Muoia Sansone

Come nel mito biblico, Israele rischia con la rappresaglia bellica di provocare a se stesso ingenti danni. Quattro le condizioni per una strategia alternativa: dimissioni del Governo Netanyahu; liberazione di Marwan Barghouti; piano per una confederazione israelo-palestinese; dispiego dei “caschi blu” dell’ONU nei Territori. 

Pubblicato il 2 Novembre 2023 

 GIUSEPPE CASSINI  in C.R.S.

Narra la Bibbia (cfr. Giudici, 16): «Sansone arrivò a Gaza. I Filistei, appena informati del suo arrivo, decisero: “All’alba lo uccideremo”. Ma egli afferrò battenti e stipiti delle porte della città e le divelse… Quando infine fu catturato e incatenato, il popolo ringraziò il proprio Dio: “Il Signore ha messo nelle nostre mani colui che devastava la nostra terra e moltiplicava i nostri morti”. Quindi lo portarono davanti al popolo e lo incatenarono tra le colonne del tempio. Allora Sansone si aggrappò alle due colonne centrali gridando: “Che io muoia con i Filistei!”. E il tempio crollò su tutta la gente. Furono più i Filistei uccisi con la sua morte di quanti egli aveva ucciso in vita». Tutto ciò avvenne a Gaza millenni fa, ma ora si sta ripetendo.

Si dice con ragione che la guerra fa strage della verità. Affinché questo non succeda stavolta, conviene riepilogare alcuni punti fermi, senza tema di venir accusato di pregiudizi, perché chi ha visitato fin da giovane Mauthausen, Dachau, Auschwitz e lo Yad Vashem può ritenersi immune da ogni traccia di antisemitismo.

Il massiccio sbarco ebraico in Palestina è un fenomeno recente.

Il massiccio sbarco ebraico in Palestina è un fenomeno recente. Si fonda su uno slogan coniato nel primo ‘900 del neonato movimento sionista: “Un popolo senza terra per una terra senza popolo”. Uno slogan “fondamentalmente falso” l’ha definito l’insigne musicista Daniel Barenboim (cfr. Repubblica del 15 ottobre), precisando che un secolo fa “la popolazione ebraica in Palestina era solo il 9%”. Lo confermano stime attendibili: gli israeliti non erano più di 50.000 e i palestinesi 500.000 circa. Ma ancora nel 1946 si contavano 600.000 israeliti in una regione abitata in prevalenza da palestinesi, di cui molti cristiani. Oggi gli ebrei e i palestinesi sono a parità: poco più di 6 milioni gli uni e gli altri.

Non potendo negare la realtà demografica, tre generazioni di governanti israeliani hanno tentato di cancellarla in altro modo. «Non esistono palestinesi, esistono solo arabi» sosteneva Golda Meir nel 1969. E via negando, fino all’attuale ministro delle Finanze, Smotrich, che il 19 marzo scorso a Parigi ha stupito i francesi affermando: «Il popolo palestinese è un’invenzione che ha meno di cent’anni. Hanno forse una storia, una cultura? No. Esistono solo arabi». Guarda caso, il ministro ha menzionato un tempo (cento anni) che corrisponde invece all’origine della “aliyah”, il ritorno nella Terra Promessa.

Un memoricidio

Oggi 12 milioni di abitanti convivono nella stessa terra ma fanno sogni diversi. Nel profondo di ogni palestinese si annida la convinzione che prima o poi gli ebrei se ne andranno, come se n’andarono gli ultimi crociati nel 1291. Quanto agli israeliani, loro sognano di tuffarsi nel fiume Lete per uscirne beneficiati del dono dell’oblio. Questo tentativo freudiano di far sparire per magia 6 milioni di palestinesi è stato definito dal quotidiano Haaretz (25 ottobre) un “memoricidio”.

Il 7 ottobre Hamas ha brutalmente trucidato 1400 israeliani; ora Tsahal punta a eliminare almeno 14.000 palestinesi secondo la regola non scritta dei dieci contro uno. Ma la barbarie di Hamas nello sgozzare bimbi ebrei è sotto gli occhi di tutti; mentre il massacro decuplicato di bimbi palestinesi non viene percepito come altrettanto grave, perché Hamas difetta della potenza comunicativa d’Israele e della sua diaspora. Il che aiuta a spiegare come mai l’Occidente usi due pesi e due misure in questo conflitto. «Il diritto internazionale è carta straccia se implementato selettivamente» ha deplorato il re di Giordania, dopo aver visto il Sud globale affollare le piazze a sostegno di Hamas (e dei suoi tagliagole).

Nel frattempo Smotrich, in quanto ministro delle Finanze, deve decidere come coprire le spese del conflitto. Tagliare agli ultraortodossi i sussidi che aveva appena aumentati? Inaccettabile, anche se in genere quelli non lavorano, non servono nell’esercito, non pagano tasse e a volte lanciano sassi a chi capita il sabato di camminare nei loro quartieri (per dirla tutta, la Bibbia imporrebbe la lapidazione – cfr. Esodo 35, 2 e Numeri 15, 32 – ma ora non si usa più).

I ministri di estrema destra che Netanyahu ha imbarcato nel governo sono propensi ad accaparrarsi l’intera Cisgiordania per diritto biblico; e pazienza se la Corte Penale Internazionale ha condannato gli espropri, gli insediamenti e il muro di 700 km che toglie acqua e terra fertile a chi vive lì ab immemorabili. Di fatto i coloni continuano ad avanzare metro dopo metro, rendendo inattuabile l’ormai ipocrita soluzione dei “due popoli due Stati”. Se però lasciamo marcire questa crisi, la erediteranno le nuove generazioni, così come stanno ereditando la crisi climatica non gestita da noi a tempo debito.

Forse, una soluzione alternativa potrebbe ancora essere esperita. A queste condizioni: dimissioni di Netanyahu e del suo Governo razzista; liberazione di Marwan Barghouti (il Nelson Mandela palestinese in carcere dal 2002); piano per una confederazione israelo-palestinese sui generis; risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU per dispiegare i “caschi blu” nei Territori. Utopie? Probabilmente. Ma gran parte degli israeliani e dei palestinesi non vuole più versare sangue: aspira solo alla requie, alla pace. Nel poema epico dei Maya c’è un brano che potrebbe ispirarli: «Ogni luna, ogni anno, ogni giorno, ogni vento arriva e passa. Anche tutto il sangue giunge al luogo del suo riposo (Toda sangre también llega al lugar de su quietud)».


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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