Reader’s – 3 giugno 2023. Rassegna web di nandocan magazine


Se a guidare l’intelligenza artificiale fosse l’istinto di sopravvivenza dell’umanità e non quello di morte che sembra guidare attualmente i nostri governi, solo allora potrebbe considerarsi un utile passo avanti per il mondo (nandocan)

L’intelligenza artificiale e l’allarme dei suoi guru: «L’umanità è in pericolo»

Tra i 350 firmatari, i pionieri e i big che si contendono il primato nel settore. «Può portarci all’estinzione, servono regole vere»

di Massimo Gaggi

NEW YORK L’intelligenza artificiale, che sarà comunque il motore del nostro futuro, un grande produttore di progresso, potrebbe anche diventare una minaccia per la sopravvivenza dell’umanità. Cercare di mitigare i rischi di estinzione del genere umano dovrebbe diventare una priorità planetaria come lo sono gli sforzi per evitare una guerra nucleare.

Non é la prima volta

Non è la prima volta che si parla di una super intelligenza capace di distruggere gli stessi uomini che l’hanno creata. Limitandoci all’ultimo decennio e a personaggi noti, moniti simili sono venuti da Elon Musk, da Bill Gates, da Jack Ma di Alibaba e dallo scienziato Stephen Hawking, scomparso nel 2018.

L’allarme lanciato ieri dal Center for AI Safety, però, ha un’eco molto più vasta per due motivi: intanto perché da sei mesi, con la rapida diffusione di ChatGpt, l’intelligenza artificiale (AI) è passata da materia per pochi eletti (e, quindi, ignorata dai più) a tema di discussione quotidiana.

Ma a farci riflettere è soprattutto il fatto che a firmare un documento che lancia un monito estremo e chiede ai sistemi politici e sociali di intervenire sono 350 imprenditori, ricercatori ed esperti del settore, compresi i personaggi che oggi si contendono il primato dello sviluppo dell’AI:

Sam Altman, capo di OpenAi e padre di ChatGpt, Demis Hassabis, capo di DeepMind, l’AI di Google che ha messo in campo Bard e Dario Amodei, ceo di Anthropic: la start up di un gruppo di computer scientist che hanno lasciato OpenAI per creare una loro azienda (che è partner di Amazon). Hanno firmato l’appello anche due dei tre scienziati considerati i «padrini» dell’intelligenza artificiale: Yoshua Bengio e Geoffrey Hinton (che qualche settimana fa ha lasciato Google proprio per essere più libero di avvertire i governi e le opinioni pubbliche delle insidie di queste nuove tecnologie). Manca, per ora, la firma del terzo «padrino»: Yann LeCun, capo della ricerca di Meta-Facebook.

Se nell’era delle reti sociali, cresciute in un clima da «liberi tutti», chi ipotizzava limiti e controlli veniva tacitato come retrogrado, in questa nuova stagione dell’intelligenza artificiale si discute fin dall’inizio di regole, anche se nessuno sa ben dire quali. E sono le stesse imprese a chiederle:

Un mese fa alla Casa Bianca

i capi della Silicon Valley ne hanno discusso un mese fa alla Casa Bianca con la vicepresidente Kamala Harris e con tutto lo staff di Biden e due settimane fa lo stesso Altman, durante un’audizione al Congresso, ha ripetuto la richiesta di regole per evitare che vengano messi in circolazione modelli di intelligenza artificiale incontrollabili.

Fin qui, però, ci si è concentrati soprattutto sui rischi immediati di attacco ai sistemi informatici, disinformazione, sabotaggio di elezioni e altri effetti deleteri per le democrazie che possono derivare da un uso criminale dell’intelligenza artificiale.

I rischi per la sopravvivenza dell’umanità sono rimasti sullo sfondo, anche perché sono in pochi a credere che l’AI — basata su un volume immenso di dati e una capacità di analizzarli e selezionarli usando metodi probabilistici — possa arrivare a un livello di consapevolezza analogo a quello degli umani. E a desiderare di sopprimerli o renderli schiavi.

Chi teme il peggio

Chi teme il peggio, però, ha in mente altri scenari: una super intelligenza priva di coscienza ma più potente di quella umana per capacità di analisi dei dati e rapidità di esecuzione che stermina il genere umano (magari diffondendo agenti patogeni) perché abbiamo incautamente affidato alle macchine un compito rispetto al quale l’uomo è un ostacolo da rimuovere.

E la mancanza di coscienza delle macchine potrebbe essere non un ostacolo ma un incentivo allo sterminio. Un esempio raggelante di Musk: «Quando costruiamo una strada seppelliamo sotto l’asfalto un gran numero di formicai. Non siamo nemici delle formiche, ma è inevitabile sopprimerle se vogliamo la strada. Noi potremmo diventare formiche per l’AI».


Il naufragio delle spie Aise-Mossad sul lago Maggiore. Funerale in Israele silenzio in Italia

di Remocontro

La riunione delle spie, forse una festa, probabilmente altro di cui mai sapremo, a conferma degli stretti rapporti di intelligence tra Israele e Italia. Ieri sepolto ad Ashkelon, Israele, l’ufficiale del Mossad morto nel ribaltamento della barca assieme a due agenti italiani e una cittadina russa
C’era anche il capo del Mossad David Barnea ieri ai funerali di Erez Shimoni, ammesso che si chiamasse così l’alto ufficiale del servizio segreto israeliano. Sepolture sottotono per i due italiani sepolti a casa e per la cittadina russa a coronare gli ingredienti della ‘Spy Story’.

«21 spie in gita sul lago», titolo da film poco credibile

Le spiegazioni che non verranno. Erano tutti agenti segreti, i 21 passeggeri della strana gita sul lago a bordo della ‘Gooduria’, la barca condotta da Claudio Carminati, che ci viveva con la sua compagna, la russa Anya Bozhkova, a insaporire ulteriormente la ‘spy story’ finita in tragedia. Sulla barca dunque –precisano le relazioni dei carabinieri ai magistrati-, c’erano 13 israeliani e 8 italiani, tutti agenti segreti.

Gli italiani appartenevano all’Aise, il servizio d’informazioni per l’estero. Gli israeliani tutti del Mossad. Com’è noto, quattro non ce l’hanno fatta: le due donne del gruppo, Anya Bozhkova e Tiziana Barnobi, rimaste imprigionate dentro l’imbarcazione che si è capovolta e poi è affondata, e due uomini, l’italiano Claudio Alonzi e l’israeliano Erez Shimoni. Tutti rientrati in patria -vivi e morti-, con volo speciale gli ospiti della sfortunata vacanza/missione avvolta nel mistero.

Spionaggio stretto Israele Italia (+Usa)

Anche il capo del Mossad David Barnea ieri ai funerali ad Ashkelon di Erez Shimoni, nome forse vero o forse no, ma certo alto ufficiale del servizio segreto israeliano morto domenica al Lago Maggiore nel ribaltamento dell’imbarcazione turistica in cui hanno trovato la morte anche due agenti dell’intelligence estera di casa. Per gli italiani forse l’onore dell’attuale capo dell’Aise Giovanni Caravelli, ma comunque il silenzio. Mentre per Shimoni tanti elogi funebri. Lutto e molto altro, scrive Michele Giorgio sul Manifesto. Non tanto per ricostruire le cause della sciagura su cui lavora la magistratura –ma non soltanto-, quanto piuttosto per comprendere i motivi della riunione di 21 tra agenti del Mossad, ex ma non troppo ed operativi, e dell’intelligence italiana.

L’ex che tra le spie israeliane non esiste

fatto che Israele abbia inviato immediatamente il ‘Bombardier executive’, l’aereo delle missioni più segrete del Mossad, per riportare a Tel Aviv i superstiti al naufragio -sempre Michele Giorgio-, rivela l’importanza delle persone e della loro missione in Italia. D’altronde lo stesso Shimoni, a 50 anni di età non poteva essere il pensionato di cui si è letto. Il quotidiano Haaretz ha scritto che «non è un segreto che pensionati esperti e qualificati dell’establishment della sicurezza, incluso il Mossad, vengano periodicamente richiamati per una sorta di servizio di riserva in base a contratti speciali». In poche parole, Shimoni sarà stato pure un pensionato ma era ancora dentro il Mossad.

Vertice di chi e per cosa?

Per questo l’ipotesi avanzata da più parti di un incontro ad alto livello tra spie italiane e israeliane, seguito da qualche ora di svago in barca finite in tragedia, è la più concreta, suffragata dal fatto che lo skipper Carminati è conosciuto per i suoi contatti con l’ambiente dei servizi segreti. Al momento, la sola cosa certa in tutta questa vicenda, è l’alleanza stretta che l’Italia ha da almeno 20 anni in campo militare e di intelligence con Israele, paese non europeo e non membro della Nato. Ma fortemente ‘Associato’; secondo alcun critiche, anche troppo.

‘Memorandum d’intesa’

In vigore il memorandum d’intesa italo-israeliano ratificato nel 2005 da Camera e Senato che ha istituzionalizzato la cooperazione tra i ministeri della difesa, le forze armate e di intelligence dei due paesi. Lo scorso anno, il generale Amir Eshel, direttore del ministero della difesa israeliano, in visita a Roma, espresse la sua soddisfazione per «l’alleanza strategica tra i due Paesi e la posizione mantenuta dall’Italia a fianco di Israele nei contesti internazionali». Sulla questione palestinese, anche troppo, con ripensamenti politici tardivi recenti ad Occidente.


Rivoluzione e fratellanza

di Giovanni Lamagna

Per l’ultimo Sartre – quello dell’intervista a Benny Levy, pubblicata nel libro “La speranza oggi” (Mimesis 2019) – l’idea di rivoluzione – in cui Sartre evidentemente ancora credeva o che (sarebbe meglio dire) alimentava ancora la sua speranza esistenziale – non è legata ad un atto, un evento specifico, cioè all’atto/evento insurrezionale nel quale sono inevitabili azioni cruente, di natura perfino terroristica.

Ma è piuttosto associata al messianesimo ebraico, cioè al processo intrinseco alla Storia, al termine del quale gli uomini si vivranno come autentici fratelli. La rivoluzione, insomma, come piena realizzazione della fratellanza tra gli uomini.

Speranza forse illusoria, perché del tutto utopica. Ma che unica – anche per me, come per Sartre, si parva licet – riesce a dare un senso (o, almeno, una direzione di marcia) alla vita. E, quindi, la voglia di camminare, procedere, andare avanti.


  • Contro la guerra
    da Remocontro Nessuno è così stolto da preferire la guerra alla pace, poiché in tempo di pace sono i figli che portano alla sepoltura i padri, mentre in tempo di guerra sono i padri che seppelliscono i figli.(Erodoto). La guerra nutre se stessa (Tito Livio) Predatori del mondo intero, adesso che mancano terre alla loroContinua a leggere “Contro la guerra”
  • La mancata insurrezione iraniana: ‘i curdi hanno rubato le armi’
    Temo proprio che non sia consigliabile, e in molti casi perfino impossibile prendere sul serio molte dichiarazioni dell’attuale presidente Usa (speriamo per poco, una rielezione sarebbe fatale). Gli osservatori più seri lo sanno ma fingono di prenderle in considerazione (per non rinunciare allo scoop), prendendone tuttavia le distanze. Tanti altri invece si affrettano ad amplificarleContinua a leggere “La mancata insurrezione iraniana: ‘i curdi hanno rubato le armi’”
  • I due americani
    Trump non è la civiltà americana, ne è solo un usurpatore e un sintomo grottesco, ma è pur vero che il Congresso non lo ha fermato, l’esercito non si è ribellato, i giudici hanno dovuto tacere, gli infermieri non l’hanno prelevato, il suo staff lo ha sostenuto. Quello che è finito è però il mito americano, di cui anche noi siamo stati vittime, il mito o “sogno americano”, “libertà democrazia e libera impresa”, in nome del quale sono state portate guerre e maledizioni in tutto il pianeta, e popoli interi resi servi, e i “valori occidentali” contrapposti al “resto del mondo”, parola del “Corriere della Sera”.
  • L’Iran e il crollo dei doppi standard
    dí Francesco Sylos Labini La guerra in Ucraina è stata largamente interpretata, nella narrazione dominante dei media mainstream, come una guerra di aggressione imperialista: secondo questa lettura, Putin avrebbe deciso di negare l’indipendenza dell’Ucraina, puntando a riassorbirla nella Russia, in una logica spesso paragonata a quella della Germania nazista nel 1939. In questa prospettiva, negoziareContinua a leggere “L’Iran e il crollo dei doppi standard”
  • La guerra persa da cui Trump non sa come uscire
    Appare ormai molto credibile che solo la prevista sconfitta dei repubblicani nelle elezioni di medio termine possa riuscire ad allontanare il rischio di “un prolungamento distruttivo per tutti” dopo la minaccia di un intervento di terra per spaventare il regime iraniano. Si spera che l’isolamento di Trump non solo negli Stati Uniti ma anche inContinua a leggere “La guerra persa da cui Trump non sa come uscire”

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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