A ventidue anni dall’11 settembre al-Qaeda è tornata forte, pronta a colpire

Anche gli esperti ammettono il ‘fallimento della guerra al terrore’ seguita all’attacco alle Torri Gemelle. Unico risultato riconosciuto, aggiungere lutti alle 2.753 vittime delle Twin Towers, 40% delle quali ancora ignote, denuncia Avvenire. In copertina la foto del crollo delle tossi gemelle ripresa dal satellite e sotto, il vuoto quattro giorni dopo

Le vittime ignote

Le identificazioni vanno a rilento, avverte Francesco Palmas, anche se le autorità di New York hanno appena informato che altri due di quei 2.753 innocenti recuperati tra le macerie di Ground Zero hanno finalmente un’identità. Mentre, nel ‘Muro della memoria’ sono stati aggiunti i nomi di 43 soccorritori morti per le conseguenze di malattie contratte quel tragico giorno.

Biden il giorno dopo

Domani, di ritorno dal fallimentare G20 indiano e dal Vietnam, Joe Biden non era a New York e a deporre la tradizionale corona di fiori a Ground Zero è stata la vice Kamala Harris. A oltre due decenni di distanza, in ogni caso, appare evidente come la strategia muscolari post-11 settembre si sia rivelata un errore la considerazione politico statistica ormai condivisa dalla pur lacerata politica Usa.

Morti i capi di allora, i nuovi al comando

Benladen, al-Zawhairi e al-Baghdadi morti in varie e spesso confuse operazioni vendetta, ma l’idra jihadista non è scomparsa. Anzi, cercano di avvertire gli specialisti di antiterrorismo rispetto al fronte bellico-politico Ucraina-Cina, «ha rinnovato ranghi e leadership». L’Afghanistan già lo diceva chiaramente, ma eravamo distratti ad altri guai che stavano arrivando a compimento.

L’Afghanistan e il Daesh-Khorasan

Dopo la ritirata statunitense e la vittoria taleban, il Paese è tornato agli albori, e Palmas entra nei dettagli. «Al-Qaeda vi prospera ovunque: a Kabul, Kandahar, Helmand e Kunar, con più di 20mila uomini, agli ordini di una sessantina di capi militari. Decine sono i campi d’addestramento e i santuari». I qaedisti di oggi sono identici a quelli dell’11 settembre, ci viene detto: stessa agenda e stessi propositi. Cambiati solo i leader.

I qaedisti di oggi e di sempre

L’emiro attuale sarebbe Saif al-Adel, che l’intelligence statunitense ed occidentale ritiene acquartierato in Iran o nel nord della Siria, nell’impenetrabile Idlib. L’uomo è sfuggente, ma il ‘Soufan Group’ lo descrive come: «il soldato più valido del jihad mondiale». Sarebbe lui la chiave dei taleban contro il Daesh-Khorasan, un altro nemico occidentale, per ora in tutta l’Asia centrale, Africa e vicino oriente. Molto vicino.

Dove colpisce Al Qaeda oggi

«Gli attentati sono all’ordine del giorno, con decine di morti in Pakistan. Nel distretto di Bajaur, l’idra jihadista sta conquistando fette della Penisola arabica ed è all’offensiva in molte parti dell’Africa. È qui la nuova frontiera, dove stanno cadendo città e campagne. Tidarmené è capitolata ad aprile. Menaka, una megalopoli lontana 80 chilometri soltanto, è accerchiata».

Terrorismo senza frontiere

Il terrorismo non ha frontiere: al-Qaeda opera nel Sahel, in Mozambico, in Somalia, in Nigeria e nel bacino del lago Ciad. Combatte la sua guerra fratricida col Daesh (l’ex Isis), e l’altra, strategica e non meno sanguinosa, contro i fragili governi locali, avverte l’analista. «La violenza armata è inarrestabile, cresciuta in un anno del 22 per cento».

Tutto favorisce il jihad

«La povertà sociale e la fine dell’operazione militare francese, insulsa come le guerre americane. Tutto favorisce il Jihad. E dopo dieci anni di battaglie, i 15mila jihadisti saheliani sono più forti di ieri. È ora di ammettere che per sconfiggere il jihadismo non servono i droni e la forza bruta, ma programmi sociali, sviluppo e istituzioni affidabili».

Negli Emirati afghano, nord-siriano e africano, il 40% della popolazione vive con meno di 1,90 dollari al giorno. Non ha prospettive. Chi, in queste condizioni, non imbraccerebbe un’arma da usare contro il mondo?


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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