Engagement. Perché a sinistra non votano
Alessandro Gilioli su Facebook
C’è una parola inglese – entrata un po’ nell’italiano fra chi di solito si occupa di web e/o marketing. La parola è “engagement”, che di solito viene tradotta con qualcosa tipo “coinvolgimento emotivo”. Con un po’ di libertà in più, si può parlare di “impegno volontario determinato da una qual certa connessione sentimentale” con la cosa da cui ci si fa coinvolgere (un progetto, un obiettivo, un personaggio, spesso anche un’azienda o un prodotto). I motivi per cui ci si fa coinvolgere in qualcosa sono i più diversi: dall’interesse personale alle mete ideali, fino all’irrazionale emotivo-tribale (tipo quando tifi per una squadra di calcio).
E’ abbastanza evidente che (anche) questo turno elettorale dice qualcosa a proposito della sinistra partitica, della cosiddetta “offerta politica” della sinistra: siamo al ground zero dell’engagement – e spero mi perdonerete l’eccesso di anglicismi. Ora: a destra e al centro si vota pochino per engagement. Solo una piccola minoranza degli elettori di destra e di centro va alle urne spinta da un forte coinvolgimento emotivo. Ci vanno per altri motivi, che qui non interessano. Il punto psico-politico centrale è che gli elettori (anche vagamente) di sinistra invece alle urne ci vanno solo se sentono un minimo di engagement. Un minimo di connessione emotiva, che sia per ideale o per interesse di ceto/classe.
Se l’offerta politica è grigia e mediocre
Se l’offerta politica che viene loro proposta è grigia, asettica, mediocre e anodina, negli elettori di sinistra non produce alcun engagement. Ovviamente non sto parlando, qui, di Majorino: che ha fatto del suo meglio. Sto parlando dell’offerta politica generale dei partiti più o meno di sinistra a livello nazionale, e non da oggi.
Forse l’ultimo segretario del Pd che aveva creato un po’ di engagement è stato Veltroni. Di certo non i suoi successori e peggio di tutti – con rispetto – il segretario uscente. In una diversa sponda, Beppe Grillo. In piccolissimo, alle ultime politiche, forse Ilaria Cucchi (per la sua storia personale) e (che beffa) Aboubakar Soumahoro. Forse qualche altro singolo qua e là. Un certo engagement probabilmente lo crea ancora Landini, che però non è un partito; in passato ne fu capace Cofferati.
Al massimo, si va a votare per la paura del peggio
In generale, l’engagement per i partiti e per i candidati, a sinistra, è sfumato gradualmente da almeno 15 anni, fino all’attuale ground zero. Al massimo, si è andati a votare per impedire che vincessero Berlusconi poi Salvini poi Meloni. Ma questo non è engagement, questa è solo paura del peggio. Non so se Schlein, Bonaccini (o Conte, o altri) sapranno rovesciare questa tendenza. So che se non mettono al centro questo problema, non vanno lontani.
Ps. Intanto, chi è di sinistra il suo engagement spesso lo canalizza altrove. Da Emergency al sindacato. Da Welcome Refugees alla spesa sospesa. Da Friday for future al volontariato (qualcuno, cortesemente, si abbona anche a Radio Popolare). E così via. Il che è cosa buona certo. Ma conferma che il problema, per i partiti, è più l’offerta della domanda.
Scoppio

di Massimo Marnetto
Fine dei motori a benzina e diesel dal 2035 in Europa. Condivido, nonostante la difficoltà di un’enorme riconversione industriale e di capitale umano. Però mi chiedo perché siamo così attenti a salvare il pianeta dallo scoppio nei motori e così poco dallo scoppio delle guerre.
In Ucraina, la UE non vuole assumersi il ruolo di mediatore; né usa il suo peso per sanare la ferita incancrenita isrelo-palestinese; né intende promuovere l’eliminazione del diritto di veto nell’ONU per rilanciare la sua attività di alto conciliatore universale, di cui ci sarebbe un gran bisogno. Finirà che ci estingueremo con i carri armati elettrici e i bombardieri a energia solare, bene attenti a buttare i morti nell’organico e i trattati nella carta.
Querelle nel governo sulla guerra

Pina Fasciani su Facebook
Berlusconi apre la querelle nel governo sulla guerra. La Meloni risponde con una nota in cui ribadisce che il governo italiano ha fatto la scelta atlantista e che da lì non si torna indietro.
Non voglio qui disquisire sui motivi che hanno condotto Berlusconi a buttare questa bomba dentro la maggioranza. La competizione, ruvida e senza sconti tra quelle tre forze, emerge su ogni provvedimento. Voglio solo sottolineare che paradossalmente Berlusconi in questo caso rischia di porsi come unico interprete dei sentimenti di crescente insofferenza degli italiani verso la guerra. La retromarcia fatta sul video messaggio a Sanremo di Zeleskij ne è solo un piccolo esempio.
In tempi di sovranismo, nessuno ascolta il popolo sovrano
Nei fatti in tempo di sovranismo nessuno ascolta il popolo sovrano, i suoi umori contro la guerra, palesati da mesi da qualsiasi sondaggio. Anzi, sempre più si evidenzia la divaricazione tra popolo e chi dovrebbe rappresentarlo. È come se in progressione le distanze si ampliano, in una divergenza sempre più estesa. Da una parte un popolo inascoltato e dall’altro una politica autoriferita che guarda solo alla propria autoconservazione.
È in questo iato che sta morendo la democrazia, la partecipazione. Un tramonto lento e inesorabile sancito dal deserto crescente alle urne (vedi crollo affluenza al voto di queste regionali), alle politiche e sicuramente alle prossime europee. Tutti governi di minoranza rispetto alla platea degli aventi diritto al voto. C’è una frattura politica profonda di cui nessuno si fa carico. Conte, inviso da tutti, è l’unica voce che pone il tema di aiutare l’Ucraina ma per negoziare, non per perseguire una vittoria impossibile pena l’esito nucleare.
L’atlantismo a oltranza della Meloni
La Meloni invece, presa dal dover dimostrare di essere adeguata al ruolo, gioca una sua partita di riscatto dalla sua storia fascista. Una partita giocata sul filo dell’ Atlantismo a oltranza e che paradossalmente entra in contraddizione palese con la sua idea di sovranismo nazionale. Un bel bubbone che prima o poi le scoppierà in mano e sancira’ anche per lei la fine delle ascese da fenomeni. Come abbiamo già visto, per Salvini a titolo di esempio, tanto è repentina l’ascesa tanto repentina sarà la discesa.
Dobbiamo augurarci che avvenga presto, prima che la destra raccolga anche i frutti della protesta contro la guerra.Basterebbe fare la sinistra. E per favore senza aggettivi.
Dopo la Brexit delle loro brame, saprà uscire dai guai l’ammaccato reame?
L’analisi dell’ISPI (Istituto di studi di politica internazionale) su Remocontro

Isola alla deriva economica? Le prospettive del Regno Unito si deteriorano progressivamente, mentre il Paese è colpito da diversi scioperi. Rimpasti e attivismo internazionale non bastano a rilanciare un’economia poco competitiva, avverte l’analisi dell’Ispi.
Isola alla deriva economica?
Mezzo milione di lavoratori britannici in strada a Londra e nelle principali città e protestare contro il governo e chiedere aumenti salariali. La descrizione di una scena vista molte volte a cavallo tra gli anni ’70 e ’80, quando il Regno Unito fu scosso da ondate di scioperi che, inizialmente, favorirono l’ascesa al potere di Margaret Thatcher, per poi rivolgersi contro di lei in protesta contro la deindustrializzazione e la chiusura delle miniere di carbone. Ai giorni nostri, la Gran Bretagna, da alcuni mesi a questa parte, sta attraversando la più pesante ondata di scioperi da parte di dipendenti pubblici da oltre un decennio. Proteste che sono solo la punta dell’iceberg di una situazione sempre più critica per l’economia, scrive ISPI nel suo report.
«I vari nodi – dal fallimento di Brexit a un sistema economico industriale sempre meno produttivo – stanno venendo al pettine, mettendo a rischio la ripresa di breve periodo e la capacità di Londra di continuare a essere un leader economico globale. Come si è arrivati fino a questo punto e quali sono le prospettive future?»
Futuro GB secondo il Fondo Monetario Internazionale
Come sempre, a gennaio il Fondo Monetario Internazionale pubblica l’aggiornamento periodico delle prospettive di crescita economica a livello globale. Quest’anno, in molti si sono sentiti rassicurati per il miglioramento delle valutazioni FMI, con stime di crescita del Pil riviste al rialzo rispetto ai timori di una recessione globale di pochi mesi fa. Meglio per molti, ma non tutti: le stime per il Regno Unito sono state infatti ritoccate al ribasso di 0,9 punti percentuali rispetto al ‘World Economic Outlook’ di ottobre, con una previsione di recessione dello 0,6% per il 2023. Cifre che sembrano ancora più pesanti se si pensa che, sempre secondo il Fondo Monetario, la Gran Bretagna sarà l’unico Paese del G20 a subire una contrazione del Pil: una sorte che potrebbe non toccare nemmeno alla Russia (nonostante nove round di sanzioni e un crescente isolamento internazionale).
Piacere, dovere e terra di mezzo.

Giovanni Lamagna su Facebook
Molte persone (forse la maggioranza) non fanno mai una scelta netta tra il piacere e il dovere. Come ci si aspetterebbe che facesse una qualsiasi persona normale: in alcuni momenti, quando le circostanze della vita lo consentono, facendo prevalere il piacere, in altri momenti, quando le situazioni della vita lo richiedono, facendo prevalere il dovere. A me pare che molte persone, nella maggior parte delle situazioni che si trovano a vivere, non scelgano mai fino in fondo né il piacere né il dovere; non siano insomma né calde né fredde, ma tiepide sia nei confronti del piacere che del dovere.
Il piú delle volte se ne sentono in colpa
Non scelgono fino in fondo il piacere, sono incapaci di fare una scelta radicale in tal senso, perché il più delle volte se ne sentono (sia pure irrazionalmente) in colpa. Come se la vita non potesse, anzi non dovesse, concedere loro un dono simile, come se a loro questo dono non spettasse mai del tutto. E così, anche quando (ogni tanto) si concedono al piacere, devono ben presto rientrare in una zona se non proprio spiacevole, quantomeno neutra, come se il piacere non potesse occupare la loro vita oltre un certo spazio e un certo tempo. Ma, soprattutto, non possono sperimentare il piacere oltre una certa soglia: non ne reggono la tensione e lo spasimo che pure spesso il piacere comporta; per quanto siano una tensione e uno spasimo del tutto piacevoli e per niente dolorosi.
Il “Super Io freudiano e il “principio di realtà”
Allo stesso modo (e paradossalmente) queste stesse persone non scelgono neppure fino in fondo il dovere, quando sono chiamate a compierlo. Almeno se per dovere intendiamo la risposta ad una chiamata interiore e non la corrispondenza passiva e non consapevole alle convenzioni sociali o a ciò che ci viene chiesto dalle imposizioni (a volte solo psicologiche, altre volte anche fisiche) esterne, soprattutto quelle che provengono dalle persone significative che ci circondano.
Se per dovere intendiamo, insomma, non il Super-io freudiano, ma il “principio di realtà” (di cui parlava lo stesso Freud), che ogni tanto (anzi spesso) si oppone al “principio del piacere” o perché ce lo fa vedere come del tutto irrealizzabile o perché ci consiglia di rimandarlo ad altro momento, più adatto, più favorevole. E – ancora di più, a maggior ragione – se per dovere intendiamo la chiamata a realizzare il proprio compito nella vita (di cui ha parlato spesso nelle sue opere lo psicoanalista austriaco Victor Frankl), il proprio “desiderio” (quello di cui parlava Lacan, che è altra cosa dal capriccio dell’uomo infantile e immaturo), il proprio “daimon”, la propria vocazione interiore (di cui ha invece parlato spesso Jung).
A quanti doveri reali sfuggono?
Infatti, a quanti doveri reali, molto più importanti dei “doveri” dettati dal Super-io, queste persone sfuggono? A quante chiamate interiori e dello spirito esse non corrispondono, preferendo rimuoverle dalla loro coscienza o ignorarle, disattenderle, quando pure esse affiorano e appaiono chiare alla loro consapevolezza?
In altre parole e per concludere, queste persone sono abituate a vivere la loro vita (o almeno la gran parte di essa) come in una terra di mezzo tra il piacere e il dovere. Per cui non si concedono né pienamente al piacere, alle (poche o molte) gioie che la vita pure sarebbe in grado di donare loro, né pienamente al dovere, inteso come risposta alla propria vocazione interiore, al proprio “desiderio”, al proprio daimon.
Col bicchiere mezzo vuoto
Per conseguenza nel primo caso restano persone fondamentalmente insoddisfatte, se non proprio infelici, col bicchiere mezzo vuoto e mai completamente pieno. Nel secondo caso persone sostanzialmente irrealizzate, incomplete, come chi, avendo cominciato ad attraversare un fiume, si fermi a metà del guado.
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