Cancellare Gaza

Antonio Cipriani su Remocontro

Mentre scrivo queste poche parole, avvolto in un’angoscia che mi toglie il respiro, i bambini palestinesi camminano sulle macerie della loro storia, sanguinano su quelle macerie, mentre dal cielo, dal mare, dalla terra stanno piovendo bombe. Che intelligenti non sono, sono di vendetta e di devastazione. Cercano Hamas ammazzando indiscriminatamente chiunque.

Mentre ospedali, forni, scuole, case vengono abbattute perché potrebbero ospitare terroristi, il mondo trema. Perché è giusto che tremi, che si scuota dal torpore dell’ingiustizia che crea un sistema di catene e di oltraggio, di paure e morte.

Vogliono cancellare Gaza. Lo dicono apertamente ormai, senza neanche un filo di pudore, quasi celebrando il cortocircuito etico e filosofico che sta guidando l’unica democrazia del vicino Oriente alla strage consapevole e crudele di vittime inermi. Perché di questo si tratta, di un aspetto della guerra che cercavamo di cancellare dalla nostra storia, dalla nostra cultura: il massacro di massa di persone disarmate, rinchiuse in enormi prigioni a cielo aperto dalle quali non si può evadere, colpevoli di essere nate nel posto sbagliato.

Le conseguenze le pagheremo tutti per decenni. Le conseguenze della ottusità, delle scelte brutali, della mancanza di giustizia e delle vendette. Una dopo l’altra, incatenando azione a reazione, sangue a sangue, brutalità a brutalità. Pagheremo le conseguenze dell’impossibilità diplomatica, dei distinguo europei di fronte a palesi violazioni del diritto internazionale. Un diritto che sarà impossibile tirare in ballo dopo aver girato la faccia dall’altra parte in questi momenti.

Mentre scrivo penso che forse dovrei mettere in pagina tutti i distinguo doverosi, tutte le retoriche richieste per non essere considerati antisemiti, complici di Hamas, filo-terroristi, anti occidentali, anti americani eccetera. E penso che no, occorre superare il tempo di doversi giustificare per considerare efferata l’efferatezza. Quello che accade a Gaza è pura e semplice efferatezza. La maggior parte delle persone lo sa, la maggior parte del mondo lo sa. Ora e sempre occorre essere dalla parte delle vittime innocenti, degli inermi e di chi soffre.

La mia voce angosciata può solo dire: cessate il fuoco. Per l’amor di Dio, cessate il fuoco.


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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