Reader’s – 18 aprile 2023

Sul termovalorizzatore di Roma so soltanto quello che ho letto sui giornali o ascoltato in tv, ma avrei anch’io qualche dubbio se rischiasse di allontanare il traguardo principale del cento per cento di raccolta differenziata, con un misto riciclabile o ridotto al minimo, per compiere il passo decisivo verso l’economia circolare. Tanto più se fosse vero, come dicono, che ci vorrebbero comunque anni per verificare i vantaggi di un termovalorizzatore. Lo so che è difficile ma sogno ancora la nostra bella città libera dalle auto in seconda fila, moto e monopattini sui marciapiedi e cassonetti ricolmi di fetidi schifezze a portata di naso. (nandocan)

Termo-consenso

di Massimo Marnetto

In assoluto, sarebbe meglio differenziare tutto, piuttosto che bruciare il residuo nel termovalorizzatore. Ma a Roma, questa quota di rifiuti sarebbe comunque tale da richiedere un termovalorizzatore. Invece oggi il misto finisce in termovalorizzatori di altre città – persino all’estero – con costi enormi e soprattutto con l’ulteriore produzione di CO2 da trasporto. 

Quindi, fare un termovalorizzatore significa realizzare una combustione controllata in proprio – con tecnologie avanzate per l’abbattimento di fumi e odori – di ciò che oggi si manda a bruciare altrove. Il tema è divisivo e ”ammazza-consenso”, ma le soluzioni strutturali difficilmente godono di un diffuso apprezzamento preventivo. La maggioranza si lamenta, ma è abitudinaria. La buona politica la guida; il populismo la segue.


Clima e lavoro: un patto per il futuro

da Sbilanciamoci.info: Ambienteprimo piano

Presentata in una conferenza stampa al Senato, con i rappresentanti delle nove organizzazioni promotrici, l’Alleanza Clima Lavoro: sindacati e ambientalisti insieme per una giusta transizione, ambientale e sociale.

Nasce, in un momento politico molto particolare – con il governo Meloni impegnato in continue polemiche con l’Europa per ritardare e sviare gli obiettivi su clima e decarbonizzazione, dal motore endotermico alle case green –, la prima alleanza strategica tra organizzazioni ambientaliste della società civile e sindacati: l’Alleanza Clima Lavoro, promossa da Campagna Sbilanciamoci!, FIOM-CGIL, CGIL Piemonte, Kyoto Club, Transport&Environment Italia, Motus-E, Legambiente, WWF Italia, Greenpeace.

L’idea di fondo dell’Alleanza, come ha sostenuto nella conferenza stampa di presentazione, tenutasi il 30 marzo al Senato, il portavoce della Campagna Sbilanciamoci! Giulio Marcon, è quella di

mettere in comune energie, conoscenze e idee per facilitare e accelerare la transizione verso un nuovo modello di sviluppo e un sistema industriale verde e rispettoso dell’ambiente, capace di tutelare i posti di lavoro e di crearne di nuovi.”

Perché, come ha sottolineato Anna Donati, coordinatrice del gruppo di lavoro Mobilità sostenibile di Kyoto Club, “il processo di transizione ecologica è necessario e urgente per le persone e per il pianeta: se ben governato può rappresentare una grande opportunità”.

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Il cessate il fuoco in Ucraina forse non è più un tabù

da Remocontro

Ipotesi di una tregua che compaiono improvvisamente da fronti opposti e voci decisamente contrapposte. Ad esempio quelle del capo della Wagner, Prigozhin, che poi smentisce ma senza convincere, come ci avverte Alberto Negri sul Manifesto. Più affidabile sul fronte occidentale l’ipotesi analizzata nell’ultimo numero di «Foreign Affairs», la rivista della diplomazia Usa.
«Il grande scambio di Pasqua». Il gruppo mercenario Wagner rilascia più di 100 prigionieri ucraini, non ci sono notizie su prigionieri russi liberati dalle forze ucraine.

Fermare la guerra catastrofe

Sarà pure opinabile che il capo dei mercenari Wagner, Yevgeny Prigozhin, abbia davvero proposto – con le stesse espressioni riportate dai media – a Putin di fermare la guerra in Ucraina. Intanto traspare dalle sue parole e dalla sua «postura» il timore evidente di un conflitto infinito per la tenuta della leadership di Mosca. Ma è assai certo che dall’altra parte dell’Atlantico si sollevano forti dubbi se sia il caso di continuare una guerra dove le perdite stanno diventando una catastrofe, con la barbarie dei russi che evocano quanto si è visto nei Balcani e con l’Isis in Medio Oriente, mentre le distruzioni belliche hanno messo in ginocchio le risorse ucraine.

Foreign Affairs

Secondo la prestigiosa rivista americana Foreign Affairs: «Stati uniti ed Europa devono sostenere la sovranità dall’Ucraina ma questo obiettivo non implica di recuperare, a breve termine, il controllo di Crimea e Donbass». «L’Occidente e l’Ucraina -scrivono Richard Haass e Charles Kupchan, diplomatici di rilievo dei governi americani-, hanno già raggiunto il loro obiettivo respingendo il tentativo della Russia di soggiogare il Paese e attuare un cambio di regime. Mosca ha incassato una sconfitta strategica e anche gli altri Stati revisionisti (dei confini) hanno compreso che la conquista militare può diventare assai costosa e potenzialmente fallimentare».

Stati Uniti-Europa, altre priorità

Stati uniti ed Europa hanno alcune buone ragioni per abbandonare la loro politica dichiarata di sostenere l’Ucraina per «tutto il tempo necessario», come ha affermato il presidente Biden. Da una parte è fondamentale ridurre al minimo i guadagni territoriali russi e dimostrare che l’aggressività non paga ma questo obiettivo deve essere commisurato ad altre priorità.

Rischi strategici e perdere

La realtà è che il supporto su larga scala e incondizionato nel tempo a Kiev comporta notevoli rischi strategici. La guerra sta erodendo la prontezza militare dell’Occidente ed esaurisce le sue scorte di armi, mentre l’industria bellica non tiene il passo con le necessità dell’Ucraina di mezzi e munizioni. Argomenti per altro già illustrati dal capo di stato maggiore americano Mark Milley in un’intervista al Financial Times del febbraio scorso e comparsi anche nei famosi ‘leaks’ del Pentagono trafugati da un giovane riservista dell’esercito.

Tensioni Americane

Ma è anche lo scenario internazionale che si sta complicando a sollevare dubbi sulla tenuta occidentale. Se il conflitto prosegue a lungo si moltiplicano i rischi per i Paesi della Nato di uno scontro diretto con la Russia mentre gli Stati uniti devono prepararsi a una potenziale azione militare in Asia per scoraggiare o rispondere a qualsiasi mossa cinese contro Taiwan e in Medio Oriente (contro l’Iran o reti terroristiche).

E il Medio Oriente non sta mandando segnali positivi a Biden con gli accordi tra Arabia saudita e Iran, il ritorno di Assad, alleato di Mosca, nel grembo arabo, le ambiguità di un Egitto tentato in difficili equilibri tra l’Occidente e la cooperazione con Mosca.

I costi della guerra

Secondo Foreign Affairs , la guerra sta imponendo costi elevati anche all’economia mondiale. Ha interrotto le catene di approvvigionamento, contribuendo all’inflazione elevata, al rialzo dei prezzi energetici (il petrolio potrebbe arrivare a 100 dollari a fine 2023 secondo Goldman Sachs) mentre i Paesi del Sud del mondo risentono in modo drammatico della carenza di cibo: l’export di grano di Russia e Ucraina rappresenta il 12% delle calorie mondiali e Mosca fornisce all’Africa il 50% dei fertilizzanti. Disordini politici e instabilità sono all’ordine del giorno.

Due terzi dell’umanità non sanziona Mosca

La guerra sta polarizzando pericolosamente il sistema internazionale. Con la rivalità geopolitica tra l’Occidente e l’asse cinese-russo (Brics compresi), si accentua il ritorno a un mondo diviso in blocchi dove la maggior parte del globo preferisce il non allineamento piuttosto che rimanere intrappolato in una nuova era di scontro Est-Ovest. Due terzi dell’umanità, inutile sottolinearlo, vive in Stati che non hanno messo sanzioni a Mosca.

Unità occidentale non immutabile

In questo contesto né l’Ucraina né i suoi sostenitori della Nato possono pensare che l’unità occidentale sia immutabile. La determinazione americana è cruciale per alimentare quella europea e Washington deve affrontare un aumento di pressioni politiche per ridurre la spesa mentre ora che i repubblicani controllano le Camere sarà più difficile per l’amministrazione Biden garantire consistenti pacchetti di aiuti per Ucraina. La politica nei confronti dell’Ucraina, con le elezioni presidenziali del 2024 alle porte, potrebbe cambiare.

‘Piano B’ di Foreign Affairs

Ed ecco quello che Foreign Affairs definisce il Piano B, alternativo a una «vittoria totale» che appariva già improbabile mesi fa. Data la traiettoria della guerra, gli Usa la Nato devono iniziare a formulare un finale di partita diplomatico sin da ora. Anche se si intensifica il sostegno a una controffensiva ucraina, Washington dovrebbe avviare consultazioni con i suoi partner europei e con Kiev per un’iniziativa diplomatica da lanciare nel corso dell’anno.

Cessate il fuoco e zona smilitarizzata

Si tratta di proporre un cessate il fuoco in cui Ucraina e Russia ritirerebbero le loro truppe e le armi pesanti da una nuova linea di contatto creando una zona smilitarizzata monitorata dall’Onu o dall’Osce. Per rendere efficace la tregua, l’Occidente dovrebbe rivolgersi ad altri paesi influenti, tra cui Cina e India: certo tutto questo complica le trattative diplomatiche ma aumenterebbero le pressioni sul Cremlino.

Pace su due binari

Supponendo che un cessate il fuoco regga, dovrebbero seguire colloqui di pace su due binari: uno tra Russia e Ucraina con mediatori internazionali, l’altro tra Nato e Russia per un dialogo strategico sul controllo degli armamenti. Questo approccio può essere troppo per alcuni e non abbastanza per altri.

Ma a differenza delle alternative e di un massacro senza fine, ha il vantaggio, secondo i suoi ispiratori di oltreatlantico, di fondere ciò che è desiderabile con quanto è realmente fattibile.


Considerazioni caotiche

di Antonino Lomonaco

Non sappiamo alcunché su Dio, non sappiamo alcunché sull’Uomo, non sappiamo alcunché sul nostro stesso Io.
Crediamo. Quel poco che ci resta da dire è solo un credere di dire qualcosa di sensato. Ma lo è davvero? O, appunto, lo vogliamo credere, cioè a dire: abbiamo bisogno di crederlo.

Siamo tutti credenti

Non ritengo ci possa essere qualcuno davvero “ateo”, se c’è qualcosa che ci muove nel tempo e nello spazio è la “fede”, è il credere in qualcosa a cui ci rivolgiamo come punto cardinale del nostro pensare ed agire.

Non bisogna cadere, però, nel fraintendimento della parola “Dio”. Una divinità può essere qualsiasi idea, infatti le due parole (idea e Dio) hanno affinità etimologiche. Esse si originano in quella nostra propensione, propriamente umana, delle “visioni” interiori, dell’immaginare e dell’andare oltre, proprio attraverso l’immaginazione.

La visione che guida le nostre vite

La visione (idea) è una luce (divinità) che ci guida nelle nostre vite e questa luce può esser data, paradossalmente, anche dalla fede nell’assenza di un qualsiasi Dio onnipotente. Senza tener conto che proprio un Dio che può tutto, può anche non esserci senza che ciò possa significare o provare alcunché: egli può tutto!

Noi ci nutriamo di idee allo stesso modo che di materia e così l’ordine delle cose passa e si ricicla attraverso tutti noi, in nuovi stati ed essenze. Anche le idee, che sono spirito, energia, vento che anima, si riciclano nell’idea di materia o nella grossolanità di ciò che appare inerte ma che spinge infine alla riflessione per noi più importante: quella sul senso di una origine e di una fine.

La ricerca di senso

Ecco, noi cerchiamo “il senso”: questa è la vera divinità di ogni uomo. Dove manca il “senso”, o quando verrà a mancare la ricerca di un senso, non vi sarà più umanità.

Tuttavia bisogna introdursi in un’ ottica che supera il nostro concetto di verità per indirizzarsi in una considerazione più illuminante e tremenda: ossia che la “cultura” umana non si occupa delle cose del mondo così come sono, bensì dell’adattamento a noi delle cose del mondo. Si tratta di una distorsione che rende impossibile il passaggio veritativo, per cui tutto il nostro dire sulle cose, persino il racconto tecnologico, che inorgoglisce la nostra “volontà di potenza”, è un mito.

La cultura umana, è una bolla dentro cui la nostra specie vive in modo autoreferenziale, credendo, come tutti i provinciali, di essere il centro di ogni cosa. Invero continuiamo ad essere smarriti in un contesto smarrito.

Dio è morto

Quindi ogni discorso sulla religione (nella quale rientra anche la cultura) dovrebbe partire dal presupposto nichilista che Dio sia morto. Presupposto che intende tale morte come un assassinio, una volontà ad uccidere ciò a cui prima si era dato i natali.
E’ da queste premesse che si dovrebbe iniziare a parlare di ogni cosa, in una consapevolezza diversa, trasvalutata.
Altrimenti si torna ancora indietro, in una sterile contrapposizione sull’esistenza di Dio, del bene e del male, e analoghe “amenità” utilizzate come balsamo per il mal di pancia del naufrago sulla zattera, in mezzo all’abisso oceanico.


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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