Reader’s – 2 maggio 2023.

Radicalità

“La festa del lavoro sempre più precario e la disoccupazione cresce per le donne”, titolava ieri Repubblica. Ed era giusto sottolinearlo perché per trovare un senso ai festeggiamenti dovremmo anzitutto chiederci se e quanto le condizioni dei lavoratori siano davvero migliorate in una repubblica che da tre quarti di secolo si dichiara solennemente fondata sul lavoro.

Come dar torto allora a chi, come Marco Gucci nell’articolo che segue, scrive che questa situazione non potrà mai essere corretta se non attraverso una rivoluzione culturale radicale”? Possiamo disapprovare i suoi toni eccessivi e un linguaggio “politicamente scorretto”; possiamo deplorarne l’ingenuità; possiamo continuare, perché no, come ieri a cantare e saltare sotto la pioggia al “concertone” di San Giovanni. Ma neppure io credo che un blando riformismo come quello faticosamente portato avanti finora dalla sinistra (e da Repubblica) sia sufficiente a fermare una deriva che appare inarrestabile del sistema neoliberista verso un’Europa e un mondo sempre più diseguali. (nandocan)


Festa del lavoro, facciamo un esempio

Marco Gucci su Facebook

Facciamo un esempio: l’articolo 36 della nostra Costituzione dice: “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.”

Dunque ogni lavoratore, e quindi ogni cittadino, essendo la nostra Repubblica fondata sul lavoro, dovrebbe non solo avere un lavoro, ma anche una retribuzione che gli consenta una vita libera e dignitosa, a sé e a tutta la sua famiglia. E ciò anche in caso di disoccupazione involontaria, come ribadisce il secondo comma dell’art. 38: “I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria”.

Che tutto ciò sia del tutto inattuato e che cresca il numero di non occupati, e di lavoratori poveri, che guadagnano cioè una miseria, e che al contempo la ricchezza degli oligarchi e delle élites finanziarie, politiche, culturali, dello sport e dello spettacolo, del giornalismo e della TV, abbia raggiunto apici spaventosi, è ormai noto a tutti.

Ciò che stamattina invece vorrei dire è una cosa molto semplice: io sono convinto che questa situazione non potrà mai essere corretta se non attraverso una rivoluzione culturale radicale. Dobbiamo in altri termini sbullonare il sistema della guerra, della menzogna, e dell’ingiustizia nelle sue travi portanti, nelle sue logiche occultate, lì dove pochi guardano. Dobbiamo e possiamo farlo, perché in realtà il Re è nudo, e molte persone ormai lo vedono con chiarezza.

Dobbiamo smascherare sempre meglio e con linguaggio popolare ma preciso la logica omicida e democida che sta alla base dell’ideologia di questa unione europea, ad esempio, dobbiamo scoprire e rendere pubblici i nessi di causa ed effetto che legano le scelte culturali ed economiche degli ultimi decenni alle attuali derive di ineguaglianza e di guerra mondiale.


Alluvione di precarietà

di Massimo Marnetto

Più precarietà, meno dignità. Questo in sintesi il risultato più eclatante del Consiglio dei Ministri guasta-Festa del lavoro. I pochi euro prelevati dalla riduzione del cuneo fiscale, vengono sottratti non al profitto, ma alle entrate necessarie per finanziare le tutele del lavoro.  A questa alluvione di precarietà si somma il dramma di chi viene lasciato senza il reddito di cittadinanza. E degli occupabili, che devono accettare un lavoro fisso ovunque o – se a termine – entro 80 chilometri. Tradotto: è irrinunciabile un part-time che preveda la pendolarità fino a Km 160 al giorno!

Insomma, dilaga la piaga del lavoro povero, mentre la rendita è sotto tassata e l’evasione incoraggiata. Una pacchia per padroni e padroncini senza scrupoli; angoscia ammazza-sonno per chi si troverà senza protezioni. Nel dramma c’è almeno un elemento di chiarezza per chi aveva archiviato la distinzione destra/sinitra: per la destra lo sfruttamento è normale; per la sinistra, uno scandalo che si risolve con la lotta. Quando si inizia?


Ieri vi ho parlato della mia prima esperienza con ChattGPT, oggi ripropongo da Facebook quella di un noto collega, Claudio Sabelli Fioretti:

Omonimo

Claudio Sabelli Fioretti su Facebook

“Mimmo, vecchio volpone del mio blog, mi segnala la chat nuovissima dell’intelligenza artificiale. Dice che è stupefacente. Io abbocco e mi iscrivo subito. E per provarne l’efficienza gli chiedo di parlarmi di me. Ecco il risultato. Ne avesse beccata una.

Claudio Sabelli Fioretti è un noto giornalista, scrittore e conduttore televisivo licenziato dalla RAI. È nato a Roma nel 1956 e ha studiato giurisprudenza all’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. Tuttavia, dopo aver completato gli studi, ha deciso di intraprendere la carriera giornalistica, iniziando a lavorare per diversi quotidiani, tra cui “Il Messaggero” e “La Stampa”.

Negli anni ’80 ha iniziato a collaborare con la RAI, lavorando come conduttore di diversi programmi televisivi di successo, tra cui “Il grande gioco dell’oca”, “Mai dire gol” e “Striscia la notizia”. Inoltre, ha scritto numerosi libri, tra cui saggi, romanzi e biografie.

Sabelli Fioretti è noto per il suo stile ironico e scanzonato, che lo ha reso uno dei volti più amati della televisione italiana. Tra i suoi lavori più recenti, ha scritto il libro “Gli occhi del mondo”, pubblicato nel 2021, in cui racconta la sua esperienza come inviato speciale in varie parti del mondo, tra cui l’Africa e l’America Latina.

MI DOMANDO : CHICAZZÈ QUESTO OMONIMO?


La pace cinese in Medio oriente dopo mezzo secolo di disparità Usa

Ugo Tramballi su Remocontro

La Cina, da superpotenza economica con accenni militari, a protagonista diplomatica, segnala Tramballi sul suo SlowNews del Sole24ore. Un nuovo medioriente molto meno americano e con minori faziosità di parte.

Palestinesi dimenticati a margini di Israele

La Cina vuole risolvere anche il più antico e intrattabile conflitto del Medio Oriente, probabilmente del mondo contemporaneo: quello fra Israele e palestinesi.

«L’attuale priorità della Cina», ha detto Qin Gang, ministro degli Esteri, in una telefonata ai colleghi israeliano e palestinese, «è mettere sotto controllo la situazione e prevenire l’escalation del conflitto». Così Pechino si propone come mediatrice per riprendere il dialogo «al più presto possibile».

Armamenti Usa dipendenti

L’impresa è ai limiti dell’impossibile, troppo ambiziosa e fuori dalla realtà. La sicurezza d’Israele dipende troppo dagli Stati Uniti: 3,8 miliardi di dollari l’anno. È parte di un impegno a lungo termine deciso dall’amministrazione Obama nel 2016 e confermato dai successori: 38 miliardi per il decennio 2017/28. È il doppio di ciò che aveva sborsato l’America nel decennio 1999/08. Il libero accesso che Israele ha nell’arsenale americano più avanzato non lo possiede nessuno degli alleati Nato.

Investimento politico elettorale Usa

Senza contare l’investimento politico, diplomatico ed emotivo di tutte le amministrazioni, democratiche o repubblicane. Ora non più, ma una volta il presidente che fosse stato capace di imporre una pace fra israeliani e palestinesi avrebbe rivinto le elezioni. E forse Qin Gang confonde il confronto fra Iran e Arabia Saudita, dei quali ha sponsorizzato la ripresa delle relazioni diplomatiche, con il conflitto fra israeliani e palestinesi.

I primi non sono disposti ad ascoltare gli appelli al dialogo dei munifici americani, ancor meno intendono farlo con i cinesi.

Oltre l’economia classica

La crescente influenza di Pechino nel Golfo è economica: compra il 40% del suo petrolio e il 30 del gas. La Cina è il primo esportatore nella regione, più di Stati Uniti ed Europa. Nel conflitto fra israeliani e palestinesi l’aspetto economico ha un’importanza trascurabile.

Guerre israeliane fuori listino di Borsa

Con gli anni l’economia israeliana ha imparato ad assorbire attentati e guerre con Gaza, che non spostano di un decimale i listini della Borsa di Tel Aviv. Nella loro rivolta del 2000 contro l’occupazione israeliana, ai palestinesi non importava che la seconda Intifada avrebbe distrutto la loro importante crescita economica del decennio precedente, durante la trattativa di pace.

Scemenze cinesi?

La proposta di Qin è apparentemente senza senso. Per molti versi lo sono anche le altre iniziative di pace: sauditi e iraniani trattavano da anni la ripresa delle relazioni. Anche i 12 punti del piano per l’Ucraina, sono piuttosto inattendibili: una delle due parti, gli ucraini, ancora attende una telefonata da Xi Jinping (che nel frattempo è arrivata).

Poi l’inciampo diplomatico dell’ambasciatore

Lu Shaye, l’ambasciatore cinese a Parigi: secondo lui le ex repubbliche sovietiche diventate indipendenti più di 30 anni fa, «non possiedono un reale status nella legge internazionale»: cioè non hanno diritto alla sovranità nazionale. Ucraina, repubbliche baltiche, Kazakistan, Georgia e gli altri, dovrebbero continuare ad essere parte della Russia, erede dell’Unione Sovietica. Nemmeno Vladimir Putin era arrivato a tanto.

Attivismo diplomatico improvvisato?

Perché tutto questo attivismo diplomatico a dir poco mal concepito? E’ imperfetto in apparenza. In realtà ha un senso: ne stiamo parlando qui nel blog; i media del mondo ne hanno parlato. E chissà quale distorsione propagandistica ne stanno facendo i siti cinesi, russi e in quello che viene definito Global South.

La Cina sta studiando da superpotenza e il suo vero obiettivo non è il Medio Oriente, il Brasile di Lula, la Russia o l’Ucraina. Ma gli Stati Uniti, ovunque la loro influenza, gli interessi economici, politici e le basi militari siano nel mondo.

La Palestina risorta

Il ministro degli Esteri israeliano ha dato risposte caute al collega cinese. Ma per il palestinese Riad al-Maliki, è stato come vincere alla lotteria: sovrastati dal conflitto ucraino nelle priorità europee, abbandonati dagli arabi e ignorati da Washington, i palestinesi hanno trovato uno sponsor inaspettato.

45 anni di presenza schierata Usa

Nell’ultimo saggio sugli ultimi 45 anni di presenza americana in Medio Oriente (Steven Simon, ‘Grand Delusion’, Penguin Press), l’autore spiega che i negoziatori – repubblicani o democratici ma in gran parte ebrei – non hanno mai raggiunto un risultato nel conflitto israelo-palestinese perché erano troppo impegnati a soddisfare gli obiettivi israeliani. Steven Simon, membro del Consiglio per la sicurezza nazionale di Bill Clinton e Barack Obama, è di religione ebraica.

Per l’autore, il grande disinganno mediorientale è stato imporre l’idea di libertà e società aperta che hanno gli americani: è incompatibile con la realtà mediorientale.

La Cina e il mondo arabo

Probabilmente anche ai cinesi interessa molto poco dei palestinesi. Ma a Pechino sanno che nel mondo arabo, anche in quello alleato dell’Occidente, gli americani sono detestati. E non solo in questa regione. «Quello che abbiamo dalla Cina è un nuovo aeroporto, quello che abbiamo dall’America è una predica», diceva il leader di un paese in via di sviluppo a Larry Summers, ex segretario al Tesoro.

La crescita e la potenza reale

La Banca Mondiale, il Fondo Monetario e l’Ocse concordano che nel 2023 la crescita economica della Cina sarà del 5% circa. Quella degli Stati Uniti dell’1,6 e dello 0,8 nell’Unione Europea. Gideon Rachman del Financial Times scrive che «il dollaro è la valuta più popolare per gli scambi commerciali. Ma la Cina è la più grande nazione commerciale del mondo».

E pretende sempre più di trattare in renminbi. Già prima delle sanzioni economiche europee, alla Borsa di Mosca gli scambi nella valuta cinese superavano quelli in euro.


  • Contro la guerra
    da Remocontro Nessuno è così stolto da preferire la guerra alla pace, poiché in tempo di pace sono i figli che portano alla sepoltura i padri, mentre in tempo di guerra sono i padri che seppelliscono i figli.(Erodoto). La guerra nutre se stessa (Tito Livio) Predatori del mondo intero, adesso che mancano terre alla loroContinua a leggere “Contro la guerra”
  • La mancata insurrezione iraniana: ‘i curdi hanno rubato le armi’
    Temo proprio che non sia consigliabile, e in molti casi perfino impossibile prendere sul serio molte dichiarazioni dell’attuale presidente Usa (speriamo per poco, una rielezione sarebbe fatale). Gli osservatori più seri lo sanno ma fingono di prenderle in considerazione (per non rinunciare allo scoop), prendendone tuttavia le distanze. Tanti altri invece si affrettano ad amplificarleContinua a leggere “La mancata insurrezione iraniana: ‘i curdi hanno rubato le armi’”
  • I due americani
    Trump non è la civiltà americana, ne è solo un usurpatore e un sintomo grottesco, ma è pur vero che il Congresso non lo ha fermato, l’esercito non si è ribellato, i giudici hanno dovuto tacere, gli infermieri non l’hanno prelevato, il suo staff lo ha sostenuto. Quello che è finito è però il mito americano, di cui anche noi siamo stati vittime, il mito o “sogno americano”, “libertà democrazia e libera impresa”, in nome del quale sono state portate guerre e maledizioni in tutto il pianeta, e popoli interi resi servi, e i “valori occidentali” contrapposti al “resto del mondo”, parola del “Corriere della Sera”.
  • L’Iran e il crollo dei doppi standard
    dí Francesco Sylos Labini La guerra in Ucraina è stata largamente interpretata, nella narrazione dominante dei media mainstream, come una guerra di aggressione imperialista: secondo questa lettura, Putin avrebbe deciso di negare l’indipendenza dell’Ucraina, puntando a riassorbirla nella Russia, in una logica spesso paragonata a quella della Germania nazista nel 1939. In questa prospettiva, negoziareContinua a leggere “L’Iran e il crollo dei doppi standard”
  • La guerra persa da cui Trump non sa come uscire
    Appare ormai molto credibile che solo la prevista sconfitta dei repubblicani nelle elezioni di medio termine possa riuscire ad allontanare il rischio di “un prolungamento distruttivo per tutti” dopo la minaccia di un intervento di terra per spaventare il regime iraniano. Si spera che l’isolamento di Trump non solo negli Stati Uniti ma anche inContinua a leggere “La guerra persa da cui Trump non sa come uscire”

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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