno su Remocontro

Due giorni prima della svolta al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per il cessate il fuoco immediato che Israele non rispetterà.
«C’è un uomo che, forse, potrebbe unire le varie fazioni palestinesi in lotta contro l’occupazione israeliana e guidare quel popolo arabo verso la creazione di uno Stato indipendente accanto a Israele. Il nome di Marwan Barghouti è sulla lingua di amici e nemici da molti anni», introduce Eric Salerno, che lo ha conosciuto personalmente.
Il suo nome molte volte citato come possibile leader. L’ANP accusa Israele di mettere in pericolo la sua vita

Crudele accanimento

Quando incontrai Marwan Barghouti, anni fa, era un giovane attivista che sembrava capace di generare una nuova visione della lotta palestinese dominata, allora, dalla vecchia guardia capeggiata da Yasser Arafat, il leader dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina. Oggi langue in un carcere israeliano. E la settimana scorsa l’Autorità palestinese ha accusato Israele di aver messo in pericolo la sua vita. È stato trasferito in una struttura di massima sicurezza, non può ricevere visite e sarebbe stato torturato dalle sue guardie.

Violenza vendicativa da Non Stato

Sua moglie, l’avvocata Fadwa Ibrahim Barghouti, sostiene che «sarebbe stato picchiato con delle spranghe e ferito sul volto, vicino agli occhi». Le autorità penitenziarie israeliane negano ma di sicuro non gli consentono di ricevere visite o comunicare con l’esterno. Molte volte durante i suoi 22 anni di carcere aveva delineato una formula per unire le varie organizzazioni palestinesi perché si presentassero unire a un’eventuale negoziato con Israele.

Divide et impera

«Fino a quando i palestinesi sono divisi tra Hamas, fondamentalisti islamici contrari all’idea stessa di uno stato ebraico e l’Autorità nazionale Palestinese, è inutile, impossibile, parlare di un futuro di pace», è stata la linea di Netanyahu e di altri governanti israeliani. Divide et impera, l’antica formula latina, è sempre valida. Netanyahu e i suoi seguaci avevano favorito la crescita strategica di Hamas nella striscia di Gaza e, in maniera meno riuscita, anche nella Cisgiordania occupata.

Il mostro cresciuto in seno

Oggi Netanyahu parla di un mondo palestinese senza Hamas ma la maggioranza degli osservatori internazionali concordano sul fatto che il movimento islamico, nonostante l’uccisione di migliaia dei suoi militanti e della distruzione della maggior parte del suo arsenale, è ormai parte integrante della società palestinese e lo sarà ancora per decenni.

Netanyahu si ripete

L’altro giorno la delegazione israeliana a Doha per i negoziati indiretti con Hamas è tornata a Tel Aviv mentre a Gaza le forze armate israeliane continuano le operazioni militari soprattutto nelle zone settentrionali della striscia. Netanyahu continua a ripetere che prima o poi ci sarà l’assalto a Rafah e a «quello che resta di Hamas». Parla soltanto di una breve pausa nei combattimenti per motivi umanitari e per la liberazione degli ostaggi israeliani.

Hamas, accordo lontano

«Siamo ancora lontani da un accordo. Israele – sostiene Hamas – non accetta la fine delle operazioni militari; limita a duemila al giorno il ritorno dei gazawi alle loro case o ai ruderi; per ogni ostaggio rilasciato è disposto a liberare soltanto cinque detenuti palestinesi e vuole deportare i detenuti con condanne lunghe fuori dal territorio palestinese». [Ripetiamo, questa prese di posizione precedono la svolta al Consiglio di sicurezza Onu Ndr].

Barghouti dopo 22 anni di carcere

Finora, per quanto emerso dal segreto delle trattative, il nome di Barghouti è stato fatto più volte e, più volte, Israele avrebbe risposto con un secco no a una sua eventuale liberazione. Il timore della moglie e dei dirigenti palestinesi è che dopo 22 anni di detenzione possa morire in carcere come avvenuto in questi ultimi mesi ad altri tredici detenuti per i quali le autorità israeliane hanno dichiarato il decesso ‘per cause mediche’.

In un’istanza inviata al procuratore Avigdor Feldman, Barghouti ha dichiarato di non ricevere cibo in quantità adeguata, di esser costretto a dormire sul pavimento e di esser stato ripetutamente picchiato mentre era bendato, umiliato, trascinato nudo per terra in presenza di altri detenuti .

Più che pena, un martirio crudele

Marwan Barghouti fu arrestato la prima volta a 18 anni, nel 1978, e condannato a sei anni di detenzione. Imparò l’ebraico in carcere, studiò storia e scienze politiche all’università di Bir Zeit, nella Cisgiordania occupata, e fu tra i fondatori di Shabiba, l’organizzazione giovanile di Fatah nei Territori, particolarmente attiva in quell’ateneo negli anni Ottanta.

Emerse come figura carismatica nella Prima intifada (1987-1993) e venne deportato in Giordania nel 1987 con la moglie ei due figli: la famiglia restò in esilio per sette anni e rientrò in Cisgiordania nel 1994, dopo la firma degli Accordi di Oslo.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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